
Anni fa, quando tenevo ritiri in una casa al limitare di un bosco ligure, c’era un signore che abitava lì vicino. Un uomo con un fortissimo senso della proprietà. Era convinto che il bosco – e quindi anche i funghi – fossero suoi.
Con chirurgica precisione, tagliava le gomme delle auto di chi osava parcheggiare lì per andare a funghi. Non le gomme delle persone del posto, solo quelle dei “foresti”. E diceva: “Io sono uno rispettoso.”
Non coglieva l’evidente contraddizione. Non la coglieva perché aveva un fortissimo senso dei confini, tanto forte da renderlo cieco. Era lui il depositario del confine tra giusto e sbagliato.
Questo signore potrebbe sembrare molto diverso da noi. Non lo è.
La corazza che diventa prigione
Anche noi, spesso senza accorgercene, ci arroghiamo il diritto di stabilire dove finisce il nostro spazio e dove inizia quello dell’altro. A volte con troppa rigidità, altre volte con troppa porosità.
Quello che in psicologia chiamiamo “forza di carattere” corrisponde, in termini bioenergetici, a un confine dell’Io spesso e inflessibile. Wilhelm Reich parlava di “corazza muscolare” – quella struttura che ci dà senso di identità ma che può diventare anche una prigione.
Come i polmoni che, se perdessero flessibilità, ridurrebbero la nostra possibilità di respirare, così i nostri confini – quando sono troppo rigidi – ci fanno sentire soffocati. Limitano il nostro potenziale di crescita.
Il dolore che non si fa consolare
Sapete dove incontriamo davvero questa rigidità? Negli errori. Quando sbagliamo.
Ricordo ancora le parole di una madre dopo la tragedia del Clubbing di Ancona: “Non consolatemi, sono una cretina, non avrei dovuto lasciarlo andare.”
Uno schiaffo a se stessa nel momento di un dolore sordo e terribile. Troppo carattere per perdonarsi di qualcosa che non poteva sapere. Questo è un confine rigido: il confine tra noi e il perdono.
I due protettori interni
Quando soffriamo, metaforicamente, ci dividiamo in tre: la parte che soffre e le due parti che cercano di prestare soccorso.
**Il protettore pro-attivo** è focalizzato sul funzionare, sull’essere sempre preparato. Crea confini molto definiti: “Devo essere forte. Non posso permettermi di crollare.”
**Il protettore reattivo** si comporta come un vigile del fuoco in emergenza perpetua. Crea confini emergenziali: “È tutto o niente. Devo difendermi subito.”
Entrambi, a modo loro, irrigidiscono i nostri confini fino a trasformarli in muri.
Il confine tra cura e pratica: quando la mindfulness non basta
Nella mia vita cambio diversi cappelli – psicoterapeuta, insegnante di protocolli mindfulness, scrittrice. Questa prospettiva multipla mi permette di vedere una confusione dannosa: quella tra gli effetti terapeutici della mindfulness e gli scopi terapeutici della psicoterapia.
È come vedere uccellini che non trovano più la finestra per uscire dal solaio dove si sono infilati in cerca di tepore. Sbattono contro vetri invisibili, sempre più stanchi e confusi.
Quando è necessaria la psicoterapia?
La valutazione non va fatta sulla gravità oggettiva della situazione ma su quella soggettiva. Ci sono persone che si sentono sopraffatte in situazioni apparentemente gestibili e altre che reggono anche tempeste emotive violente.
Questa differenza dipende dall’integrità dell’Io – tanto più il nostro sviluppo è stato buono, tanto più abbiamo una naturale capacità di tollerare le difficoltà.
Tre livelli di difficoltà:
1. **Gestibile**: Anche di fronte a eventi dolorosi, mantieni la capacità di pensare, riflettere, prenderti cura di te
2. **Sfidante**: È difficile ma riesci ancora a mantenere la padronanza sui tuoi impulsi e a produrre pensieri riflessivi invece che pura ruminazione
3. **Sopraffacente**: Non riesci a organizzare i pensieri, le emozioni sono troppo intense, entri nell’imbuto dell’esaurimento dove elimini tutto ciò che non è strettamente necessario
L’inversione della mindfulness
Attenzione: la mindfulness può dare conforto immediato ma inverte tutte le strategie di evitamento. Invece di scappare da quello che ci fa paura, ci invita – ben preparati – ad andargli incontro e guardarlo negli occhi.
