A volte sembra che le nostre difese assomiglino ai trucchi di un prestigiatore: sono illusioni, che fanno sembrare vere cose che, in realtà non lo sono. E che ci allontanano da noi e degli altri.
Le difese hanno due scopi principali: il primo scopo è quello di metterci al sicuro. Per farlo, il secondo scopo, ci tengono distanti da ciò che temiamo. E, come effetto collaterale indesiderato, ci allontanano da come siamo davvero. Ne ho parlato ieri nella diretta sul tema dell’ansia (Se hai Instagram puoi guardarla qui) e questo articolo ne è un approfondimento relativo al ruolo dell’attenzione condivisa
Ma cosa e come avviene nella distanza?
I trucchi della distanza
I trucchi della distanza sono sempre trucchi corpo – mente, in cui quello che succede nella mente ha un correlato nel corpo. Sono principalmente tre: negazione/distrazione; intellettualizzazione, proiezione. Il corrispettivo corporeo può essere letto dal punto di vista percettivo e dal punto di vista delle tensioni muscolari. Piccoli esempi qua e là permetteranno di comprendere meglio cosa significa che ciò che sta nel corpo corrisponde a quello che si trova nella mente.
La negazione
Dal punto di vista percettivo la negazione/distrazione funziona come assenza di percezione. Ci sono intere parti del corpo che non vengono percepite o rimangono lontane, sullo sfondo. E intere parti della nostra vita che non vengono viste. Questa perdita si produce con il permanere della contrazione. Qualunque sia la parte del corpo coinvolta, quando la contrazione diventa cronica, non percepiamo più realisticamente la parte contratta che finisce per non essere percepita. Possiamo non sentire più, in senso letterale, una zona piuttosto che un’altra. O sentirla amplificata dalla tensione.
Molto spesso ci accorgiamo di questa perdita quando portiamo l’attenzione al corpo in posizione di immobilità. Il movimento, infatti, offre una percezione in sé e per sé. Durante la pratica del Body Scan, (che conosce bene chi ha fatto il protocollo MBSR o MBCT) questa è una delle prime scoperte: mancano zone, a volte anche molto estese, del corpo. Nel recuperare questa percezione può accadere che la memoria corporea riporti alla mente vecchi episodi traumatici che sembravano dimenticati. A quel punto possono riemergere percezioni, anche dolorose, della zona corporea negata. Questo riprendere a percepire parti del corpo “negate” è positivo perché la patologia fisica e psicosomatica si insedia in queste aree di non percezione, mentre la percezione, anche se dolente, permette il recupero della consapevolezza. La nostra associazione dolore = male = pericolo si fonda su schemi reattivi di risposta di natura ancestrale. Fermarsi e prendere consapevolezza del dolore è necessario per comprendere che tipo di risposta è necessario attivare. Passare immediatamente alla reazione d’allarme produce solo cortisolo e stress!
Il re nudo

Questa perdita di percezione corporea diventa facilmente una perdita di consapevolezza che limita il nostro bagaglio espressivo e ci rende più difficile comprendere le risposte degli altri perché loro continuano a vedere ciò che noi neghiamo, e si comportano di conseguenza. Mentre noi, avvolti dalla negazione, continuiamo su una strada che che visibile solo a noi.
Come nella favola di Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”, il re è nudo ma nessuno ha il coraggio di dirglielo. Quando siamo vittima della nostra negazione succede proprio questo e nessuno ha il coraggio di dirci che cosa sta succedendo. Fino a che qualche evento fa precipitare tutto. E ci accorgiamo di cosa abbiamo negato e dei danni che questo ha prodotto, tutto insieme. Se fossimo rimasti aperti alla consapevolezza – anche dolorosa – di noi stessi e della situazione, questa negazione non avrebbe avuto ragione di esistere.
L’intellettualizzazione
L’intellettualizzazione nasce dalla più classica delle correlazioni corpo – mente: la scissione. C’è una scissione tra ciò che percepiamo nel corpo e dove si trova la nostra mente. La percepiamo come attenzione divisa. Pretendiamo di capire senza stare nell’esperienza reale ma solo attraverso dei processi razionali. Anzi a volte questa la consideriamo una precondizione. “Se una cosa non la capisco non la faccio” è l’affermazione tipica che nasce dal pregiudizio che la mente sia solo nei processi razionali. In realtà ormai parliamo di embodied mind perché sappiamo quanto ciò che percepiamo contribuisce alla formazione delle nostre idee. Quindi se pretendiamo di capire solo con il pensiero in realtà stiamo limitando le funzioni della nostra mente: bel paradosso vero?
