Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
psicoterapia contemplativa
La battaglia per essere speciale
C’erano una volta due rabbini cha stavano camminando nella sinagoga, quando incontrarono l’uomo delle pulizie che mormorava tra sé e sé mentre puliva “Dio abbi misericordia di me che non sono nessuno, nemmeno una pagliuzza nel tuo occhio”. Uno dei due rabbini si avvicinò all’orecchio dell’altro e con disprezzo gli sussurrò “Guardalo, pensa di essere nessuno”.
Il rabbino si sentiva superiore all’uomo delle pulizie. Dopo tutto erano rabbini. Che cosa avrebbe potuto conoscere un uomo delle pulizie sull’umiltà? O, più profondamente, al di là del valore dell’umiltà, come avrebbe potuto un semplice uomo delle pulizie cogliere, attraverso la storia del suo ego, il luminoso silenzio che è dovunque? Perchè questo è quello che per ognuno di noi è così difficile da accettare: vivere senza una centrale operativa che mette il nostro nome sopra ogni cosa.
La vera umiltà può essere una porta d’accesso a questo modo di vivere. Vedersi in proporzione, uno tra tanti, ammorbidendo i confini e rendendoci più sensibili ad una conoscenza più profonda. Molti di noi cercano di sentirsi superiori paragonandosi a qualcun altro rispetto al carattere, alla professione, alla conoscenza, e giudichiamo che siano meno di noi. Paragonarsi è uno dei modi con cui rafforziamo il nostro ego, sia che ci sentiamo speciali sia che ci sentiamo da meno perchè questo senso di inferiorità è l’altra faccia della medaglia. Non è necessario essere narcisisti per godere della sensazione di essere speciali. Il problema è l’identificazione con l’elogio di una nostra caratteristica preminente: quando cominciamo a credere ad una immagine splendente di noi e crediamo che ci debba garantire un trattamento speciale, in quel momento, il caldo sentimento dell’essere apprezzato diventa grandiosità.
C’è qualcosa di bello e appropriato nel coltivare un talento o una abilità. C’è qualcosa di veramente gratificante nel fare qualcosa bene. La nostra civiltà è debitrice alle persone che hanno dedicato la loro vita ad un talento o ad una causa che ha elevato il senso dell’essere umani. Nelson Mandela, Rosa Parks, il Dalai Lama, Yo Yo Ma, Beethoven, Tolstoj, Emily Dickinson, Pablo Neruda, Marie Curie: la lista di individui eccezionali può essere infinita.
Hanno avuto un dono e sarebbe stato facile e forse anche perdonabile se si fossero sentiti speciali ma alcuni di loro hanno preso questo dono senza considerarlo un fatto personale. Hanno lavorato per dare la loro vita, per dedicarla a questo talento, sapendo bene che questo potere, creativo o spirituale che dir si voglia, non gli apparteneva in senso personale. Molte di queste persone sanno quello che molti di noi dimenticano: che più sai e più comprendi quanto poco conosci, che più ti dai una disciplina, più realizzi quanto è breve il cammino che hai fatto e quanto è lunga la strada da percorrere.
Roger Housden
© www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici
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Andare al cuore della relazione: la mindfulness interpersonale
Le delusioni sono sempre figlie delle illusioni
Quando succede qualcosa di importante dal punto di vista relazionale, quando abbiamo un conflitto, una tensione, diventa inevitabile domandarsi da quale punto partire per riportare la serenità.
La nostra tendenza è, molto spesso, quella di partire dall’altro. Cerchiamo di spiegare all’altro le nostre ragioni oppure cerchiamo di convincerlo a cambiare atteggiamento o a fare una mediazione. Abbiamo la sensazione che il problema sia esterno e quindi cerchiamo una soluzione all’esterno. E questo, molto spesso, aumenta un circolo vizioso di tensione e frustrazione perchè anziché trovare una via d’uscita ci accorgiamo che troviamo sempre le stesse risposte, sempre lo stesso dolore. Non potrebbe essere altrimenti perchè la relazione è arrivata ad un punto di stallo.
La soluzione allora diventa, molto spesso, andarsene. In molti casi è l’unica soluzione ma non risolve il problema: dentro di noi continuiamo a sentirci feriti o arrabbiati. Oppure, peggio ancora, facciamo pagare al nostro prossimo interlocutore quello che ci è appena successo, in una sorta di propagazione delle difficoltà dal passato al futuro.