C’è una storia buddhista che lo illustra bene. Il Buddha mandò dei praticanti a meditare in un bosco abitato da demoni. Quando tornarono chiedendo di cambiare posto, il Buddha disse: “No, tornate lì con la pratica di Metta come antidoto. I demoni che incontrerete non sono negli alberi – sono dentro di voi.”
Se siamo già sopraffatti, i nostri demoni interni potrebbero vincere. Non è quello il momento di fare mindfulness da soli. È il momento della psicoterapia.
Il confine della competenza
Chi stabilisce questo confine? Prima di tutto noi stessi, con onestà. Poi l’insegnante di mindfulness, che dovrebbe saper riconoscere quando indirizzare alla psicoterapia.
La mindfulness può essere un’ottima integrazione della psicoterapia e un buon modo per concluderla, quando siamo diventati autonomi. Ma deve venire al momento giusto – quando possiamo rispondere alla domanda: “Di che cosa ho veramente bisogno in questo momento?”
La mappa di Nedra Glover Tawwab: una guida pratica
La terapeuta americana Nedra Glover Tawwab, autrice di “Impara a dire no” ha studiato per anni come i confini impattano le nostre relazioni. Il suo approccio è prezioso perché molto pratico – ci aiuta a fare chiarezza quando diciamo genericamente “ho un problema con i confini” senza sapere di quale confine stiamo parlando.
I sei territori dei confini
Nedra identifica sei tipi di confini, e spesso non siamo consapevoli di quale viene violato quando ci sentiamo a disagio:
1. Confini fisici
Riguardano il nostro corpo, lo spazio personale, la privacy fisica. Qualcuno che ti abbraccia senza chiedere. Qualcuno che entra in casa tua senza bussare. Qualcuno che legge i tuoi messaggi sul telefono. O anche: quanto spazio fisico hai bisogno quando parli con qualcuno? C’è chi ha bisogno di molto spazio e chi di meno.
*Esempio dal mio studio*: Una paziente che permetteva alla suocera di riordinare i suoi cassetti “per aiutare”. Confine fisico violato che la faceva sentire invasa, ma non riusciva a identificare perché si sentisse così arrabbiata “per un gesto gentile”.
2. Confini emotivi
Il diritto di avere le nostre emozioni senza che qualcuno ci dica come dovremmo sentirci. Qualcuno che dice “non dovresti sentirti così” o “stai esagerando”. Qualcuno che si arrabbia quando esprimi un’emozione che non gli piace. O qualcuno che scarica su di te tutte le sue emozioni senza chiederti se hai lo spazio per accoglierle.
*Il test di Nedra*: Se tua madre è triste, tu DEVI essere triste? Se tuo figlio è ansioso, tu diventi automaticamente ansioso? Questi sono confini emotivi porosi.
3. Confini temporali
Come usiamo il nostro tempo, quanto ne dedichiamo agli altri versus a noi stessi. Qualcuno che si aspetta che tu sia sempre disponibile. Qualcuno che ti chiama a qualsiasi ora. Il capo che ti manda email nel weekend aspettandosi risposta immediata.
*La verità scomoda*: I confini temporali includono anche il diritto di avere tempo per non fare niente. Non tutto il tuo tempo deve essere produttivo o dedicato agli altri.
4. Confini materiali
I nostri beni, il denaro, le nostre cose. Qualcuno che prende in prestito e non restituisce. Qualcuno che si aspetta che tu paghi sempre. L’amica che usa il tuo abbonamento Netflix senza contribuire.
*Domanda chiave*: Quanto sei disposto a condividere? Con chi? A quali condizioni? Non c’è una risposta giusta – c’è la TUA risposta.
5. Confini intellettuali
Il rispetto per i nostri pensieri e opinioni. Qualcuno che ridicolizza le tue idee. Qualcuno che ti interrompe continuamente. Qualcuno che deve sempre avere l’ultima parola. Il diritto di avere opinioni diverse senza essere attaccato.
6. Confini sessuali
Il consenso, il rispetto dei tuoi desideri e limiti nell’intimità. Un territorio delicatissimo dove confini deboli possono creare traumi duraturi.
