Mi sono raccontata che guardavo Envidiosa per esercitarmi in spagnolo. Poi: per le sedute di psicoterapia di Vicky, la protagonista. Poi: perché l’invidia è un sentimento raramente nominato, e quasi mai messo in un titolo, quanto coraggio ci vuole, in questi tempi, a chiamare una serie Invidiosa.
La verità è un’altra. Vicky non mi somiglia per niente. È giovane, argentina, single, ossessionata. Eppure parla di me.
Sono nata con la pettorina al posto del bavaglio. Figlia messa in gara da subito, in una famiglia dove i risultati erano la lingua dell’amore. Ho corso per anni davanti a una giuria di due persone — i miei genitori — convinta che bastasse arrivare al traguardo per sentirmi finalmente al sicuro. La giuria oggi non c’è più. Eppure continuo a competere. Continuo, stupidamente, a misurarmi con prestazioni che nessuno valuterà più. E mio fratello, che ha stravinto, continua a correre come se non si fosse accorto della vittoria. Perché quando hai corso così a lungo, la competizione diventa la vita. Non basta arrivare per fermarsi.
Ha un nome, questa malattia: sindrome da iper-competizione. E non si gioca sui campi sportivi, dove anzi la competitività ha senso, ha regole, ha un tabellone che dichiara chi ha vinto. Si gioca nell’unico luogo in cui non dovrebbe mai abitare: la famiglia. Si gioca lì perché lì non c’è nessun arbitro. Lì la gara non finisce mai.
Non è povertà. È scarsità.Vorrei fermarmi su una distinzione che ho capito dopo anni.
Possiamo provenire da una famiglia povera e aver sentito abbondanza. Possiamo non aver avuto la scarpa firmata, l’oggetto che gli altri avevano, il viaggio che non ci potevamo permettere e, tuttavia, aver sentito che avevamo un valore inestimabile: quello dell’amore ricevuto. Perché l’amore arrivava senza condizioni. Perché ci sentivamo viste. Perché qualcuno ci aspettava a casa con una minestra calda, e la minestra era senza secondi fini.
La scarsità è un’altra cosa. La scarsità è la sensazione che l’amore arrivi a condizione che tu prenda buoni voti. A condizione che tu compensi quello che i tuoi genitori non sono riusciti a essere. A condizione che tu vinca, e vinca ancora, e vinca per loro più che per te. La scarsità non è un dato economico. È un dato affettivo. Lascia un segno così profondo che spesso, da adulti, traduciamo la sicurezza interiore in sicurezza economica, e ci illudiamo che basti. Lavoriamo per non sentire più la fame di allora. Costruiamo per i nostri figli quello che a noi è mancato — e diamo per scontato che capiranno.
Ma bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. La sicurezza economica è una cosa, l’amore è un’altra. Se il nostro amore per i figli è condizionato dai loro risultati, loro sentiranno la stessa cosa che abbiamo sentito noi: che ci sono rivali ovunque, veri o presunti, e che bisogna competere per essere amati. Anche da chi ci ama già.
Come si cuce addosso una pettorina
La sindrome da iper-competizione nasce in tre modi, e quasi sempre nei primi anni di vita.
Nasce dal paragone usato come stimolo educativo — il fratello che è più bravo, il cugino che ottiene il massimo, la compagna di scuola che è un esempio. I genitori lo fanno credendo che il confronto ci spinga a dare il meglio. Sappiamo invece, oggi, che diamo il meglio di noi quando ci sentiamo al sicuro, non quando ci sentiamo misurate.
Nasce in famiglie dove i genitori stessi vivono nella scarsità — adulti cresciuti dovendo dimostrare, che ora, senza saperlo, trasmettono ai figli la stessa fame.
E nasce dalla preferenza tra fratelli. Quando percepiamo, anche solo percepiamo, che un genitore preferisce un altro figlio, attiviamo un istinto antico: l’istinto di chi sente che le risorse — l’amore — non basteranno per tutti. È lo stesso istinto che mille anni fa ci faceva contendere il cibo. Solo che oggi il cibo è l’amore, e il campo di battaglia è la cucina di casa.
