La tigre assenza
Così, per farci compagnia iniziamo con due emozioni selvatiche: la paura e l’ansia. L’ansia è figlia della paura ma poi possono prendere strade diverse. Se da bambini la nostra paura non è stata consolata è possibile essere diventati più ansiosi degli altri ma la differenza fondamentale tra ansia e paura è il rapporto con il tempo. L’ansia è l’emozione del futuro. La paura può essere rivolta a qualcosa che abbiamo vissuto e che ci ha lasciato traumatizzati (passato), può essere rivolta a qualcosa che sta succedendo proprio ora oppure a qualcosa che succederà, senza ipotesi, in futuro. Perché se è solo un’ipotesi non riguarda più la paura ma l’ansia!
La chiamo “tigre assenza” perché possiamo essere spaventati anche per qualcosa che non c’è e che non ci sarà mai oppure possiamo provare paura anche per qualcosa che non c’è più ma è rimasto impresso nella memoria. L’ansia poi è la regina dell’assenza: vive al condizionale e prospera nell’ipotesi.
Praticare con l’ansia: primo video
Dietro ogni pensiero, dietro ogni azione c’è una intenzione. Senza intenzione non c’è azione. La giusta intenzione sta nell’interfaccia tra la mente e la nostra vita. È un fattore mentale che guida ogni cosa che pensiamo e facciamo e satura ogni momento della nostra vita. Gregory Kramer
Ansia e piacere
In parte l’ansia è un sentimento fisiologico: in alcune situazioni ci serve della carica in più per fare quello che desideriamo fare. La differenza sta in quanto è ampia la nostra finestra di tolleranza rispetto a questa emozione. Se abbiamo poca tolleranza dei suoi sintomi cercheremo di evitare tutto quello che può suscitarla e il cerchio delle nostre esperienze sarà delimitato dal confine della nostra paura. C’è una cosa però che in bioenergetica è centrale rispetto a questa emozione: paura e desiderio hanno la stessa radice. Abbiamo paura perché c’è una promessa di piacere, di gioia, di felicità che non crediamo sia alla nostra portata. Abbiamo paura perché il piacere ci costringe ad esporci e, esponendoci, ad essere più vulnerabili.
Così prima di evitare per ansia potremmo domandarci qual è il piacere a cui stiamo rinunciando e disegnare la mappa di questa rinuncia. Vale davvero la pena non correre il rischio di essere felici? È davvero un piacere, una gioia marginale quella a cui stiamo rinunciando per paura? Perché poi, quando attraversiamo l’ansia e scopriamo che il nostro grande nemico era nella mente e non nella realtà potremmo sentirci ingannati da noi stessi e credere che non possiamo fidarci proprio della persona con cui viviamo:noi.
L’ansia è come la luce del fuoco che proietta la nostra immagine rendendola gigantesca sulle pareti della caverna della mente. Spento il fuoco ci rendiamo conto che l’unica cosa davvero gigantesca era la forza della nostra paura, alimentata dai nostri pensieri sul futuro. Forse l’unica cosa che abbiamo veramente bisogno di fare per sconfiggere l’ansia è imparare a protendersi, a stare in quell’equilibrio instabile che trova il senso nell’incertezza del risultato, nella certezza del piacere.
Il piacere sta nel protendersi e nell’aprirsi e questo non è soltanto un atteggiamento mentale. L’atto di protendersi viene fatto con il corpo ed è bloccato da tensioni muscolari che limitano i movimenti. Questo spiega perché per molte persone il raggiungimento dei propri obiettivi non comporta piacere. Sono arrivati con lo sforzo di volontà e non con la capacità di protendersi. Ma senza protendersi, senza apertura non c’è piacere. Alexander Lowen
Praticare con l’ansia: secondo video
La tigre assenza
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
Cristina Campo
Esistere senza paura di vivere
Nel nostro lottare per far sì che la vita vada nella direzione che vorremmo, facciamo una gran fatica. La stessa fatica che facciamo quando tentiamo di cambiare qualcosa delle persone che amiamo. Questi tentativi di cambiamento richiedono sempre un grande sforzo perchè vanno contro qualcosa che già esiste. E prevengono il fare i conti con quello che già c’è. Ci illudono che potremmo andare avanti diversamente se solo le cose della nostra vita fossero diverse.
