Tre giorni per attraversare i cinque pilastri dell’invecchiamento consapevole
Quando si entra nel ritiro, si lascia qualcosa fuori. Non sono solo telefoni e orologi. È qualcosa di più sottile: l’urgenza, la performance, l’idea che dobbiamo essere sempre in un certo modo per essere accettabili.
Ottobre, inizio autunno. Sedici persone che hanno attraversato i dieci incontri online e ora scelgono di incontrarsi davvero, non più attraverso schermi. Di guardarsi negli occhi. Di stare insieme nel silenzio e nella parola, nella pratica e nella condivisione.
Il tema era chiaro fin dall’invito: lavorare sui cinque pilastri dell’invecchiamento consapevole. **Confini. Nutrimento. Accettazione. Saggezza. Compassione.** Cinque parole che sembrano semplici, ma che quando le attraversi con il corpo e il cuore rivelano abissi e tesori che non immaginavi.
Primo giorno: Il futuro che ci spaventa (e ci libera)
Perché partiamo dal futuro?
La prima domanda quella sera di venerdì è stata disarmante: *cosa ti aspetti per il futuro?*
Il silenzio che è seguito era denso. Qualcuno ha parlato di preoccupazione. “Il futuro è la vecchiaia, e io non mi sono stupita,” ha detto una donna. Un’altra: “Quando uno è giovane il futuro è pieno di tante cose. Ho paura di avere poche cose.”
Ma perché partire dal futuro invece che dal presente, che è il territorio naturale della mindfulness?
La risposta è arrivata dalle condivisioni stesse. **Il fulcro dell’età è il futuro.** La qualità del futuro cambia quando invecchiamo. E mindfulness non è solo assaporare il momento presente – è anche lungimiranza. Dedalo attraversò il mar Mediterraneo perché aveva lungimiranza.
“Se mindfulness è solo il presente diventiamo terrapiattisti,” ho detto. E qualcuno ha riso, ma era una risata di riconoscimento. Sì, c’è un bisogno vitale di dilatare il presente. Ma dimenticare che l’incertezza fa parte di qualsiasi momento della vita – e che il futuro richiede scelte consapevoli oggi – è pericoloso quanto vivere solo proiettati in avanti.
I tre cerchi del tempo
La meditazione guidata ci ha portato a viaggiare attraverso passato, presente e futuro.
Il **passato** come biblioteca piena di scaffali – non negare i libri che contengono pagine difficili, ma cercare anche i volumi con i doni nascosti: resilienza, saggezza, forza.
Il **presente** come unico spazio dove puoi davvero agire. “Questo momento presente è il tuo punto di potere. È da qui che puoi scegliere. Non è perfetto, ma è reale.”
E il **futuro** come campo di possibilità, prato in primavera. “Quali semi vuoi piantare oggi? Quali intenzioni vuoi coltivare?”
Dopo la pratica, la condivisione è stata intensa. Una partecipante ha parlato del contrasto: “Sento con il corpo l’ansia e sento l’incertezza. Abbiamo bisogno di dilatare il presente perché il futuro è incerto. Ma nello stesso tempo è vero che ogni compleanno ci parla non solo del passato ma anche del futuro.”
Un’altra ha portato la dimensione collettiva: “Sono proiettata sul guardare quello che succede e ho colto una dimensione di preoccupazione generale soprattutto per le persone di una certa età. La situazione mondiale. Il mio futuro è legato a quello.”
E qui abbiamo toccato qualcosa di essenziale: **l’invecchiamento non è mai solo personale. È politico, è collettivo, è interconnesso con il destino del mondo che lasciamo.**
Gli atteggiamenti verso il tempo che ci danneggiano
Ho portato la ricerca di Zimbardo sui sei atteggiamenti rispetto al tempo. Due sono particolarmente pericolosi quando invecchiamo:
**L’atteggiamento troppo ancorato al passato** – quello del “ai miei tempi…”. Aumenta gli aspetti depressivi, ci blocca nel confronto nostalgico con ciò che è stato.
