Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
tornare a casa
Jon Kabat Zinn, le poesie e la declinazione al singolare
Non so francamente quando sia nata la passione di Jon Kabat Zinn per le poesie. E non so nemmeno se di passione possa trattarsi. Nella nuova edizione di Vivere momento per momento – traduzione italiana del suo libro Full catastrophe Living – Kabat Zinn afferma che la consapevolezza ha una sua logica e poesia interna. E questa, forse, è una delle poche affermazioni esplicite che si possono incontrare sulla poesia nei suoi libri.
Poesie però ne cita molte, anzi moltissime. E in Riprendere i sensi le poesie accompagnano e fanno da corredo al testo per permettere una lettura che non sia solo mentale ma anche affettiva. Così, fino dai primi capitoli compare Kabir, il poeta indiano dell’estasi selvaggia, amato da indù e musulmani. Forse Jon ama Kabir per una delle sue affermazioni chiave:
[box] È lo spirito di ricerca che aiuta. Io sono schiavo di questo spirito di ricerca. Kabir[/box]
Questo stesso spirito è quello che mi ha spinto verso la poesia
Perchè la poesia?
Come molti professionisti ho passato la maggior parte della mia vita adulta a leggere saggi. La narrativa non riusciva a competere con le storie dei miei pazienti. Raramente qualche autore mi dava più emozione delle loro vite e così, raramente, leggevo qualche libro di narrativa. Nel tempo mi sono accorta però che le parole avevano una loro carica ed energia e, soprattutto che certe parole avevano il potere di toccare molto profondamente le persone. Lavorando con il corpo – come analista bioenergetica – le parole assumono una funzione di coscienza. Diventa necessario cercare quelle poche parole giuste che esprimano la sensazione che le persone vivono. E questo, nel tempo, ha affinato il mio desiderio di trovare poche parole ma esatte, per parlare con le persone con la precisione dell’amore.
[box] L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perchè è una funzione della coscienza. È la consapevolezza dell’esatta corrispondenza tra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento. Quando le parole sono connesse o combaciano con le sensazioni, il flusso energetico che ne risulta fa aumentare il livello di eccitazione della mente e del corpo, elevando il livello di coscienza e la messa a fuoco. Alexander Lowen[/box]
Come vedete parlo di parole e non di storie. Le storie infatti, nel mio lavoro, spesso sono solo ripetizioni di copioni di emozioni e comportamenti che si ripetono e raramente introducono elementi di novità. Mentre la psicoterapia non è solo cura ma anche ricerca di cambiamento. La ricerca per portare la novità nella nostra vita.
Ecco così che il ricorso alla poesia – non lirica – sembrava inevitabile.
La poesia declina al singolare pur parlando al plurale
Così quando ho comprato il primo libro di Kabat Zinn, scienziato americano ideatore del protocollo MBSR, non sono rimasta molto stupita nell’accorgermi che, nella sua ricchissima bibliografia, c’era una intera sezione dedicata ai libri di poesie. Un po’ più stupita sono stata quando ho visto che erano parte integrante del materiale didattico. Per la prima volta mi sembrava che due mondi che in genere parlano lingue diverse, si incontrassero.
Così mi sono accorta che un certo genere poetico contemporaneo e la poesia degli haiku di antica tradizione giapponese – lontani dalla tradizione lirica – era esattamente il luogo delle parole che cercavo. Parole che descrivono un’esperienza. Parole che parlano al presente, parole che esprimono la condivisione della nostra comune umanità. A me è sembrata un rivoluzione: far entrare nella cura parole che curano, risvegliano, toccano luoghi che nessuna mano può raggiungere.
[box] Perchè farlo? Per il rispetto dell’unicità Alcuni vorrebbero che sacrificassimo uniformemente all’altare dell’unicità, utilizzando l’idea dell’unità, più che il costante confronto con essa, come un rullo compressore che appiattisce tutte le differenze. ma è proprio nelle qualità uniche di questo e quello, nelle particolari individualità e proprietà che risiedono poesia e arte, scienza e vita, magia, grazia e ricchezza. Jon Kabat Zinn [/box]
Dice Hokusai (che non era un poeta)
Dice che ognuno di noi è un bambino,
ognuno di noi è antico,
ognuno di noi ha un corpo.
Dice che ognuno di noi è spaventato.
Dice che ognuno di noi deve trovare un modo per convivere con la paura.