Una fatica immane: un ordine che non si assoggetta al nostro controllo. Dietro a questa fatica immane c’è una paura. Quella che Lowen chiamava paura di vivere. È la paura del divenire che è in noi. La stessa paura che ha il seme che deve attraversare il buio per germogliare.
È normale provarla, non richiede cure o medicine. Abbiamo solo bisogno di sapere che oltre la paura c’è anche la spinta al divenire, una spinta che a volte ostacoliamo proprio con gli sforzi che facciamo perchè le cose siano diverse da come sono. Così, forse, se ci rendiamo conto che cercando di cambiare le cose ostacoliamo il divenire, possiamo correre il rischio di lasciare che le cose siano come sono per aprirci anche a quella esperienza. Per esistere senza paura di vivere, per ricordarci che nessuno può prendere il nostro posto. Aspetta solo noi.
Se abbiamo paura di essere, di vivere possiamo mascherare questa paura intensificando il nostro fare. Più siamo occupati, meno tempo abbiamo disponibile per sentire, essere e vivere. E possiamo ingannare noi stessi credendo che il nostro fare sia essere e vivere. Alexander Lowen
La memoria del futuro
Può sembrare molto strano sentir parlare di memoria del futuro. Come se la memoria fosse solo riferita al nostro passato. In realtà non è così, entrambe – memoria del passato e memoria del futuro – contribuiscono a dare un senso di continuità al nostro sé. Una continuità che nasce dalla consapevolezza di chi eravamo e dal protendersi verso chi saremo. Il dialogo amoroso tra queste due memorie restituisce una piena capacità espressiva: non siamo più chi eravamo ma impariamo da chi siamo stati e da questo apprendimento nasce la possibilità di esprimerci e di crescere.
Ansia e depressione, oppure malattie fisiche, gettano inquietudine sulla nostra memoria del futuro e così non sappiamo più che direzione dare alla nostra vita. Temiamo quello che può accadere, incerti su di noi. Eppure tutti da bambini abbiamo sognato: abbiamo sognato il nostro futuro e abbiamo giocato immaginando cosa saremmo stati. Quella mente del principiante è ciò di cui abbiamo bisogno per riprendere un amorevole dialogo con la nostra memoria del futuro. Perché essere è anche diventare.
La nostra tendenza è di interessarci a qualcosa che cresce nel giardino, non nella nuda terra in se stessa. Ma se vuoi avere un buon raccolto, la cosa più importante è rendere il terreno fertile e coltivarlo bene. Shunryu Suzuki
L’ansia catastrofica: terzo video
Autobiografia in 5 brevi capitoli
I
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado.
Sono persa…Sono impotente.
Non è colpa mia.
Ci vorrà un’eternità per trovare come uscirne.
II
Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci ricado.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.
III
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che c’è.
Ci cado ancora… è un’abitudine.
I miei occhi sono aperti.
So dove sono.
È colpa mia.
Ne esco immediatamente.
IV
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
La aggiro.
V
Cammino per un’altra strada.
©Portia Nelson
Una pratica da 5 minuti
Le difese sono l’altra faccia del pilota automatico: ci convincono che sia necessario proteggersi e ci fanno reagire velocemente, più velocemente possibile. A volte tanto velocemente che non ci rendiamo conto che non sarebbero stato necessario reagire. È importante riconoscere quando la paura attiva una difesa automatica. Le difese sono quattro: attacco, fuga, freezing o accondiscendenza. Fuga, freezing e accondiscendenza sono strettamente legate alla nostra sensazione di paura. Riconoscere i segnali fisici che strutturano nel corpo ci aiutano a tornare presenti. Lo facciamo con 4 passaggi: riconosciamo le sensazioni fisiche ed emotive, le nominiamo, permettiamo che ci siano e le lasciamo andare
Quando iniziamo ad osservare con più attenzione la nostra vita spesso scopriamo quanto il sentimento della paura sia diffuso. Quello che facciamo di solito con la paura è di proteggerci dal percepirla sopprimendola o separandoci dalle cose che ci fanno paura. Sentire paura non significa avere un problema. Saki Santorelli
Pratica sulla paura: primo video
Paura di vedere la macchina della polizia fermarsi davanti casa.