**L’atteggiamento fatalistico del presente** – il “ormai… cosa possiamo fare?”. È l’opposto della lungimiranza. Appiattisce il nostro senso di responsabilità. Ci fa arrendere prima ancora di provare.
“Bisogna stare con la quota di ansia che ci permette di essere svegli,” ho detto. Non tutta l’ansia è tossica. Quella giusta ci tiene vigili, ci spinge a scegliere, ci ricorda che abbiamo ancora potere.
Le persone della nostra vita: treni, lucciole, alberi
La sera, prima di lasciarci a cena, abbiamo letto insieme la poesia di Giovanna Mulas sulle persone che attraversano la nostra vita.
*Ci sono persone che nella nostra vita sono soltanto di passaggio. Ecco, queste persone sono treni che passano, e prima o poi arrivano, ti sfiorano e forse t’investono lasciandoti i pezzi di ciò che eri. E liberandoti un posto nello scompartimento per ciò che sarai.*
**Le persone-treno:** con cui fai un viaggio intenso ma poi uno scende. Si condivide un percorso, ma il loro viaggio non finisce con noi.
**Le persone-lucciola:** incontri luminosi, bellissimi, ma poi non ci si rivede più. Magari ci si rincontra dopo anni e fa piacere, ma sono incontri spezzettati.
**Le persone-albero:** quelle che credi avere per sempre. Non sono solo fuori, sono dentro. Diventano parte di te. Sono le radici.
Durante la pratica serale di Metta, qualcuno ha pianto. Non di tristezza, ma di riconoscimento. Sì, ci sono state persone-albero nella mia vita. E alcune le ho perse. E tuttavia, le porto ancora dentro.
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Secondo giorno: Lo stormo che diventiamo
Le qualità che non vogliamo far rimpicciolire
Il sabato mattina abbiamo aperto con una domanda potente: *quale è la tua qualità unica? Quella che vuoi portare qui, nel gruppo? Quella che non vuoi permettere che la vita rimpicciolisca?*
Invecchiando diventiamo più piccoli per gravità – è un fatto fisico. Ma a volte facciamo la stessa cosa con le qualità interiori. Ci identifichiamo con delusioni e fallimenti invece che con le nostre capacità.
La condivisione di gruppo è stata un fiorire di qualità:
“Fine della pazienza – è viziante sia per gli altri che per se stessi.”
“Stupirmi.”
“La capacità di sorprendermi, guardare al mondo come quando ero piccola.”
“Semplicità e trasparenza.”
“Vivere con leggerezza, fuori dalla paura.”
“Energia di portare persone in un percorso di crescita.”
“Generosità, tenerezza.”
“Tenacia morbida.”
“Tenacia seria e giocosa.”
E qualcuno ha detto: “Mancanza di qualità. Forse coraggio.” L’onestà di riconoscere che c’è qualcosa che vuoi coltivare ma non ce l’hai ancora. Questa è già saggezza.
Perché lo stormo e non l’aquila
“A volte si pensa di voler essere un uccello solitario,” ho detto. “Ma quelli che fanno lunghi viaggi sono uccelli migratori che si spostano in stormi. Da giovani si può fare l’aquila, ma il futuro appartiene agli stormi, alla collettività, a coloro che mettono a disposizione degli altri la loro qualità unica.”
Le rondini – piccoli uccelli – percorrono distanze enormi proprio perché non sono sole. Volano in formazione, proteggendosi a vicenda dalle correnti, risparmiando energia, arrivando più lontano insieme.
Non è poesia. È sopravvivenza. È intelligenza collettiva. Ed è quello di cui abbiamo bisogno quando invecchiamo.
I confini che cambiano (e ci nutrono)
Abbiamo lavorato sui confini come pratica di autocompassione. Mettere dei confini significa rimanere in contatto con situazioni difficili senza rimanere invischiati in dinamiche di dolore.
“Trovare un equilibrio tra due estremi: il risentimento e il senso di colpa,” ho spiegato. “Quando permettiamo che gli altri non rispettino i nostri confini cadiamo nel risentimento. Quando mettiamo troppo i nostri confini possiamo cadere in senso di colpa.”