Il fatto è che anche se abbiamo un problema relazionale, il punto da cui partire per risolverlo non è mai esterno ma è sempre interno. Non perché siamo i responsabili di tutto e nemmeno perché dobbiamo sempre essere noi i primi a manifestare buona volontà.
È necessario partire dall’interno perchè la soluzione non sta nell’altro ma in noi.
Siamo noi che abbiamo bisogno di riconoscere se e come ci siamo illusi – perchè le delusioni sono sempre figlie delle illusioni – se e come siamo rimasti fedeli alle nostre illusioni pur di non riconoscere che l’altro era diverso. E, infine, siamo noi che dobbiamo trovare consolazione al nostro dolore per interrompere la trasmissione della paura di stare in relazione. Se non ci occupiamo del nostro dolore una parte di noi rimarrà sempre più spaventata di sbagliare di nuovo, di soffrire di nuovo, di incontrare di nuovo la persona sbagliata, che sia un partner lavorativo o professionale.
Non si tratta “solo” di lasciar andare il passato. Non si tratta “solo” di perdonare. E già lasciar andare e perdonare sono due azioni piuttosto difficili.
Si tratta di consolare il presente e, nel farlo, di riconoscere la radice della nostra illusione: quella che ci ha fatto rimanere attaccati a qualcosa che credevamo diverso. Perchè il ripetersi del dolore ha il ripetersi di una stessa illusione. Ognuno ha la propria. A volte ci illudiamo che esista la persona giusta, sottovalutando l’importanza del costruire una relazione. A volte ci illudiamo che se saremo buoni tutti saranno buoni con noi. A volte ci illudiamo che esistano solo sentimenti positivi, solo persone amabili, come se l’oscurità della notte non facesse parte del giorno. A volte ci illudiamo che tutto sia semplice e chiaro, come se il mistero non fosse il luogo da cui sprigiona la tenerezza.
Il mistero ha due possibilità di scelta: l’illusione o la tenerezza. È facile scegliere l’illusione: non capisco perchè fa così, non capisco perchè si comporta cosà e attribuisco una buona ragione, una buona intenzione all’altro. Se scegliamo l’illusione costruiamo un castello che prima o poi cadrà.
Se scegliamo la tenerezza percorriamo la nostra vulnerabilità per sentire se, come e quando quella persona diventa troppo per noi. Troppo difficile, troppo crudele, troppo distante. E allora avremo ancora una nuova possibilità di scelta: vederla per come è e vedere noi per come siamo. A quel punto sapremo che valore ha restare e che valore ha andarsene.
Percepite la verità della contingenza e lasciatevi attirare fuori dalle rassicuranti certezze. Sintonizzatevi con l’evolversi del momento, permettete che la mente si faccia flessibile e non resistente; che si muova con l’esperienza. È impossibile prevedere ciò che una persona dirà, ciò che accadrà domani. E allora state nell’attesa, rilassandovi nell’aspettativa. Gregory Kramer
Pratica di mindfulness: Lasciar andare il senso di colpa
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo di mindfulness interpersonale
Il film della nostra vita non è ancora stato scritto
Quando guardiamo un film e arriva una scena in cui il protagonista è nei guai, perchè soffre, ha paura, è arrabbiato o ha un disperato bisogno d’amore non pensiamo “C’è qualcosa di sbagliato nel film”! No, non pensiamo che il film sia “rotto”. No, abbiamo fiducia che quella scena sia parte del film. Anche se non ci piace, anche se è dolorosa, o troppo intensa da guardare, sappiamo in qualche modo che quella scena non è sbagliata, che il film non è inadeguato, anche se il personaggio principale si sente, in quel momento, sbagliato.
Possiamo cominciare a fidarci delle nostre scene, del nostro momento presente, nello stesso modo in cui ci fidiamo delle scene di un film? Chi conosce la trama? Le nostre scende dolorose, i nostri fallimenti, persino le situazioni in cui siamo completamente bloccati, possono essere un incredibile punto di svolta e molto spesso lo sono. Potrebbe essere la scena dopo quella che ci offre tutte le risposte.