Paura di addormentarsi la notte.
Paura di non addormentarsi.
Paura del ritorno del passato.
Paura del presente che fugge.
Paura del telefono che squilla nel cuore della notte.
Paura delle tempeste elettriche.
Paura della signora delle pulizie con un neo sul viso!
Paura dei cani che mi hanno detto che non mordono.
Paura dell’ansia!
Paura di dover identificare il cadavere di un amico.
Paura di finire i soldi.
Paura di averne troppi, anche se a questo non ci crederanno mai.
Paura dei risultati dei test psicologici.
Paura di essere in ritardo e paura di arrivare prima degli altri.
Paura della calligrafia dei miei figli sulle buste.
Paura che muoiano prima di me e che mi sentirò in colpa.
Paura di dover vivere con mia madre anziana, anziano anch’io.
Paura della confusione.
Paura che questo giorno finisca su una brutta nota.
Paura di svegliarmi e scoprire che te ne sei andata.
Paura di non amare o di non amare abbastanza.
Paura che quel che amo risulterà letale per quelli che amo.
Paura della morte.
Paura di vivere troppo.
Paura della morte.
L’ho già detta.
Raymond Carver
Non rimpicciolirsi
Qualche anno fa, nel novembre del 1995, il violinista Itzhak Perlman si esibiva al Lincoln Center di New York. Perlman, a causa della poliomielite contratta da bambino, ha dei rinforzi nelle gambe e cammina a fatica con l’aiuto di due stampelle. Attraversare il palcoscenico e prepararsi a suonare, per lui, è già un compito arduo
Ma quando iniziò a suonare qualcosa andò storto. Una delle corde del violino si ruppe. La cosa più consueta sarebbe stata interrompersi e cambiare violino. Ma non lo fece.
Chiuse gli occhi per un momento, e poi accennò al direttore d’orchestra di ricominciare da dove si erano fermati. E suonò con passione, purezza e potere. Forse mai visti così in una sua esecuzione.
Tutti sanno che è impossibile suonare un brano sinfonico solo con tre corde.
Io lo so, e voi lo sapete, ma quella notte Itzhak Perlman si rifiutò di saperlo. Modulò, cambiò, scompose il pezzo sinfonico nella sua testa per adattarlo a quella mutata situazione. Quando finì non ci fu un applauso ma un’ovazione, alla quale lui rispose dicendo: “Sapete, talvolta è compito dell’artista scoprire quanta musica può ancora creare con ciò che gli è rimasto!”.
Il tempo dell’ansia e della paura
L’ansia e la paura hanno un loro tempo. È un tempo sfasato che va dal rimandare a lungo, più a lungo possibile, all’avere fretta, tanta fretta, più fretta possibile. Perché l’ansia è davvero l’emozione del futuro: è quello che potrebbe succedere che ci tormenta. E la paura ci fa, invece, scappare. Così alterniamo dei momenti in cui per gestirla rimandiamo di fare quello che sarebbe necessario a dei momenti in cui, spinti dall’urgenza delle cose che abbiamo rimandato, diventiamo veloci.
C’è un altro segreto nella velocità : non vogliamo mettere a fuoco davvero come sono le cose perché ci spaventa. Così, nella frettolosità trascuriamo i particolari, non vediamo i dettagli perché la precisione fa balzare l’ansia alle stelle. È un’emozione che può interferire sulle nostre decisioni, spingendoci a fare scelte che non sono ponderate ma smisurate. O meglio misurate sulla dimensione dell’ansia che proviamo. È in questo momento che praticare prima di decidere diventa davvero fondamentale. Visto che l’ansia ci rende irrequieti la prima cosa da fare è fare meditazione in movimento: cinque, dieci minuti di meditazione camminata e poi, dopo aver stabilizzato l’attenzione il panorama della mente che ci permette di guardare in modo diverso ai nostri pensieri.