La chiave è mettere attenzione a ciò che ci nutre. I confini diventano allora come il nostro senso di sazietà. Quando ho mangiato abbastanza? Quando una relazione mi nutre e quando invece mi prosciuga?
E poi c’è l’altro modo: lasciar andare. Le cose non sono mai esattamente come vorremmo. Quello che accade spesso non dipende dalla nostra volontà. Possiamo controllare le nostre azioni, non sempre i risultati.
La pratica di Naikan: dare, ricevere, danneggiare
Nel pomeriggio abbiamo fatto la pratica giapponese del Naikan, che ruota intorno a tre domande apparentemente semplici:
**Cosa ho ricevuto?**
**Cosa ho dato?**
**Che dolori o guai ho causato?**
Non è una pratica di giudizio ma di onesta osservazione. Il Naikan ci insegna che siamo tutti interconnessi e che la nostra vita è stata sostenuta da innumerevoli atti di gentilezza, spesso non riconosciuti.
Ci siamo concentrati sulla fase della maturità e responsabilità (35-60 anni) e sulla fase della saggezza e integrazione (60+ anni). Per molti è stato doloroso riconoscere le negligenze familiari, gli errori di leadership, le relazioni trascurate, lo stress trasmesso ad altri.
Ma non si tratta di senso di colpa. Si tratta di riconoscimento onesto della realtà dell’interdipendenza. Solo quando vediamo chiaramente possiamo scegliere diversamente.
Accettazione e il suo opposto feroce
Nel pomeriggio abbiamo affrontato un tema difficile: cosa succede quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti? Quando ci sono ostacoli che non dipendono dalla nostra volontà?
“Quale è l’opposto dell’accettazione?” ho chiesto.
Le risposte sono arrivate a raffica: rifiuto, resistenza, negazione, ostinazione, fuga, rabbia, rancore.
“Va corretta la nostra non accettazione?”
No. Va accolta. Consolata. È parte di un cammino. Dietro c’è un dolore che ha bisogno di conforto. Dobbiamo esplorarlo, non combatterlo.
Lottare contro qualcosa che non possiamo cambiare non fa altro che rafforzare la resistenza. È un circolo vizioso che ci esaurisce.
Ho letto la poesia sulla sciarpa:
*Fare una lunga sciarpa che ti tenga caldo che ti protegga che ti dia un nome. Fatta di fili diversi in stagioni diverse in momenti felici in momenti difficili. È una sciarpa lunghissima fatta di soluzioni risposte abitudini. Poi ad un certo punto non sai perché inizi a disfarla tagli i fili. Disfi ciò che hai costruito in una vita e questa ti sembra l’unica costruzione possibile. Perché l’amore è essere senza soluzioni. La soluzione è amare la vita così come essa è.*
Il silenzio che è seguito era pieno.
La pratica degli sguardi e del Tonglen
Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una pratica che molti hanno trovato tra le più difficili e preziose: guardarsi negli occhi a coppie, in silenzio. Un minuto per volta, alternando partner.
“Guardarsi non è facile, non ci conosciamo,” ha detto qualcuno dopo. Un’altra: “Un lato diverso dall’altro. Sguardo diverso tra inizio e fine.”
L’esercizio aveva l’intenzione di misurare la capacità di stare in contatto. Lo sguardo è un attivatore di compassione o di difesa. Quando troviamo il dolore – nostro o dell’altro – togliamo lo sguardo.
Poi abbiamo praticato il **Tonglen**: la meditazione tibetana in cui respiri il dolore e espiri compassione. Non è una pratica facile. Va contro ogni istinto di evitare la sofferenza.
“Qualità del Tonglen,” ha detto qualcuno dopo. “Quando c’è un dolore ci insultiamo, invece nel Tonglen ‘tocco e vado’.”
È come dice Thich Nhat Hanh: tocchiamo il dolore come una farfalla. Tocchiamo e andiamo. Non ci installiamo nel dolore, ma non lo evitiamo neanche.
Una partecipante ha condiviso: “Prima non veniva niente, poi è venuto fuori: hai perso il tuo sé, la tua essenza. Poi è andata sulla compassione come trasformazione. Il pianto si è trasformato in un’emozione di accoglienza. Empatia e compassione per me stessa, forse per la prima volta.”
