Ho comprato il librone apposta. Trecentonovantasei pagine, copertina luminosa, la fascetta che prometteva un milione di lettori. L’ho scelto con quel calcolo un po’ avido che facciamo tutti prima delle vacanze: *questo mi dura*. Questo mi copre almeno una settimana, così non resto a secco a metà agosto in un posto dove la libreria più vicina è a quaranta minuti a piedi. Me lo sono fumato in un giorno.
Non è la prima volta che mi succede, e non lo dico con orgoglio — anzi, lo dico con un certo imbarazzo, perché ho il sospetto che dietro la velocità ci sia qualcosa che non ho ancora guardato bene. Riservo l’estate alla narrativa proprio perché divento famelica: leggo con una specie di fame che in inverno non mi permetto. Ma quest’anno la fame ha fatto una cosa strana. Ha avuto delle pause.
Perché nelle stesse due settimane in cui ho divorato le trecentonovantasei pagine di *Ricordati di essere felice* di Sara Goodman Confino, ci ho messo tre giorni a leggere le centonovantadue pagine di *Ti voglio bene, mi manchi* di Susie Boyt. Meno della metà delle pagine, il triplo del tempo. E in mezzo, *Alzarsi all’alba* di Mario Calabresi: centosessantotto pagine, mezzo pomeriggio, tè compreso.
A quel punto ho fatto una cosa che non avevo mai fatto: ho messo tutto in tabella.
Il tabellone dell’estate
| Libro | Pagine | Tempo | Pagine al giorno |
|---|---|---|---|
| Mario Calabresi, Alzarsi all’alba | 168 | mezzo pomeriggio | 168 |
| Sara Goodman Confino, Ricordati di essere felice | 396 | 1 giorno | 396 |
| John Niven, La lista degli stronzi | 233 | 1 giorno | 233 |
| Emmanuel Carrère, Un romanzo russo | 283 | 2 giorni | 142 |
| Andrew Porter, La vita immaginata | 252 | 2 giorni | 126 |
| Susie Boyt, Ti voglio bene, mi manchi | 192 | 3 giorni | 64 |
| Ramsès Kefi, Quattro giorni senza mia madre | 190 | 3 giorni | 63 |
| Michele Mari, I convitati di pietra | 168 | 5 giorni | 33 |
Una precisazione metodologica per gli amanti del rigore, categoria a cui appartengo solo quando mi conviene: le pagine sono quelle dichiarate in copertina, quindi lorde. Dentro ci sono i ringraziamenti, le pagine bianche, il colophon, la nota sulla traduttrice. Di lettura vera ce n’è forse il dieci per cento in meno, in modo abbastanza uniforme da non cambiare le proporzioni — ma se qualcuno vuole rifare i conti al netto, lo aspetto nei commenti.
La colonna che conta è l’ultima, e ha una proprietà buffa: è quasi l’esatto contrario di una classifica di qualità. In cima c’è un libro serio, scritto bene, su un tema che mi sta a cuore. In fondo c’è quello che mi ha cambiato la settimana.
C’è poi un caso che sfugge del tutto alla tabella — *I convitati di pietra* — perché lì la lentezza aveva un’altra natura ancora: non ero commossa, stavo discutendo. Ma quello merita una conversazione tutta sua, e ve la devo un’altra volta.
Mi sono seduta con questa sproporzione e mi sono chiesta: che cos’è che fa la differenza?
Cosa fa la differenza?
La prima risposta che mi sono data è quella facile: dipende dal genere. La saggistica ti costringe a pensare, la narrativa scorre. E in parte è vero: sto leggendo *Spezzare il cerchio* e *La sindrome degli antenati* con una lentezza da bradipo, perché ogni pagina mi chiede di collocare quello che afferma dentro la rete di conoscenze che ho già, e quel lavoro di incastro costa tempo.
Ma la spiegazione non regge, perché il rallentamento me lo ha dato un romanzo. Non un saggio: un romanzo di centonovantadue pagine su una madre, una figlia e una nipote.
La seconda risposta è la sintassi, e per un po’ mi ci sono appoggiata volentieri. Il libro di Calabresi ha frasi corte, poche virgole, nessun punto e virgola: una prosa piana, costruita per non far inciampare nessuno. Lo stesso vale per il romanzo di Goodman Confino, che — mi dispiace, ma lo firmo — è una versione harmony della grande narrativa ebraica. Ha la nonna eccentrica, il viaggio on the road, il segreto di famiglia, l’amore proibito per differenza culturale: tutti gli ingredienti, nessuna delle ombre. La stessa cucina, ma senza il fuoco sotto (e anche senza sale).