Dopo, solo dopo, prendiamo la nostra decisione ma ricordiamoci una cosa importante: una volta deciso, qualunque sia la nostra decisione non continuiamo a nutrire il fuocherello dell’ansia con il suo vicino prossimo, il dubbio. Non sapremo mai se abbiamo fatto la scelta migliore ma possiamo sapere che abbiamo scelto quello che, in quel momento era possibile per noi.
La vera pratica di meditazione si occupa di come viviamo la nostra vita momento per momento. Jon Kabat-Zinn
Pratica sulla paura: secondo video
Solo resiste al tempo
quel che si fa
col tempo.
E quello che si fa
con l’eternità?
La poesia viene
quando restiamo
nell’inesauribile
compagnia della solitudine.
Viene come un sùbito
taglio, dove si mischiano
con fredda febbre,
sangue con sangue,
due separati
mondi.
Cristina Campo
La tigre assenza (Adelphi, 1991)
ll rischio dell’ansia: fare troppo
Non è semplice trovare il giusto ritmo. Un ritmo che rispetti i nostri tempi e le necessità delle persone che amiamo. Ogni giorno cerco di trovare un equilibrio e tutti i giorni questo equilibrio cambia. In parte cambia perché cambiano le circostanze esterne. In parte cambia perché c’è un sentimento che regola la qualità e il ritmo della nostra cura. E questo sentimento si chiama ansia.
Se siamo molto ansiosi, o anche semplicemente se siamo ansiosi, rischiamo di fare troppo. A volte fare troppo è un modo, inconsapevole, per regolare la nostra ansia. Come se dentro di noi ci fosse una credenza implicita “Più fai e più sei al sicuro”. In realtà non è così e ce ne accorgiamo ben presto perché più facciamo e più è possibile sbagliare. Più sbagliamo e più ci sentiamo insicuri e l’insicurezza è un formidabile combustile per l’ansia. Se all’inizio siamo ansiosi 5, in una scala immaginaria di misura dell’ansia, dopo un errore siamo ansiosi 7 e dopo due errori siamo ansiosi 27…e così via, con un tasso incrementale di crescita dell’ansia che è peggio di una curva di contagio.
Allora che fare, in questo universo ansioso in cui viviamo? Come al solito la risposta è paradossale: fermarsi, riconoscere che siamo ansiosi. Per questo trovare un modo, formale o informale, per atterrare nel presente, è la cosa migliore che possiamo fare. Magari cerchiamo di fare un atterraggio morbido perchè il presente non sempre è facile. Forse è proprio per questo che lo evitiamo e scappiamo nel futuro.Abbiamo invece bisogno di dare piena attenzione a quello che già è presente. E per fare ciò nessun regalo può essere più prezioso della nostra attenzione. Per l’ansia non c’è terapia più efficace dell’attenzione, La mindfulness altro non è che una cura che utilizza la padronanza dell’attenzione. Se vogliamo una vita più piena e soddisfacente non abbiamo bisogno di fare di più: quando lo facciamo aumentiamo la possibilità di confonderci. Abbiamo bisogno di fare di meno e di essere presenti, nel presente, a quello che facciamo.
La paura di sbagliare nasce dalla vergogna che siamo abituati a provare davanti agli errori, come se noi fossimo i soli a sbagliare, come se dovessimo nascere “già imparati”. Oppure, a volte, evitiamo di metterci in situazioni nuove per evitare l’ansia che queste ci provocherebbe: in questo modo la nostra possibilità di imparare rimane schiacciata tra vergogna e ansia, e nessuna delle due è una buona compagnia. da Mindfulness in cinque minuti
Il viaggio non finisce …