Caino e Abele non sono un mito antico. Sono il mito che si rinnova ogni volta che un genitore, anche con le migliori intenzioni, fa sentire un figlio meno amato dell’altro.
Una sorella che non scrive poesie
Esiste un’altra possibilità, però. Lo so perché l’ha scritta Wisława Szymborska in una poesia che si chiama In lode di mia sorella.
È una poesia che fa esattamente l’opposto di quello che farebbe una famiglia iper-competitiva. La poetessa non gareggia con la sorella, non la sminuisce, non la usa per misurarsi. La elogia perché non scrive poesie. La elogia perché in casa sua non si parla di letteratura, perché il marito non scriverebbe mai un verso, perché in molte famiglie nessuno scrive poesie — e questa, dice Szymborska, è una salvezza. La poesia, scrive, a volte scende a cascate per generazioni, creando “gorghi pericolosi nel mutuo sentire”.
Sostituite “poesia” con “competizione” e avete descritto la mia famiglia. Forse anche la vostra. La competizione che scende a cascate per generazioni, che diventa la lingua naturale degli affetti, che crea gorghi in cui annegano le sorelle e i fratelli che avrebbero solo voluto sedersi insieme a tavola.
Szymborska, invece, va a pranzo dalla sorella. E sa che non le leggerà poesie. Trova minestre buone fatte senza secondi fini, un caffè che non si versa su nessun manoscritto perché lì manoscritti non ce ne sono. Quella sorella, che non scrive, è la sua ancora. È il luogo dove può finalmente smettere di essere una poetessa e tornare a essere semplicemente qualcuno che ha fame.
Pensateci. Una poetessa Premio Nobel scrive una poesia per ringraziare la sorella di non essere come lei. Di non gareggiare. Di esistere in una forma diversa, e per questo necessaria.
Ecco, io vorrei imparare a fare questo con mio fratello. Non vincere su di lui. Non perdere contro di lui. Lodarlo per essere diverso. Lasciare che le minestre siano minestre, e basta.
Dalla scarsità all’abbondanza
L’antidoto all’iper-competizione non è vincere meglio. È smettere di correre. Si comincia da due gesti piccoli e quotidiani: la gratitudine — riconoscere ciò che già abbiamo invece di inseguire ciò che ci manca — e la mudita, la gioia compartecipe per la fortuna degli altri, che è l’antidoto naturale all’invidia.
Quando sentite salire la competizione, fermatevi. Mano sul cuore, occhi chiusi. Immaginate davanti a voi la persona con cui state gareggiando — anche se è qualcuno che amate, anche se è una sorella, un fratello, un’amica — e dite in silenzio:
Il tuo successo non limita il mio valore. La tua gioia non mi sottrae nulla. Che la tua fortuna possa crescere.
Provate a sentire cosa succede nel petto mentre pronunciate queste parole. Spesso le prime volte arriva resistenza, fastidio, persino dolore. È normale. È il corpo che dice quanto è spessa, quanto è antica, la nostra competitività. Continuate. La pratica è un seme.
Restituire la pettorina
Mi accorgo, scrivendo, che questo pezzo l’ho cominciato parlando di Vicky e l’ho continuato parlando di me. È così che si scopre l’iper-competizione: non in una serie televisiva, ma nel momento in cui ci accorgiamo che il personaggio che ci sembrava lontanissimo è in realtà un nostro travestimento.
La giuria dei miei genitori non c’è più. Ci sono ancora io — che ogni mattina, quando mi siedo sul cuscino, provo a togliermi una pettorina che mi è stata cucita addosso prima ancora che imparassi a parlare. A volte ci riesco per cinque minuti. A volte solo per uno. Una volta, recentemente, per una mezz’ora intera. Ho pianto.
Pratico ogni giorno solo per questo: per imparare a smettere di competere e ad amare semplicemente la mia vita di perdente. Che, a guardarla bene, perdente non è.
E voi? Davanti a quale giuria state ancora correndo?
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
«Se i bambini vivono con la gelosia, imparano a provare invidia.»
— Dorothy Law Nolte
© Nicoletta Cinotti 2026 Il programma di Mindful self-compassion