Parlare al dolore come a un cane randagio
La sera ho letto la poesia di Denise Levertov:
*Ah, dolore, non dovrei trattarti
come un cane randagio
che arriva alla porta sul retro
per una crosta, un osso spolpato.
Dovrei fidarmi di te.*
*Dovrei invitarti a entrare in casa
e darti un angolo tutto per te,
una logora stuoia su cui sdraiarti,
una ciotola per l’acqua.*
*Pensi io non sappia
che da un po’ vivi sotto il mio portico.
Desideri che il tuo vero posto sia pronto
prima che arrivi l’inverno.*
*Hai bisogno di un nome,
collare e targhetta.
Il dolore vuole avere il diritto
di allontanare gli estranei,
di considerare tua la casa.
E tu il suo custode.*
Abbiamo parlato di tre distinzioni utili per la pratica:
**Stanchezza come resistenza** – quando senti stanchezza, chiediti: a cosa sto resistendo?
**Riconoscere la sopraffazione** – se la pratica è troppo oltre la tua finestra di tolleranza, fermati. Questo è prendersi cura di sé.
**La zona della sfida** – tra la comfort zone e la sopraffazione c’è la zona della sfida. È lì che cresciamo. Ma se entriamo nella sopraffazione dobbiamo dire “basta” e radicarci: contatto con il corpo, ascolto dei suoni, presenza.
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Terzo giorno: Portare dentro ciò che vediamo fuori
I ritorni di fiamma che guariscono
La domenica mattina qualcuno ha raccontato un sogno: la casa dei genitori bruciava, era rimasta chiusa in bagno ma poteva uscire dalla finestra. I figli erano in casa ma al sicuro.
Abbiamo parlato di **ritorni di fiamma** – quella irrequietezza che emerge durante le pratiche profonde. Non è un problema. È una possibilità di guarire qualcosa che era rimasto non curato.
“Si usa la metafora dei vigili del fuoco,” ho spiegato. “Quando c’è un incendio in una casa bisogna fare attenzione ad aprire altre porte. Possono esserci ritorni di fiamma. Ma va bene perché possiamo guarire quello che riusciamo a sentire. Pensarlo non vuol dire guarirlo. Basta non tornare alla sopraffazione.”
Una partecipante ha condiviso: “Ieri nella pausa pranzo ho sentito che qualcosa si era messo in moto. È ritornato in mente un film vecchio che ho appena rivisto con gli occhi dell’adulta. Le è rimontata la nostalgia per un periodo della vita che le sembrava sistemato. Poi le sono venute in mente le cose che allora non andavano. Il titolo che possiamo dare adesso è: ‘Come eravamo, tutto bello ma sta bene là dove sta’.”
Persone treno, lucciole, alberi: il passaggio dentro
Abbiamo ripreso la poesia della sera prima per andare più a fondo. Le persone treno e le lucciole rimangono fuori. Ma le persone albero rimangono dentro, diventano parte di noi. Ci insegnano ad essere alberi.
“Questo passaggio dall’esterno all’interno è importante,” ho detto. “C’è tantissimo che cerchiamo fuori ma il vero mondo è dentro.”
Gli alberi sono più longevi degli animali perché non si possono spostare. Gli animali scappano e hanno un grande stress. Siamo gazzelle e siamo alberi.
**Gli alberi sono modulari.** Hanno un tronco ma anche radici, rami, foglie. Possono perdere un ramo grande ma continuano a crescere. Quando perdiamo una persona importante, possiamo perdere un ramo grande ma possiamo continuare a crescere.
Portiamo la persona dentro di noi. È il ritiro delle proiezioni. L’invito che ci fa il cuore è di portare dentro quello che vediamo fuori. Non appartiene più agli altri e neanche appartiene solo a noi. Il nostro cuore diventa vasto come il mondo.
La saggezza attraverso la disidentificazione
Nel lavoro finale abbiamo esplorato come si coltiva la saggezza. Una delle chiavi è la disidentificazione.