Il film della nostra vita non è ancora stato scritto. Si scrive lungo il percorso. Non possiamo giudicare una scena buona o cattiva dal punto in cui siamo, dal presente.(…)
La mente trasforma tutto in una destinazione. L’amore, la guarigione, l’accettazione, la pace, la gioia, anche la crescita spirituale diventa una destinazione, una scena in cui raggiungere qualcosa. Qualcosa che ancora non c’è.
Non c’è niente di male nell’immaginare situazioni alternative. Solo che, molto velocemente, il nostro sforzo per arrivare là, a destinazione, diventa un modo pe resistere a quello che c’è qui. E la destinazione diventa più importante del viaggio. Jeff Foster
© Nicoletta Cinotti “Addomesticare pensieri selvatici” Foto di © rogilde – roberto la forgia
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Il protocollo MBSR di Primavera. Inizio 12 Aprile 2018
Che ognuno possa inchinarsi alla lentezza
Combattiamo spesso con la lentezza: la combattiamo, nel traffico, nelle cose, nelle risposte. Ci critichiamo se non siamo subito pronti e rapidi a rispondere e a concretizzare. Abbiamo il pregiudizio che la lentezza ci impedisca di fare, di fare molto, di essere produttivi.
Abbiamo anche il pregiudizio che la lentezza sia un segno di pigrizia e che ci impedisca di procedere.
E il pregiudizio che sia una forma di scortesia nei confronti di chi ci aspetta.
Forse, a volte, la lentezza è tutte queste cose. Eppure la lentezza è la base in cui lasciar emergere la consapevolezza. Noi non siamo inconsapevoli: siamo solo veloci. Così, quando rallentiamo, iniziano ad emergere le sensazioni fisiche ed emotive che la velocità copre. Non ci piacciono e acceleriamo, scacciandole. Quando avremo voglia di incontrarle basterà rallentare mezz’ora – forse anche meno. Saranno ancora lì ad aspettarci. Loro non hanno fretta e trasformano la nostra vita silenziosamente.
A volte la velocità ci rende scortesi: non si è mai vista una persona di fretta che riesca ad essere gentile. La gentilezza però è sempre lì, che aspetta di nascere e di vedere la luce. Abbiamo il pregiudizio che se saremo veloci faremo di più. Molte persone lente ci dimostrano che non è così. Che la velocità non è sinonimo di produttività e che spesso, per essere veloci, dobbiamo rifare le cose più volte. Molte volte. A volte dobbiamo ripeterle per sempre.
Abbiamo infine bisogno di ricordare: ricordare quello che dobbiamo fare e come facciamo a farlo: ed è qui che la lentezza rivela tutto il suo splendore. La tecnologia ci ha reso molto più veloci. E immemori. Non reggiamo quella velocità: così dimentichiamo i messaggi che abbiamo mandato, dimentichiamo gli appunti scritti sull’Ipad, ricordiamo meno i libri letti sui tablet. Non è un’epidemia di Alzheimer: è un’epidemia di velocità.
Comunque possiamo stare tranquilli: rispetto alla nostra dimenticanza, rispetto alla nostra scortesia, rispetto alla nostra produttività, abbiamo sempre la possibilità di variare il ritmo. Di lasciare la velocità a quelle cose che davvero la richiedono. E di dare, a tutte le altre, il loro tempo. Il loro ritmo.
C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una delle situazioni più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio. Milan Kundera
Pratica informale di mindfulness: Oggi fai qualcosa lentamente. Qualsiasi cosa. Anche se dura 5 minuti. Anche se dura 1 minuto. Non aver paura della lentezza. La nostra lentezza parla con sincerità.
© Nicoletta Cinotti 2017 Il protocollo MBCT, Andare al cuore della relazione
Foto di © cdegaigne
Meditazione e/o psicoterapia?
Spesso mi viene rivolta questa domanda: faccio psicoterapia o basta la meditazione? Oppure basta meditare o devo anche fare psicoterapia? È una domanda tutt’altro che banale sulla quale interrogarsi. Rispondo con le parole di un illustre maestro di meditazione che, dopo essere diventato maestro di meditazione, è tornato all’università e ha preso una laurea in psicologia: Jack Kornfield (Il brano è tratto dal suo libro “La vita serena”). Lasciamo a lui la parola.
