
Quando ho pubblicato la frase “nessuno verrà a ripararti”, un’amica mi ha telefonato: «Ma sei impazzita? Ti ha dato fastidio il caldo? Cosa vuoi dire con questa frase?
Le ho risposto che è la frase più gentile che conosca. E che me la sono detta per la prima volta da adolescente. Non ero un’adolescente felice — anche per me è stata l’età delle passioni un po’ spericolate e un po’ tristi — e a un certo punto mi sono accorta di una cosa: stavo semplicemente aspettando. Aspettavo che i miei genitori capissero. Aspettavo che quel ragazzo che mi piaceva mi venisse a cercare. Aspettavo che la mia amica telefonasse, che arrivasse il momento giusto per andare via di casa. Avevo trasformato la mia adolescenza in una sala d’aspetto.
Poi ho scoperto che non l’avevo fatto solo io. Nel mio studio di psicoterapeuta incontro tantissime persone che passano la vita ad aspettare: che il marito le capisca, che il figlio cambi, che succeda quella cosa. E a volte — lo dico con tenerezza, perché le capisco e ci sono passata — aspettano l’ora del nostro appuntamento perché io le guarisca.
Da dove viene l’attesa
Questa posizione di attesa non è un difetto di fabbrica: è una memoria. Da bambini era giusta. Il neonato aspetta che la mamma porti il latte; la bambina aspetta di essere presa a scuola. C’è un’asimmetria naturale tra chi è piccolo e chi se ne prende cura — e quando chi doveva prendersi cura non l’ha fatto abbastanza, qualcosa resta aperto.
Diventiamo adulti, certo. Una parte di noi cresce sempre. Ma la nostra storia fa sì che dentro di noi restino anche parti che non sono cresciute: sono quelle che aspettano. Ogni volta che ci sorprendiamo in attesa — di un riconoscimento, di una telefonata, di un permesso — possiamo essere certi che a chiedere non è l’adulto che siamo, ma una parte rimasta piccola. E quasi nessuno, nella propria vita, ha avuto tutto ciò di cui aveva bisogno: i genitori sbagliano anche quando si mettono di buon impegno. Tutti arriviamo al mondo adulto con un’area di mancanza.
Davanti a quella mancanza facciamo, in genere, due cose opposte che hanno la stessa radice. C’è chi fa troppo: cerca qualunque soluzione pur di non sentire il dolore — un corso dopo l’altro, un percorso dopo l’altro. E c’è chi fa troppo poco: si mette in attesa che qualcuno arrivi a salvarlo. Un eccesso di azione, un eccesso di passività. Nessuna delle due strade attraversa la mancanza: entrambe la aggirano.
La restanza
C’è una terza via, e le ho dato un nome che ho preso in prestito da uno scrittore e portato in un territorio nuovo: la restanza . Praticare la restanza significa praticare tutto ciò che ci aiuta a restare di fronte alla difficoltà — sentire, invece di aspettare o di risolvere.
Qualcuno mi ha chiesto: ma che differenza c’è tra la restanza e la passività? Da fuori si assomigliano — in entrambe, apparentemente, non succede niente. La differenza è tutta interna: chi è passivo aspetta un salvatore. Chi è nella restanza sente — e non aspetta, perché sa che da quel sentire nasceranno il giusto movimento e la giusta direzione.
E c’è una cosa meravigliosa: se pratichiamo la restanza a sufficienza, a un certo punto, spontaneamente, senza bisogno di tanta teoria, nasce la self-compassion. Perché è quando sentiamo il dolore che possiamo attivare la tenerezza verso noi stessi. Se invece, appena sentiamo, scegliamo l’iperattività, arriva la voce critica (“ecco, vedi, dovevi…”); se scegliamo la passività, arriva la lamentela — povera me — e magari il biasimo verso chi non ha visto, non ha capito, non ha curato abbastanza. La restanza dice un’altra cosa, con gentilezza: non c’è un altro che verrà a salvarmi, come non c’è una soluzione che verrà a cambiare il mio passato. Ci sono io, e io posso stare con me.
Non c’è un treno giusto
Sotto la sala d’aspetto c’è un’idea precisa: che esista un momento giusto, una persona giusta, un treno giusto — e che se li perdiamo, non ci sia più niente da fare. Molte persone credono che se l’infanzia è stata disastrosa, ormai è fatta. È una visione distorta della vita, e anche ageista.
Lo so per esperienza. Sono stata per vent’anni in una società professionale che ho amato tantissimo, dove sono cresciuta fino a diventare didatta — e dove non andavo mai bene. Stavo lì, prendendomi le critiche, chinando la testa, studiando e lavorando per migliorarmi, perché evidentemente non bastavo. Sulla soglia dei sessant’anni mi sono detta: adesso basta con la strategia del miglioramento. Voglio praticare la restanza — rimanere con me, così come sono. E li ho salutati: a sessant’anni, col mio sacchettino, come i bambini, con le mie quattro cose. Una collega mi disse: «Ma ormai, dove vai a sessant’anni? Dovevi farlo a quaranta.» Ecco il ormai — la cattiveria che ci diciamo e che a volte ci dicono. Ma la mia crescita professionale è iniziata esattamente lì: quando ho smesso di aspettare che mi dicessero brava. Non me l’hanno mai detto. A un certo punto me lo sono detta io.
Come dice Robert Frost, ci sono sempre più strade — e la differenza la fa quella che scegliamo. O come piace dire a me: non c’è un treno giusto. Bisogna andare alla stazione. E prima o poi il treno arriva. O forse quel treno ci sta già aspettando.
Una piccola pratica, adesso
Puoi farla mentre leggi. Una mano sul cuore, un respiro, e una frase: vado bene così. Senti quante sfumature possono esserci in quelle tre parole: sono brava. Sono buona. So stare. Sono viva. Assaporo il momento presente, così com’è.
Se ti viene da piangere, come è successo a tante persone questa settimana, non è debolezza: è la prima volta che il corpo sente una frase che la mente conosceva già.
Questa settimana approfondisco tutto questo in tre post per chi è abbonato: le parti di noi che aspettano (e le sfumature del “vado bene così”), chi fa troppo per non sentire, e il misterioso passaggio dalla mente al corpo. E lunedì alle 8, come sempre, la pratica gratuita su Zoom.
Il ritiro Genitori di sé stessi — una cassetta degli attrezzi che vale per tutta la vita — è dal 26 al 30 agosto a Casa Cares: quota agevolata fino al 31 luglio, anche in tre rate. [link] mentre la diretta la trovi qui Nessuno verrà a ripararti (ed è una buona notizia) | La restanza
Con grazia, grinta e gratitudine, Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
PS: La parola restanza la prendo in prestito da Vito Teti, che l’ha coniata per chi resta nei luoghi che tutti lasciano — un restare che non è resa ma scelta. Io la porto in un altro territorio: la psiche. Restare con sé, quando tutto dentro vorrebbe aspettare o scappare.