Dice che ogni cosa è viva (…)
Dice: non importa se disegni o scrivi libri.
Non importa se seghi alberi o peschi pesci,
non importa se stai seduto a casa
a fissare le formiche in veranda o l’ombra degli alberi
e le erbe che ti crescono in giardino.
Quel che importa è che ti importi.
Importa che tu senta.
Importa che tu noti.
Importa che la vita viva attraverso di te (…)
Dice: non avere paura
Non avere paura.
Guarda, senti, lascia che la vita ti prenda per mano.
Lascia che la vita viva per tuo tramite.
[box] A volte la poesia coglie lo spirito di un’idea meglio di qualunque spiegazione, per quanto estesa.[/box]
La poesia e la pratica della meditazione
Il legame tra poesia e meditazione è, invece, molto più consolidato: la meditazione è l’arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po’ come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto. Così è normale che ci sia una poesia che nasce proprio dalla pratica di meditazione vipassana: una pratica in cui lavoriamo per sospendere, essere consapevoli, esplorare, il pensiero narrativo e andare al di sotto del pensiero, prima che nascano i pensieri, alla nostra mente originaria.
[box] Mi è stato domandato quale ruolo possa avere la poesia nell’itinerario di un praticante buddista. Attraverso la poesia potete trovare il vostro stato mentale. Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche o artistiche ma si dovrebbe scrivere il proprio stato mentale su un pezzo di carta. Questo è il significato dell’espressione “il primo pensiero è il miglior pensiero”. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria. Chogyam Trungpa[/box]
Non tutte le pratiche di meditazione sono uguali. Nella meditazione vipassana theravada, da cui derivano i protocolli mindfulness, le istruzioni sono essenziali: tornare al corpo, tornare al respiro e alla sua porta ritmica. Queste semplici istruzioni diventano un po’ come tornare a casa: a casa nel corpo, a casa nell’intimità con se stessi e in quello strano insieme di misteriosa vicinanza e di tenera distanza che sperimentiamo quando riusciamo a stare con l’attenzione al respiro. Non è una pratica trascendente ma assolutamente immanente: non ci chiede di elevarci, migliorarci trasformarci. La trasformazione è tornare ad essere chi siamo veramente, abbandonando la lotta e il conflitto con noi stessi. È dichiarare pace. Questa dichiarazione di pace è aperta dalla porta ritmica del respiro, quell’esperienza poetica ma non lirica, che facciamo con ogni respiro. Il respiro è poetico perchè – per esistere – richiede flessibilità, vulnerabilità, cambiamento. Nulla di rigido respira. E ogni respiro è diverso dall’altro.
[box] Cos’è la pratica: la pratica è vita quotidiana, non stato speciale della mente, non solo solitudine, silenzio. E’ lavare i piatti, fare il tè, parlare con qualcuno, correre nella neve, avere paura di sbagliare a cucinare per la comunità, per errore suonare l’allarme in tutto il monastero, interrompere i canti con una domanda inutile e vedere l’abate che ride tranquillo e continua a cantare. La pratica è accogliere la vita così com’è, noi stessi come siamo, senza migliorarci, allora la trasformazione ha luogo. Chandra Livia Candiani[/box]
La poesia è quindi mappa per l’ascolto
Così alla fine, la poesia non è solo parlare ma ci offre una specie di mappa per l’ascolto di noi stessi. Diventa la conseguenza del raccoglimento e, contemporaneamente, dell’essere esposti al mondo. Come dice ancora Chandra Livia Candiani più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?
La lama del congedo
Ogni momento diventa così poetico, quando è investito dalla nostra consapevolezza perchè alla fine, tutta la poesia dichiara il continuo processo di cambiamento al quale siamo soggetti che fa sì che la nostra vita sia un susseguirsi di attimi. ognuno dei quali è significativo perchè vissuto. Così il momento del saluto, alla fine del protocollo, può far nascere una poesia.
[box] Cosa mi resta? Niente se non un’emozione, un piccolo dolore al cuore e la felicità dentro. E ormai è notte. Francesco Crenna[/box]
Il tempo del congedo
è coltello giusto
la sua lama più evidente
della mia pelle –
rotta –
simile all’amore
introvabile:
un adulto di spalle
ti fa vedere l’anima. Chandra Livia Candiani
© Nicoletta Cinotti rev 2021
C’è almeno una strada che si fa sovrappensiero
“C’è almeno una strada che si fa sovrappensiero.” (Bluvertigo)
Azioni di poco conto
Sono infinite le cose che facciamo sovrappensiero, le attività che non incontrano il nostro interesse. A che cosa pensi quando ti lavi i denti o bagni i fiori? Sei concentrato, o pensi a quello che devi fare dopo?