- Per la gran parte delle persone la pratica della meditazione non «risolve tutto». Al più rappresenta una componente importante di un percorso complesso di apertura e risveglio. Io ero convinto che la meditazione conducesse a verità più elevate e più universali, e che la psicologia, la personalità e i nostri «piccoli drammi» fossero un ambito separato e collocato più in basso. Mi piacerebbe che fosse così, ma l’esperienza e la natura nondualistica della realtà non lo confermano. Se vogliamo porre fine alla sofferenza e trovare la libertà non possiamo mantenere separati questi due livelli della nostra vita.
- Molti compartimenti della nostra mente e del nostro corpo non sono completamente permeabili alla consapevolezza. La consapevolezza che investe un dato aspetto non si trasferisce automaticamente all’altro aspetto, specie quando le nostre paure e le nostre ferite sono profonde. Così troviamo atleti olimpionici che conoscono benissimo il loro corpo ma da un punto di vista emotivo sono dei veri e propri sciocchi, e professori brillanti dotati di menti straordinarie che hanno con il corpo un rapporto grossolano e non consapevole. La stessa cosa vale per la vita spirituale, per gli insegnanti non meno che per gli studenti: di frequente troviamo persone dedite alla meditazione che hanno una profonda consapevolezza della respirazione o del corpo ma sono quasi del tutto inconsapevoli nel campo dei sentimenti, e altri che comprendono bene le cose della mente ma non hanno un rapporto saggio con il loro corpo.
- Questo non vuol dire rimanere invischiati nelle nostre storie personali, come molti temono, ma imparare ad affrontarle, così da poterci liberare efficacemente dai «blocchi» del nostro passato, ingombranti e dolorosi. Questo lavoro di guarigione spesso si rivela più efficace all’interno di un percorso terapeutico con un’altra persona.
- La meditazione e la pratica spirituale possono facilmente essere usate per reprimere ed evitare sentimenti o per eludere aree problematiche della nostra vita. Non è facile entrare in contatto con il dolore. Molte persone oppongono resistenza alle radici personali e psicologiche della sofferenza; fare davvero esperienza del nostro corpo, delle nostre storie personali e dei nostri limiti è molto doloroso. Ancora più duro che affrontare la sofferenza universale che affiora durante la meditazione. Abbiamo paura del nostro lato personale e delle sofferenze che si porta dietro perché non abbiamo imparato che questo può essere di grande aiuto nella pratica e può aprire il nostro cuore. Dobbiamo dirigere lo sguardo sulla nostra vita nel suo complesso e domandarci: «In quali aspetti sono risvegliato e che cosa sto invece evitando di affrontare? Uso la mia pratica per nascondermi? In quali ambiti sono consapevole e dove sono spaventato, intrappolato o non libero? (grassetto del curatore)
- Freud ha detto che il suo scopo era aiutare le persone ad amare e a lavorare bene. Se non riusciamo ad amare bene e a svolgere un lavoro pregno di significato su questa Terra, allora a cosa serve la nostra pratica? In questi ambiti la meditazione può essere d’aiuto. Ma se, dopo un certo periodo di tempo trascorso dedicandovi alla pratica, vi rendete conto che c’è ancora del lavoro da fare nella vostra sfera personale trovatevi un buon terapeuta o qualche altro tipo di sostegno per affrontare in maniera efficace queste questioni.
- Questo significa forse che dovremmo barattare la meditazione con la psicoterapia? Niente affatto. Neppure la psicoterapia è una soluzione. La soluzione è la consapevolezza! E la consapevolezza si sviluppa in spirali. Se si è in cerca della libertà, quello che posso affermare con sicurezza è che la pratica spirituale si sviluppa sempre secondo dei cicli. Ci sono momenti rivolti all’interno in cui è necessario il silenzio, seguiti da momenti proiettati all’esterno in cui si vivono e si integrano i conseguimenti ottenuti nel silenzio;così come ci sono momenti in cui si riceve sostegno da una relazione profonda e terapeutica con un’altra persona. Si tratta di fasi tutte ugualmente importanti della pratica. ©Jack Korniflied
Mindfulness e Self-compassion tra psico-educazione e clinica
