Quando abbiamo una difficoltà, qualsiasi tipo di difficoltà, possiamo tendere ad avere una memoria generalizzante: abbiamo sbagliato una cosa e possiamo pensare “Sbaglio sempre”.
Questa generalizzazione avviene anche nelle relazioni. Abbiamo avuto una difficoltà relazionale e possiamo pensare che ci va sempre male, che tutte le nostre relazioni sono sbagliate e così via. In realtà il nostro modo di stare in relazione è diverso a seconda del grado di intimità. Ed è il tipo di intimità che spesso è attivatore di una specifica difficoltà. Quindi, proviamo ad immaginare le diverse gradazioni di intimità come i cerchi che si diffondono nell’acqua quando cade un sasso.
Il punto centrale è l’intimità con noi, il secondo cerchio è l’intimità con le persone che amiamo. Il terzo cerchio è l’intimità con gli sconosciuti, il quinto cerchio è l’intimità con le persone con le quali abbiamo una relazione difficile. E l’ultimo, il più lontano, è la condivisione che ci riguarda perchè facciamo parte della famiglia umana. Se guardiamo in questo modo alle nostre relazioni possiamo accorgerci che non tutti i gradi di intimità ci sono difficili. Che solo in alcune situazioni incontriamo ostacoli. Potremmo accorgerci che ci è facile essere gentili con gli sconosciuti ma, magari, arriviamo a casa la sera e siamo nervosi proprio con le persone che amiamo di più.
Guardare le relazioni con il filtro dell’intimità ci permette di arrivare alla domanda essenziale di tutte le relazioni: quanto sono intimo con me stesso? Quanto mi permetto di accogliere le parti facili e difficili di me? Quanto credo che sia possibile avere intimità anche con aspetti di me che mi suscita vergogna o rabbia, scoraggiamento o delusione? Perchè, stranamente, come nelle favole, la chiave dell’intimità con gli altri sta nell’intimità con se stessi.
Le relazioni sono il luogo dove con più intensità e facilità si innescano reattività emotiva e proiezioni mentali. Nei momenti in cui si trova in relazione con l’altro il nostro io attiva e manifesta con più forza le sue molte facce. Oltre che intensa questa reattività è molto spesso condizionata, non intenzionale. Fabio Giommi
Pratica di Mindfulness: Due: pratica di gentilezza
© Nicoletta Cinotti 2023 Amore, mindfulness e relazioni è un libro ma anche un corso registrato da fare quando vuoi tu. Lo trovi qui
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