E’ vero che c’è almeno una strada che si fa sovrappensiero. E’ quella strada che non ricordi quasi di aver fatto, magari perché è diventata talmente usuale da aver perso qualunque attrattiva. La stessa strada in cui forse ogni giorno succede qualcosa di carino, ma non si hanno più gli occhi per notarlo.
Anche quelle piccole azioni quotidiane e abituali a cui non prestiamo più attenzione potrebbero essere in realtà svolte con uno spirito diverso, con uno sguardo che permetterebbe di vedere oltre la noia o la fatica di farle.
I percorsi di mindfulness partono spesso proprio da queste azioni automatiche, che possono diventare il terreno per diventare più consapevoli e riappropriarsi delle proprie azioni.
Il corpo sovrappensiero
Il corpo è il primo oggetto con il quale siamo sovrappensiero. Parlare del corpo come “oggetto” è forse un po’ surreale, perché il corpo siamo noi. Eppure per molti di noi il corpo è un semplice oggetto, sul quale si possono concentrare molte attenzioni o nessuna, ma che consideriamo come qualcosa di fondamentalmente separato.
Siamo come disconnessi.
Lo possiamo vedere dalle volte in cui ci dimentichiamo di mangiare, o quando ci accorgiamo di aver esagerato e ormai è troppo tardi.
In realtà ci accorgiamo davvero del corpo solo quando sentiamo una sensazione forte o un dolore. Allora ci ricordiamo di quella parte di noi che fino a quel momento avevamo dimenticato.
Riappropriandoci del nostro corpo anche quando questo non succede ci riappropriamo delle nostre azioni e delle esperienze che viviamo. Perché? Perché la mente ci porta sovrappensiero, il corpo no. La mente può viaggiare nel passato e nel futuro, essere lontano e in altri spazi, il corpo no. Il corpo ci tiene dove siamo veramente.
Sentire il corpo, al di là dei concetti
Concentrarsi sul corpo significa tornare a contatto col presente.
Non si può fare in maniera concettuale: non si tratta di guardarsi attentamente allo specchio, quanto di entrare dentro lo specchio per sentire quello che sta succedendo all’interno.
Guardandoci da fuori possiamo vedere la forma del nostro volto e magari notare qualche imperfezione. Con un’osservazione diversa, che parte dall’interno, possiamo anche sentire se i nostri muscoli sono tesi, se la mascella è rigida o morbida, sentire cosa i nostri occhi stanno provando a comunicare.
Quello che si ricerca con la mindfulness è un’attenzione autentica, va al di là del concetto di come pensiamo che sia o debba essere quella parte del corpo. Se guardiamo lo specchio è facile cadere nel “concetto”: osserviamo che i nostri capelli sono in un modo e non in un altro, confrontando i nostri dettagli con dei dettagli ideali.
Questi concetti possono essere un elemento di disturbo, non permettendo di vedere la realtà come qualcosa di mutevole e fondamentalmente unico.
Se si vuole fare un ritratto pensando che “gli occhi si fanno così”, il disegno non sarà mai somigliante: è possibile vedere la persona “in quell’istante”, come forma ed espressione, dimenticando per un po’ che quello è un naso e quelli sono occhi?
E’ possibile sentire e sentire se stessi in modo incondizionato?
Una vera alternativa
Il corpo dà continuamente dei segnali e già da ora puoi iniziare a sentirli, chiedendoti di percepire la temperatura, la gravità, i movimenti che stanno accadendo “nella tua sede”.
Qualsiasi sensazione, pulsazione, può essere neutra o trasmettere qualcosa, di positivo o negativo.
Prima di pensare a che cos’è o a che cosa vuol dire, prova a sentire del tutto una determinata sensazione, a chiederti che effetto ti fa.
I pensieri busseranno di sicuro alla porta, ma si può imparare che sono solo pensieri.
I pensieri hanno a che fare con l’esperienza ma non coincidono con l’esperienza e la mindfulness insegna a trattarli nella giusta misura.
Se sono molte le strade che fai sovrappensiero, se anche tu ti dimentichi ogni tanto di avere un corpo, ora sai che c’è un’alternativa a questo distacco. Alcuni lo chiamano “tornare a casa”.