E però anche questa spiegazione non basta, perché *Alzarsi all’alba* parla di fatica, di dedizione, di gente che si alza al buio per fare bene una cosa. Non è un libro frivolo. È scritto con frasi che non ti trattengono, e questo è un merito, non un difetto.
Il libro di Susie Boyt, invece, ha frasi lunghe. Stratificate. Frasi che un copywriter ti sconsiglierebbe vivamente di scrivere, piene di incisi, che tornano indietro su sé stesse per correggersi. Ma non è la sintassi che mi ha rallentata.
Quello che mi ha rallentata è che a un certo punto ho capito che non stavo lavorando sulla fragilità di Ruth. Stavo lavorando sulla mia.
Masticare e digerire libri
Ecco la scoperta, e non riguarda i libri.
Non è la lunghezza, non è il genere, non è nemmeno del tutto lo stile. È che esiste una scrittura che ti chiede di mettere sul tavolo il tuo materiale, e una scrittura che ti lascia le mani libere. La prima ti obbliga a fermarti, a masticare la pagina, a posare il libro sul petto e guardare il soffitto per due minuti prima di riprendere. La seconda scorre come l’acqua — e l’acqua, per una vorace come me, si beve. La velocità di lettura non misura la qualità del libro. Misura quanto quel libro mi tocca.
E a questo punto sono andata a rileggere la tabella, e ho visto una cosa che mi ha fatto ridere e poi un po’ meno.
In fondo alla classifica — sessantatré, sessantaquattro pagine al giorno, praticamente lo stesso passo — ci sono due libri in cui la ferita è ancora aperta e ha una voce. Una madre che se ne va di casa lasciando un biglietto, e un marito e un figlio che devono decidere cosa fare adesso. Una madre che non riesce a salvare la figlia e intanto cresce la nipote. In Kefi e in Boyt il legame è ancora in corso: si può ancora sbagliare, chiedere scusa, riprovare domani. Non c’è niente da ricostruire perché sta succedendo.
Subito sopra — centoventisei e centoquarantadue — ci sono i due libri in cui il genitore è irraggiungibile e resta solo l’indagine. Porter attraversa la California interrogando i colleghi di un padre andato via, e scopre che ognuno gliene descrive uno diverso. Carrère insegue un nonno georgiano scomparso nel ’44 di cui in famiglia non si poteva parlare, e sbatte contro il silenzio di una madre troppo grande per essere contraddetta.
Per un attimo avevo pensato di chiamarli “i libri sui padri”, che era comodo e faceva un bel contrasto con le madri di sotto. Ma è falso: in Carrère la persona con cui si combatte è la madre, e il nonno è solo il terreno dello scontro. La differenza vera non è chi manca. È se quello che manca si può ancora chiamare per nome oggi, o se resta solo da ricostruire — e ricostruire, a quanto pare, si può fare al doppio della velocità.
Non ne traggo una legge: sono sette libri e un’estate, non uno studio. Ma la scala è ordinata in un modo che non ho scelto io, e questo mi basta per guardarla.
In cima alla classifica ci sono i libri in cui i genitori, quando ci sono, funzionano.
Di Carrère poi non posso essere giudice, l’ho dichiarato. E lui ha una difesa in più che gli altri non hanno: l’ironia, l’autofinzione, il continuo prendersi in giro. Il libro che amo di più è anche quello in cui ho trovato il compromesso migliore tra il volerlo attraversare e il volerlo finire. E lì mi si è chiuso un cerchio che non avevo visto. Perché il saggio che sto leggendo con la lentezza del bradipo, *La sindrome degli antenati*, dice esattamente la cosa che Carrère insegue per duecentottantatré pagine: che i silenzi non restano fermi, scendono. Che un segreto tenuto da un nonno lo pagano i nipoti, che spesso non sanno nemmeno di cosa. Non stavo leggendo cinque libri sui genitori. Ne stavo leggendo cinque su quello che ci arriva da prima dei genitori, e che noi ci troviamo in mano senza istruzioni.
Ora, io questi libri li ho comprati in giorni diversi, in librerie diverse, senza nessun piano. Li ho presi in mano pensando “questo mi ispira”. E la verità è che non li ho scelti io in senso stretto: li ha scelti la parte di me che quest’estate aveva qualcosa da attraversare, e che ha usato il banco delle novità come si usa un oracolo. Il mio inconscio ha fatto la spesa e io ho pagato alla cassa credendo di decidere.
Per un momento mi è venuto comodo pensare che il fenomeno riguardasse gli autori: che siano loro a scrivere per rifare i conti con i propri genitori, e che io mi limitassi a raccoglierne il riverbero. È una spiegazione elegante e mi mette in una posizione comodissima, quella dell’osservatrice. Ma è falsa, o almeno non è il punto.