Lo spettro dei confini: da porosi a rigidi
Nedra ci aiuta a vedere i confini come uno spettro, non come categorie fisse:
Confini porosi (troppo aperti)
– Dici sì quando vorresti dire no, poi ti senti risentito
– Condividi informazioni intime con persone che conosci appena
– Ti senti responsabile della felicità degli altri (“Se lui sta male, devo risolvere io”)
– Dipendi dall’approvazione altrui per sentirti okay (“Se lei mi approva, allora vado bene”)
– Accetti comportamenti che ti feriscono per evitare conflitti
– Ti giustifichi all’infinito quando provi a dire no
– La tua identità si fonde con quella degli altri
Il corpo con confini porosi: Spalle curve come per occupare meno spazio, difficoltà a dire no anche fisicamente, sempre in posizione di acquiescenza.
Confini rigidi (murati)
– Eviti l’intimità per paura di essere ferito (“Non mi fido di nessuno”)
– Non chiedi mai aiuto, neanche quando stai affogando
– Hai poche relazioni profonde
– Proteggi il tuo spazio come una fortezza
– “Non mi importa” è il tuo mantra (ma dentro soffri di solitudine)
– Hai regole ferree su come le cose “dovrebbero” essere
– Vedi ogni richiesta come un’invasione
Il corpo con confini rigidi: Muscolatura sempre tesa, mandibola serrata, difficoltà a ricevere anche un abbraccio.
Confini sani (flessibili)
– Comunichi i tuoi bisogni chiaramente
– Accetti quando gli altri dicono no
– Dici no senza sensi di colpa eccessivi
– Condividi informazioni personali gradualmente
– Hai relazioni intime dove ti senti sicuro di essere vulnerabile
– Chiedi aiuto quando serve
– Rispetti i confini altrui
Il paradosso dei confini misti
La maggior parte di noi – e questo Nedra lo sottolinea – ha confini misti. Potresti avere:
– Confini debolissimi con la famiglia d’origine (non riesci a dire no a tua madre)
– Ma confini rigidissimi nelle relazioni sentimentali (non ti fai mai vedere vulnerabile)
Oppure:
– Confini porosi al lavoro (fai sempre straordinari, non riesci a staccare)
– Ma confini rigidi con gli amici (non li fai mai entrare davvero)
I segnali d’allarme secondo Nedra
**Quando i tuoi confini sono troppo deboli:**
– Ti senti sempre esausto dopo le interazioni sociali
– Provi risentimento verso le persone che ami (“Faccio sempre tutto io!”)
– Ti senti in colpa per i problemi degli altri
– Non sai rispondere a “Cosa vuoi TU?”
– Eviti il conflitto a ogni costo
– Ti ritrovi in relazioni sbilanciate dove dai sempre più di quanto ricevi
**Quando i tuoi confini sono troppo rigidi:**
– Ti senti profondamente solo anche in mezzo alla gente
– Parti sempre dal presupposto che gli altri ti deluderanno
– “Devo fare tutto da solo” è il tuo motto
– Ti arrabbi per richieste normali
– Scappi appena qualcuno si avvicina emotivamente
– Vedi la vulnerabilità come debolezza imperdonabile
Come comunicare i confini (il metodo Nedra)
Nedra insiste: non basta AVERE confini, bisogna saperli COMUNICARE. E no, le persone non dovrebbero “capirlo da sole se ti amano davvero”.
**Formula base:**
– NON: “Forse… se non ti dispiace… magari potresti…”
– MA: “Ho bisogno di…” / “Non mi va bene quando…” / “Posso/Non posso…”
**Esempi pratici:**
– “Ho bisogno di tempo per me stesso la domenica mattina”
– “Non posso rispondere a messaggi di lavoro dopo le 19”
– “Non mi va bene quando entri nella mia stanza senza bussare”
– “Posso prestarti la macchina ma ho bisogno che tu faccia benzina”
Il test finale di Nedra:
Se qualcuno rispetta i tuoi confini dopo che li hai comunicati chiaramente, la relazione diventa più sana. Se continua a violarli, quella è un’informazione importante sulla relazione – e forse è ora di riconsiderarla.
La domanda che cambia tutto
Nedra ci lascia con una domanda potente: “I tuoi confini ti servono o ti limitano?”
Perché i confini sani ti danno libertà – la libertà di scegliere, di essere te stesso, di avere relazioni autentiche.
I confini malsani – troppo deboli o troppo rigidi – ti imprigionano in pattern che ti fanno soffrire.
I segnali del corpo
I confini non sono solo psicologici – sono somatici.
Confini deboli nel corpo: spalle curve, petto chiuso, difficoltà a occupare spazio, respiro superficiale.
