Molto spesso amore fa rima con cura. A volte con l’idea che la cura non sia mai troppa. Come se, scoperto che qualcosa fa bene, darne di più facesse meglio.
In realtà non è proprio così. La cura può essere troppa e quando diventa eccessiva non nutre l’autonoma ma la dipendenza. Non nutre la fiducia in sé stessi ma l’insicurezza. Non risponde ai bisogni di chi la riceve ma ai bisogni di chi la dà. E innesca un circolo vizioso in cui l’oggetto di tanta attenzione diventa un piccolo tiranno: che abbia 40 anni o 4 anni poco importa. Quell’eccesso di tenerezza rovina la relazione e trasforma lo scambio in una pretesa.
Correre il rischio di stare nella distanza e nel vuoto non rende una relazione più povera ma più modulata e ricca. Le garantisce una quota di scoperta e di novità e ci fa arrivare all’incontro con il desiderio di stare insieme anziché con una sensazione di troppo pieno che assomiglia all’indigestione.
Si può fare indigestione d’amore ed è fastidiosa come tutte le indigestioni: lascia un senso di disagio, di assurda pienezza e di bisogno di vuoto. Così, nella lista di buone pratiche, oltre al non esagerare con il cibo, mettiamo anche non esagerare con quell’ingrediente umano e divino che è l’amore.
Lasciamo che il vuoto ci parli del pieno. La distanza ci parli della presenza. La tenerezza ci parli della libertà e la libertà della mancanza di controllo. Lasciamo che le cose siano come sono senza l’ansia di farle diventare di più. Lasciamo aperte tutte le porte con cui ci parla una relazione, senza correre a chiudere quelle che ci spaventano o, semplicemente, non ci piacciono. Avremo più occasioni per essere felici.
Le porte d’accesso per la felicità sono numerose: se le apri tutte, la felicità ha molti modi per raggiungerti; se invece hai chiuso tutte le porte tranne una, ecco la ragione per cui la felicità non può arrivare fino a te: forse quella è proprio l’unica porta da cui la felicità non riesce a passare. Thich Nhat Hanh
Pratica di mindfulness: Praticare pausa
© Nicoletta Cinotti 2024 Il programma di mindfulness interpersonale. Iscrizione in very early bird
Freud sottolineò che il lutto svolge una funzione necessaria perché consente di ritirare gli affetti investiti nell’oggetto d’amore e di renderli disponibili per altre relazioni. La mente però, come sappiamo, ha la tendenza a rimanere aggrappata all’oggetto perduto e a negare la realtà della perdita, per evitare di sentire il dolore della separazione. Questa negazione fa si che il dolore non venga completamente “espresso” e “scaricato” e, paradossalmente prolunga sia il dolore che il lutto stesso. Il risultato è una maggiore difficoltà ad investire in nuove relazioni e un sentimento che potremmo definire melanconia.
In bioenergetica ovviamente l’esplorazione clinica rispetto alla depressione non è limitata agli aspetti psicologici ma si amplia anche al livello fisico, che ordinariamente risulta estremamente condizionato da questa perdita della capacità di sentire. Questo portò Lowen a fare una affermazione decisamente radicale “La sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa”. Questa affermazione è supportata, per Lowen, dalle ricerche di Spitz sulla depressione anaclitica dei bambini in orfanotrofio e dalle ricerche di Bowlby (La depressione e il corpo ed. it. 1980, p. 99) sull’attaccamento.
Una volta adulti questa predisposizione rimane silente fino a che non avviene una perdita affettiva, come la fine di una relazione, la rottura di una amicizia, la perdita del proprio lavoro o bruschi cambiamenti nella propria vita come trasferimenti o cambiamenti di stile di vita. E la prima qualità di risposta avviene a livello fisico con un