Vuoi ascoltare Sovrappensiero dei Bluvertigo? Clicca qui!
© Silvia Cappuccio 2016
La casa del corpo
Non possiamo sbagliare se diciamo che il corpo è la nostra casa: senza questa dimora non saremmo qui! Eppure è abbastanza frequente che per cambiare qualcosa nella nostra vita il corpo sia l’ultimo dei luoghi a cui pensiamo di rivolgerci. Come mai?
Identificarsi con la mente
Siamo molto abituati ad identificarci con la mente. Quello che normalmente chiamiamo IO non corrisponde al nostro corpo ma alla nostra mente. Questa identificazione è culturale oltre che personale. Tutta la nostra cultura sostiene questa identificazione almeno da Cartesio in poi. Il suo “cogito ergo sum” è stata la base per lo sviluppo del pensiero scientifico e, per estrapolazione, la base su cui abbiamo appoggiato molte delle nostre convinzioni educative.
Dobbiamo arrivare ad anni molto recenti perché si aprano degli spiragli di dubbio sull’identificazione tra Io e mente.
Nella psicoterapia quando è arrivato il corpo?
Il corpo arriva nella psicologia con Freud. Non dobbiamo dimenticare infatti che Freud collega lo sviluppo evolutivo all’attivazione di specifiche aree corporee: la fase orale, anale, fallica, la fase di latenza e quella genitale comportano l’attivazione di funzioni psico-fisiche. Nel passaggio dalla teoria alla pratica il corpo, nella psicoanalisi, finì per perdere il ruolo centrale diventando una “talking cure” che lasciava il corpo abbandonato sul lettino.
[box] La prima, famosa paziente a parlare di talking cure fu Anna O., al secolo Bertha Pappenheim, in seguito diventata sociologa di qualche rilievo, che chiama la psicoanalisi ‘talking cure’, cioè cura parlata, o cura della parola.[/box]
Quando, attorno alla seconda metà degli anni ’20 del secolo scorso, Wilhelm Reich cercò di ripristinare l’attenzione al corpo i risultati non furono brillanti. Nel 1934 infatti fu espulso dalla Società psicoanalitica viennese e fondò un suo orientamento clinico definito inizialmente Vegetoterapia carattero-analitica e poi Orgonoterapia. Le sorti di Reich però furono molto difficili. Finì in un penitenziario americano per le sue ricerche sull’orgone e qui morì nel 1957. Nel frattempo, alcuni dei suoi allievi americani dettero vita all’approccio della Gestalt (Fritz Perls) e della Bioenergetica (Alexander Lowen)
Il corpo torna a casa
Così l’attenzione al corpo torna ad essere centrale nella psicoterapia bioenergetica. Un’attenzione che non viene accolta favorevolmente nell’ambito psicoanalitico ma che, malgrado le voci avverse, continua a svilupparsi attorno alla figura di Lowen e al lavoro dell’International Institute of Bioenergetic Analysis.
[box] “L’analisi bioenergetica è un approccio che integra il corpo nel processo analitico, perché il corpo è la persona. Qualunque problema presente nella personalità quindi si manifesta sia nell’espressione corporea che nell’espressione psicologica. Questi problemi posso essere individuati in modo accurato a partire proprio dalla motilità del corpo se si è in grado di leggerne il linguaggio. Il corpo inoltre contiene la memoria di ogni esperienza che la persona abbia attraversato, pertanto è possibile leggere la biografia di una persona a partire dalla struttura dinamica del suo corpo. Da un punto di vista teorico possiamo affermare che ogni esperienza vissuta si struttura nel corpo delle persone così come nella loro mente.” Alexander Lowen[/box]
Le basi di questo approccio – mutuato dall’esperienza reichiana – sono semplici:
- spostare l’identificazione dalla mente al corpo;
- lavorare sulla percezione come strumento per modificare i processi mentali;
- la comprensione della personalità, del carattere di una persona è strutturata sulla base di quanta energia ha e di come la utilizza. L’energia disponibile è strettamente in relazione con l’organizzazione muscolare delle difese.
- esiste una identità funzionale tra la mente e il corpo. Ad un livello profondo, corpo e mente sono un’unica realtà: la parola corpo include la mente così come quest’ultima implica l’esistenza di un corpo. Non possono essere separati e non esiste esperienza che non abbia impatto su entrambi. A livello superficiale, il corpo e la mente sono antitetici ed ognuno rappresenta un aspetto differente ed opposto della personalità.