Confini rigidi nel corpo: muscolatura tesa, mandibola serrata, respiro trattenuto, postura difensiva.
Upekka e Metta: l’equanimità e la gentilezza
La pratica mindfulness ci offre due antidoti preziosi:
Upekka, l’equanimità – la mente che rimane stabile – ci aiuta a vedere tutti gli elementi in gioco, liberandoci dal totalitarismo che ci fa pensare che la responsabilità sia sempre e solo nostra.
Metta, la gentilezza amorevole, ci permette di incontrare il dolore e di offrirgli compassione, anche quando quel dolore siamo noi.
La domanda essenziale
La domanda che dovremmo farci ogni giorno è: questo confine mi protegge o mi imprigiona?
I confini sani ci danno libertà. Ci permettono di scegliere. Ci proteggono senza isolarci.
I confini deboli ci tolgono libertà. Ci fanno sentire invasi, usati, esausti.
I confini rigidi ci tolgono libertà. Ci fanno sentire soli, disconnessi, imprigionati.
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Il Laboratorio: Un’esperienza trasformativa
Danzare sui confini
*Sabato 9 novembre, ore 10-16*
*Festival della Peste – Milano, Fondazione Il Lazzaretto*
Questo laboratorio nasce da anni di osservazione clinica e personale. Ho visto troppe persone soffrire per confini mal calibrati – troppo aperti o troppo chiusi. Ho visto la liberazione che arriva quando finalmente troviamo il nostro equilibrio.
Cosa faremo insieme in queste 6 ore:
**Mattina (10:00-13:00)**
– Sentiremo i confini nel corpo attraverso esercizi bioenergetici specifici
– Mapperemo la nostra “corazza muscolare” personale
– Esploreremo i nostri due protettori interni attraverso role-play
– Praticheremo Metta (gentilezza amorevole) proprio verso i nostri confini difficili
– Lavoreremo in coppia sul “confine che respira” – quando il contatto diventa invasione? Quando sostegno?
**Pomeriggio (14:00-16:00)**
– Impareremo a dire NO con tutto il corpo (non solo con la bocca)
– Distingueremo il SÌ autentico dal SÌ compiacente
– Praticheremo la comunicazione assertiva dei confini con formule concrete
– Sperimenteremo Upekka (equanimità) per accettare i confini che non possiamo cambiare
– Chiuderemo con un rituale di trasformazione dei nostri confini
50 euro: parliamone chiaramente
**Sono un confine simbolico**: stabiliscono che questo lavoro ha valore. Che il mio tempo e la mia expertise hanno valore. Che la TUA trasformazione ha valore.
“Sono un confine di impegno”: chi investe, anche poco, si presenta. Si impegna. Fa il lavoro. Non è lì “tanto per vedere”.
Per chi è questo laboratorio:
✓ Per chi dice sempre sì e poi si sente esausto e risentito
✓ Per chi ha costruito muri così alti che ora si sente prigioniero della propria fortezza
✓ Per chi oscilla tra l’essere troppo aperto e il chiudersi completamente
✓ Per chi vuole imparare a dire no senza sensi di colpa
✓ Per chi vuole dire sì senza perdersi
✓ Per chi è stanco di relazioni sbilanciate
✓ Per chi vuole sentire i propri confini nel corpo, non solo capirli con la mente
Cosa porterai a casa:
– Una mappa chiara dei tuoi pattern di confini
– Esercizi bioenergetici specifici da praticare quotidianamente
– Formule concrete per comunicare i tuoi confini
– La capacità di riconoscere nel corpo quando un confine viene violato
– Strumenti di auto-regolazione per quando i confini vengono sfidati
– Una piccola comunità di persone che stanno facendo lo stesso lavoro
Note pratiche:
Cosa portare: Abbigliamento comodo a strati, tappetino yoga (alcuni disponibili), quaderno, borraccia
Cosa lasceremo fuori: Il giudizio, la fretta di “guarire subito”, l’idea che ci sia un modo “giusto” di avere confini
**Iscrizioni**: [ link]
Vi aspetto per chiudere in bellezza questo Festival della Peste – che nome perfetto per parlare di confini, no? La peste ci ha insegnato quanto i confini siano vitali, ma anche quanto possano isolarci.
È ora di trovare il nostro equilibrio.
Con affetto e rispetto dei vostri confini (qualunque essi siano),
Nicoletta
