Ogni emozione è fonte di informazioni su di noi e sulla nostra relazione con il mondo. Nessuna, più della tristezza, è capace di attivare i processi riflessivi. Se la rabbia è una emozione che porta fuori, verso il mondo esterno, la tristezza è un’emozione che porta dentro, verso il mondo interno. Forse è la tristezza il primo sentimento che aiuta a domandarci “come mai mi sento così?” e nel suo essere intima ci permette di comprendere molti aspetti del nostro carattere e della nostra vita interiore.
Non ha buona fama perchè spesso è associata ad una perdita – reale o percepita – concreta o immateriale. Eppure senza questa emozione probabilmente le più belle pagine della nostra narrativa non sarebbero mai state scritte. Perchè la tristezza, con la sua dimensione di interiorità, è anche un alimento dei processi creativi. Il problema è che la tristezza tende a ristagnare e ad occupare spesso uno spazio più grande del necessario perchè può trasformarsi in un umore un troppo basso.
Cosa fare se la nostra tristezza dura troppo a lungo? Cosa fare se, da un sentimento di tristezza, corriamo il rischio di passare ad un tono depresso?
Per strano che possa sembrare c’è un legame elettivo tra rabbia e tristezza: le persone che si arrabbiano troppo, spesso lo fanno perchè temono la tristezza e, viceversa, le persone che tendono alla tristezza evitano di esprimere la loro rabbia. Così, per quanto possa sembrare paradossale, un po’ di assertività è il miglior antidoto per la tristezza. Fare qualsiasi attività che muova energia – dall’attività fisica in palestra alle pulizie di casa, qualsiasi attività che porti all’esterno, dal cinema ai concerti, può essere un buon modo per riequilibrare la tristezza che tende a ristagnare. Attenzione però, quando si è tristi non si desidera niente (o meglio si desidera solo quello che si è perduto) e si tende ad accondiscendere a questa mancanza di desiderio. Sarebbe un errore: la mancanza di desiderio fa crescere e ristagnare la tristezza ed è un sintomo legato all’umore: non bisogna seguire questa sensazione. Farlo peggiorerebbe solo le cose.
Visto che rabbia e tristezza hanno un legame elettivo a volte formano un nucleo interiore in cui sono fuse insieme: danno così vita alla protesta. Una delle emozioni più ristagnanti del creato. Chi protesta lo fa, in teoria, per cambiare le cose, ma siccome la protesta emotiva è sempre relativa a qualcosa che è già avvenuto e che è, proprio per questo, immodificabile, protestare alimenta solo un senso di impotenza e inutilità. E siccome la protesta sta scritta nel corpo, in bioenergetica lavoriamo molto per liberare la protesta nascosta dentro di noi. Questo è quello che io chiamo radical self expression!
Quindi, riassumendo, la migliore strategia con la tristezza stagnante è:
- fare qualcosa di attivo che permetta di mitigare la tristezza con il movimento e non con comfort food, sigarette e/o alcool
- darle espressione e trovare un modo per concludere. Dietro ogni fine c’è un nuovo inizio
- se si è formato un nucleo intrecciato di rabbia e tristezza, libera il corpo da questa forma di protesta.
Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce. Lev Tolstoj
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2026 Abbracciare se stess*
Stasera alle 20 ci sarà l’incontro con Valerio Grutt su zoom. È un incontro gratuito aperto a tutti (non solo per addetti ai lavori non solo per chi fa parte del gruppo di Mindful aging). Clicca qui per iscriverti e partecipare

Ho condiviso la storia della mia bambola, spelacchiata dal troppo amore e molti altri hanno trovato la loro storia del giocattolo tanto amato da diventare vecchio eppure ancora amatissimo. Come nella favola del Coniglio di Velluto di Margery Williams: “Quando sei Vero non ti importa se fa male… In generale, nel momento in cui sei Vero, la maggior parte del tuo pelo se n’è andata per il troppo affetto“. Questo è il bodhicitta buddhista – quel “cuore risvegliato” che è come una ferita aperta, la nostra capacità innata di amare e provare compassione.
Abbiamo esplorato lo spettro dei confini:
Chiudo con l’immagine del gomitolo nelle mie mani. Non è il filo del destino che ci lega inesorabilmente, ma il filo che scegliamo di tessere, momento per momento. Rappresenta il potere di creare connessioni autentiche, non automatiche. Il piacere non di controllare o essere controllati, ma di danzare insieme nell’incertezza.