**Prima forma: disidentificazione dai pensieri.** Non sono i miei pensieri. Sto pensando. Ma io non sono i pensieri.
**Seconda forma: disidentificazione dalla persona.** “Se mi arrabbio con qualcuno che amo mi diventa difficile validare la rabbia,” ho spiegato. “Ma se tolgo l’energia della persona e rimango con l’energia della rabbia, posso non coinvolgere l’altro. Questo mi permette di validare il mio diritto a provare quell’emozione.”
È particolarmente importante con i genitori. Ci hanno fatto male ma ci hanno anche fatto bene. Rimaniamo invischiati in questa ambivalenza. Se stacco il sentimento dai genitori ed esploro l’emozione “ho sentito male”, posso validarla e lasciarla andare.
“Se non stacco l’emozione,” ho continuato, “passo dalla vendetta al senso di colpa. Li punisco poi mi sento in colpa e faccio qualcosa che non soddisfa un mio bisogno. E vado avanti negando il mio bisogno. Questa cosa è reciproca. Tutto diventa un ingigantimento.”
Il corpo come strada di saggezza
Nelle mattine del ritiro abbiamo fatto lavoro corporeo. Non è decorazione. È fondamentale.
“Il corpo funziona malgrado le contrazioni,” ho spiegato. “Le contrazioni che tagliano il respiro sono circolari, non longitudinali.” Lavorare sull’arco e il grounding – la base – amplia il sentire e abbassa il pensare.
La lungimiranza fa parte della saggezza. Davanti alle scelte ragioniamo con la testa. Ma per coltivare la lungimiranza, immagina di fare una scelta A o B facendo attenzione a cosa dice il corpo. Le sensazioni di pancia. La lungimiranza non è previsione – è sentire cosa dice il corpo.
Il manifesto dello stormo
Nell’ultimo giro di condivisione abbiamo costruito insieme il manifesto dello stormo che invecchia:
– Reinventarsi sempre
– Divertirsi
– Non perdersi di vista
– Cambiare ruoli
– Fluire nell’essere insieme
– Distanza giusta
– Rispetto per le diversità
– Non avere paura di rimanere sospesi nel vuoto
– Non IO, ME, MIO
– Imprinting del non verbale
– Armonia di intenti
– Costruire qualcosa insieme
– Legittimarsi, darsi il permesso, ammorbidire
– Coltivare il seme della gioia ribelle
“Cultura assolutamente giovalinistica,” ha detto qualcuno. E tutti hanno riso. Non era un errore di battitura ma un neologismo perfetto: gioviale + vitalistica.
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L’ending che è un inizio
Ho letto la poesia di Pat Schneider sull’arte della fine:
*L’inizio della fine è un inizio.
La fine di qualsiasi cosa può essere un’arte.
Rinunciare all’avidità, alla brama di vincere
è la parte più difficile.*
*Per essere un artista della fine
bisogna lodare non solo ciò che è stato prima,
ma anche ciò che verrà.*
*Il fatto di finire è di per sé sorprendente;
le linee che la definiscono non vengono mai tracciate.
La fine può essere la completezza del cuore.*
Qualcuno ha chiesto: “Ma non serve il senso di colpa?” riferendosi al lavoro fatto con il Naikan, alla consapevolezza del dolore che abbiamo causato.
“No,” ho risposto. “Se per muovere uno stormo dobbiamo fare l’uccello solitario, va bene. Il senso di colpa ci paralizza. La consapevolezza ci libera.”
E poi abbiamo chiuso con la poesia di Pádraig Ó Tuama sul sé compassionevole:
*Non sono la somma di tutti i miei errori,
né il prodotto dell’odio degli altri.
Sono una storia in divenire,
una sinfonia ancora in composizione.*
*Non sono definito dalla mia sofferenza,
né limitato dalle mie ferite.
Sono un guaritore, un riconciliatore,
un portatore di pace al mio cuore.*
*Non sono perfetto,
ma sono degno di amore e compassione,
sia da parte mia che dagli altri.*
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Tre giorni che non finiscono. Perché ogni fine è un inizio. E lo stormo continua il suo volo.
© Nicoletta Cinotti
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