Sappiamo che i pensieri hanno un terreno fisico ed emotivo dal quale nascono e che danno il motore alle nostre idee. Molto spesso infatti, la spinta all’azione che le accompagna è connessa all’emozione che nascondono ed esprimono. Se non riconosciamo l’emozione nascosta potremo pensare che stiamo facendo qualcosa di giusto, mentre il realtà stiamo compensando, attraverso la rivalsa, la vendetta, o l’ipercompensazione quello che ritenevamo un nostro diritto emotivo rimasto offeso.
L’intellettualizzazione ci tiene lontani da quell’arrendersi al corpo che tanto abbiamo bisogno di ascoltare: non sono le nostre idee che ci portano fuori dalla stagnazione. È, piuttosto, il darci nuove occasioni di esperienza che ci cambia!
Arrendersi al corpo significa sentirlo completamente dalla testa ai piedi. Significa sentire le tensioni muscolari croniche nel corpo, capire la loro storia e la loro funzione nel presente. Significa sentire il proprio dolore, la tristezza e il pianto. Alexander Lowen
Cosa succede nelle relazioni tra noi intellettuali?
Questo meccanismo difensivo trasforma la relazione in un insieme di ideali, magari romantici, standard da raggiungere o comportamenti da tenere, che sono però lontani dalla realtà dei fatti. Bravissimi a parole, lontani nella sostanza, priviamo i nostri interlocutori dell’ingrediente essenziale di ogni relazione: il contatto e l’attenzione condivisa. E da lì non può che derivarne una sofferenza relazionale. Esserci con il corpo ma non con il cuore e la mente ci tiene distanti anche nella realtà dei nostri rapporti. Quello che facciamo nel protocollo di Mindfulness interpersonale è proprio questo, coltivare la capacità di attenzione condivisa esplorando temi di intimità. Non è uno passo semplice ed è per questo che la partecipazione è riservata a chi abbia già una pratica di mindfulness consolidata e capace di garantirgli consapevolezza delle proprie qualità di concentrazione, attenzione selettiva e consapevolezza aperta.
La proiezione
La proiezione è un meccanismo difensivo classico che ci fa vedere all’esterno ciò che è, invece, dentro di noi, come intenzione o come paura. Si basa su un blocco corporeo arcaico: quello oculare. E crea davvero tanti guai perché spesso si esprime attraverso la convinzione tossica che ciò che vediamo sia vero.
Ha una caratteristica fondamentale: siamo totalmente identificati con quello che pensiamo. Inzuppati in quello che pensiamo come biscotti nel caffellatte! Con la pratica del cinema, tipica del protocollo MBCT sperimentiamo come la distanza cambia la percezione.
Distanza dai pensieri e vicinanza a noi stessi
La distanza di cui abbiamo bisogno è la distanza, intesa come dis-identificazione, dai nostri pensieri. Abbiamo bisogno di dis-identificarci dai pensieri per tornare ad identificarci con la nostra esperienza. Perché i pensieri, staccati dall’esperienza reale, possono condurci anche molto lontano da noi.
Come dimostra la situazione che viviamo quando siamo fisicamente presenti ma emotivamente lontani. In quel momento tutte le nostre relazioni soffrono, private dalla possibilità di attenzione condivisa. Perché, per essere vere, le relazioni hanno bisogno della nostra presenza fisica, concreta, percepibile. Non dei nostri pensieri.
Inoltre, quando ci identifichiamo con i pensieri, ci allontaniamo dalla nostra esperienza ma anche dalla nostra vera natura. Dalle nostre qualità originarie, dalle nostre intuizioni di base. Ecco perché l’attenzione è così importante: ci permette di tornare a sentire, e tornare a sentire è tornare a vivere!
La prossima settimana un approfondimento sul tema della proliferazione mentale ti aspetta!!!
© Nicoletta Cinotti 2024


Lowen si occupa dell’approccio al corpo a partire dalla sua esperienza reichiana ma anche dalla sua formazione iniziale come insegnante di Educazione fisica. Ero uno sportivo e conosceva bene la sensazione di piacere legata al movimento fisico e la sensazione di sforzo che poteva distruggere il piacere. Era consapevole che c’è un aspetto del piacere che è legato al fluire delle sensazioni e alla 
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