In un mondo che celebra la visibilità e la riconoscibilità, ci troviamo spesso intrappolati in un paradosso: mentre il dare attenzione nutre la nostra anima, il ricevere attenzione alimenta il nostro ego.
Dare attenzione è un atto di affermazione della vita. Quando osserviamo con cura, quando ascoltiamo con presenza, quando riconosciamo genuinamente l’esistenza dell’altro, onoriamo una verità fondamentale: siamo tutti interconnessi. Questo semplice atto migliora la nostra salute interiore, convalida la nostra esperienza e ci connette profondamente al mondo. D’altra parte, ricevere attenzione soddisfa un bisogno umano primordiale: essere visti, riconosciuti, verificati. Questo allevia temporaneamente la nostra paura più profonda: quella di essere insignificanti.
Il problema nasce quando queste due inclinazioni – dare e ricevere attenzione – entrano in conflitto. Spesso iniziamo un percorso mossi dal desiderio autentico di dare attenzione a qualcosa che amiamo: un’arte, una vocazione di cura, un ideale politico. Ma lungo il cammino, lo slancio di ottenere riconoscimento può sopraffare la spinta originaria.
Forse ancora più insidioso è ciò che accade nelle relazioni personali. Cerchiamo l’amore spesso ossessionati dal ricevere attenzione, sviluppando capacità manipolatorie anziché vere connessioni. E una volta ottenuta la posizione in cui ci sentiamo amati, continuiamo a prendere, indebolendo proprio chi ci ama.
Questa confusione tra dare e ricevere attenzione può essere così grande che spesso preferiamo essere molto conosciuti piuttosto che conoscere bene. Essere “grandi” piuttosto che essere autentici. E desideriamo avere celebrità piuttosto che qualcosa da celebrare. Mark Nepo
Pratica di mindfulness: Ti vedo, ti sento
© Nicoletta Cinotti Il programma di mindful self-compassion
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