Il reparenting non era il loro. Era il mio.
Quelle sessantatré pagine al giorno non sono la velocità a cui si legge Kefi. Sono la velocità a cui riesco a stare accanto a una madre che se ne va. Il libro non mi ha rallentata: mi ha dato il ritmo che serviva a me per farci qualcosa, e ogni volta che ho posato il volume sul petto e guardato il soffitto non stavo riposando — stavo lavorando. Un romanzo, se lo lasci fare, ti presta dei genitori su cui esercitarti. Non i tuoi: abbastanza simili da toccare il punto, abbastanza lontani da non farti male. Poi chiudi il libro e quello che hai imparato a fare con Ruth, con Amani, con il padre di Steven, resta nelle mani.
È lo stesso identico movimento che facciamo in ritiro, con la differenza che lì lo chiamiamo pratica e in vacanza lo chiamiamo leggere.
Ed è qui che la faccenda smette di essere una recensione strampalata e diventa qualcosa che riconosco benissimo, perché è la stessa identica cosa che succede sul cuscino. Ci sono meditazioni in cui i venti minuti passano lisci, e ci sono venti minuti in cui il tempo si impunta, si ingorga, non passa più — e non è perché la pratica sia diversa. È perché sono arrivata vicino a qualcosa.
Succede nelle conversazioni: parliamo velocissimi degli argomenti che non vogliamo attraversare. Succede nella giornata: sbrighiamo in fretta proprio le cose che meriterebbero attenzione. E succede nella lettura, con una differenza preziosa — che con un libro in mano il fenomeno si vede in modo pulito, misurabile, quasi impietoso. Un giorno contro tre giorni. Nero su bianco.
Non è un difetto della velocità. È un’informazione sulla velocità. Divorare non è peccato: vuol dire che quel libro non aveva niente da chiedermi, o che io in quel momento non avevo niente da portargli. Rallentare vuol dire che ho accettato l’invito.
L’esercizio della settimana · I genitori in prestito
Pensa all’ultimo romanzo che ti ha rallentata. Non il più bello: il più lento.
Prendi un foglio — carta, non telefono — e scrivi il nome del personaggio con cui ti sei fermata più a lungo. Poi una riga sola: che cosa avresti voluto dargli. Protezione, forse. O nutrimento, o una guida, o semplicemente qualcuno che gli dicesse che va bene così.
E poi la domanda vera, che si scrive sotto e si guarda in silenzio: quella cosa lì, a te, chi te la dà?
Se rispondere fa male, va bene lo stesso: è un male che sa dove sta andando. Ma se ti accorgi che è un peso troppo grande da tenere da sola, parlane con qualcuno di cui ti fidi — un terapeuta, un amico, chiunque possa starti accanto mentre lo guardi.
Poi, se ti va, portiamolo nel corpo, che è l’unico posto in cui queste cose si sistemano davvero. La pratica è breve e fa una cosa sola: darti tu quello che avresti voluto dare al personaggio. Non pensarlo — sentire dove nel corpo cambia qualcosa quando lo ricevi.
Alla fine delle mie due settimane ho fatto i conti e mi sono resa conto che di libri ne restano tre non aperti, il che per me è un miracolo di autocontrollo o un fallimento della programmazione, dipende dai giorni.
Ma la cosa che mi porto a casa non è la classifica.
È che fra undici giorni parto per un ritiro che si chiama *Genitori di sé stessi*, e che ho passato tutta la vacanza a prepararmi attraverso la narrativa senza sapere di farlo. Credevo di riposarmi. Stavo facendo i compiti. Una madre che se ne va, un padre irrecuperabile, una figlia che non si riesce a salvare, un nonno di cui non si parla: ho attraversato il programma del mio stesso ritiro un romanzo alla volta, sotto l’ombrellone, convinta di essere in vacanza.
E allora rovescio l’ultima cosa che credevo di sapere. Non è che la lentezza fosse resistenza. La lentezza era il lavoro. Sessantatré pagine al giorno è la velocità a cui una cosa si può fare per davvero — e non c’è modo di andare più in fretta, né sul libro né sul cuscino né in nessun altro posto.
Chi viene a Casa Cares la settimana prossima quindi lo sa: arrivo già ammorbidita, e con la biblioteca in valigia. Chi non viene può fare esattamente lo stesso lavoro con un romanzo e un divano, che costa meno e non richiede di alzarsi all’alba — anche se, a leggere Calabresi, forse alzarsi all’alba conviene.
E dato che siamo tra amici, un avvertimento pratico: spendete molto meno se mi invitate al ristorante che se mi invitate in libreria.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
