
C’è una domanda che arriva sempre nella stessa forma: possibile che incontri sempre lo stesso tipo di persona? Oppure: agli altri capitano cose nuove, a me sempre le stesse. È una domanda che sembra riguardare la sfortuna, e invece riguarda la memoria.
Cominciamo da lontano, da un riflesso che abbiamo alla nascita. I primati passano da un ramo all’altro, e la capacità di aggrapparsi è ciò che li tiene in vita. Noi non saltiamo più tra i rami, ma quel riflesso è rimasto — solo che si è spostato dalle mani alla mente.
Ecco come funziona. Ci innamoriamo, e all’inizio è tutto bello: quella persona tira fuori il meglio di noi, e noi il meglio di lei. Poi a un certo punto fa qualcosa che assomiglia a un evento del passato. Magari assomiglia molto, magari assomiglia solo per un dettaglio. E lì la mente si aggrappa: prende un ricordo e lo usa come appiglio per non cadere.
Il problema è che non ricordiamo per fotogrammi. Ricordiamo storie — con un protagonista, un antagonista, uno sviluppo. E quella storia diventa la base su cui costruiamo il significato di quello che sta succedendo oggi.
La memoria ha poi una seconda caratteristica: generalizza. E generalizza tanto più quanto più l’umore è basso. Quando stiamo bene notiamo la somiglianza e sospendiamo il giudizio — vediamo come va a finire. Quando stiamo male abbiamo fretta di arrivare a un significato sicuro, e diciamo: ecco, è come quella volta.
A quel punto il presente viene coperto dal passato, e cominciamo a comportarci come se la storia fosse già vera. Se divento sospettosa, trovo conferme al sospetto. E il mio comportamento spinge l’altro a diventare davvero più distante. La ripetizione non è il destino che si compie: è una storia già scritta in cui facciamo entrare qualcuno che non l’aveva scritta.
Qui si apre la distinzione che conta. Non tutto quello che chiamiamo aver imparato dal passato è apprendimento. Molto è difesa. E la difesa ha una base neurofisiologica precisa: deve essere veloce. La scimmia non può fermarsi a valutare se aggrapparsi o no, cadrebbe. Così noi, quando ci difendiamo, agiamo a scapito della capacità riflessiva. Non è che diventiamo dinamici — a volte la difesa è proprio l’irrigidirsi, il non muoversi — ma in ogni caso non stiamo pensando. Stiamo reagendo.
Ci sono tre condizioni che fanno scattare il salto al ramo.
La somiglianza, che può essere ingannevole: chi ha avuto il primo attacco di panico in autostrada avrà paura dell’autostrada, che con l’attacco di panico non c’entrava niente.
L’umore basso, che funziona come una rete a maglie strette: niente scivola via, tutto resta e diventa materiale per il rimuginio.
La memoria che generalizza, che classifica eventi diversi nella stessa categoria e li fa sembrare una serie.
E allora, cosa si fa al posto di difendersi? Ci si conforta. Che vuol dire una cosa molto concreta: esplorare la sensazione fisica del dolore e trovare un modo di stare accanto a sé mentre c’è. Serve a tre cose — dilatare il tempo prima di arrivare a un significato, sospendere il giudizio invece di prendere a prestito significati già pronti, e passare dalla modalità reattiva a quella riflessiva. Solo lì si può imparare davvero.
Ma c’è un avvertimento, ed è la parte che di solito non viene detta.
Se andiamo dritti al conforto senza aver prima riconosciuto i nostri schemi, quel conforto diventa pietismo. Diventa “mi succedono sempre le stesse cose, il mondo è brutto, io sono sfortunata”. È una falsa forma di conforto: alimenta tristezza e rassegnazione invece che trasformazione. Il conforto conforta davvero solo se riusciamo a stare nel dolore abbastanza a lungo perché emerga compassione.
Per questo il riconoscimento viene prima. Io posso dirti qual è il tuo schema — visto da fuori è più semplice — ma se non impari a riconoscerlo tu, resterai a dipendere da me per vederlo. Ed è esattamente il lavoro del protocollo MBCT: imparare a riconoscere e nominare gli schemi che accendono le nostre difese.
Un’ultima cosa, che riguarda chi a tutto questo storce il naso. Quando qualcuno dice io non sono tipo da mettermi la mano sul cuore, io le cose le capisco al volo, sta attivando una difesa anche lui — una difesa cinica, quella che liquida come infantile tutto ciò che è vulnerabile. Ma ciò che è vulnerabile è ciò che è disponibile a crescere.
E prima di confortarsi bisogna aprire, il cuore. Non funziona confortarsi a cuore chiuso. Per questo quando qualcuno mi dice no, quella pratica non la faccio, mi commuovo, io rispondo che la commozione è una buona notizia: è il cuore che ringrazia perché hai cominciato ad aprire. Che è l’esatto contrario del difendersi.
Quando ci difendiamo, teniamo fuori. Quando ci apriamo, portiamo dentro. Tu vuoi portare dentro o tenere fuori?
© Nicoletta Cinotti 2026 Questo articolo è un sunto della diretta di sabato 8 Agosto. Trovi la diretta completa qui