Il corpo diventa scientifico
L’analisi bioenergetica rimane però una voce abbastanza isolata fino a che anche le neuroscienze iniziano ad occuparsi in maniera più diretta dell’influenza dei processi corporei nello sviluppo psichico e men
tale. Una figura centrale in questo cambiamento di paradigma fu quella di Francisco Varela con le ricerche sulla percezione enattiva. Nel suo approccio neurofenomenologico il movimento e l’esperienza giocano un ruolo fondamentale nei processi percettivi, affermando così quanto sia fondamentale che cambi la nostra percezione delle cose perché possa avvenire un cambiamento della mente. Ma non fu una voce isolata. Tutte le ricerche neuroscientifiche – dagli anni ’90 in poi – hanno confermato unanimemente il ruolo centrale del corpo nella formazione della mente e nel suo cambiamento. Una strada nuova e antica insieme si è riaperta.
Il corpo nelle pratiche tradizionali
Tanto entusiasmo nei confronti delle conferme scientifiche non deve farci dimenticare che la scienza conferma ciò che la saggezza conosceva da secoli. La capacità di diventare riflessivamente attenti alle sensazioni del corpo e all’esperienze sensoriali è al centro di molte diverse tradizioni, dalla mindfulness all’Hatha Yoga, dal Qigong al Tai Chi, solo per citarne alcuni. Il punto centrale e comune è l’attenzione alla consapevolezza corporea nelle sue diverse componenti. Ma cosa cerchiamo con questa attenzione? Il benessere che viene dall’essere presenti a se stessi e quella migliore capacità di utilizzare le proprie risorse che è sostenuta da una attenzione focalizzata nel qui e ora.
[box] Cerchiamo non flessibilità, bensì apertura, consapevolezza. Possiamo immaginare la consapevolezza come il sole, dove arrivano i suoi raggi scaldano e sciolgono le tensioni, aprono, ovvero creano spazio dove accogliere e abbracciarsi è di nuovo possibile. Mi piace sentire che ci muoviamo alla ricerca dell’equilibrio tra: shtira– ciò che è stabile, forte, radicato e, sukha, – ciò che è morbido, senza tensioni, in agio; due parole pali per dire equilibrio tra effort e surrounding ovvero sforzo e arrendevolezza, grace e gravity o grazia e gravità. Valeria Maggiali[/box]
L’ancoraggio al corpo
Tutti noi siamo attraversati da emozioni, a volte di grande intensità. Cosa fare?Trattenere non serve, scaricare è distruttivo: come essere fedeli a se stessi senza cedere all’aggressività o alla paura?Il primo passo per la regolazione delle emozioni è stabilizzare l’attenzione e per fare questo il corpo, il fluire delle sensazioni fisiche, indipendenti dalla qualità positiva o negativa che possono avere, è centrale. L’ancoraggio può avvenire attraverso la consapevolezza del respiro o delle sensazioni fisiche e apre un nuovo panorama di cura: possiamo stare meglio facendo una pratica corporea anche se non è una psicoterapia. Così tornare a casa non è più solo un semplice riportare l’attenzione al ruolo basilare del corpo nei processi di guarigione ma anche un riconoscere che il lavoro corporeo – che sia una classe di yoga, di tai chi, di bioenergetica o un protocollo mindfulness – ha effetti terapeutici in se e per se.
Inoltre ogni emozione ha una radice corporea e aumentare la consapevolezza del corpo quindi ci può rendere maggiormente in contatto con le proprie emozioni, fornendoci, nello stesso tempo, una base sicura per non lasciarci travolgere dalla loro forza. Questo radicamento nel corpo aiuta sia a mantenere le emozioni che sperimentiamo entro la nostra finestra di tolleranza,che a rendere la nostra finestra di tolleranza più ampia e flessibile.
Torniamo all’inizio
Così torniamo, in qualche modo, da dove eravamo partiti. Il corpo ha finalmente guadagnato un ruolo nelle pratiche di meditazione e di cura così come nella psicoterapia. Possiamo dire che occuparci del corpo cura il corpo e la mente. Dobbiamo riconoscere però che occuparsi del corpo non è neutro ma spesso solleva emozioni e riflessioni che possono aver bisogno di una risonanza empatica e, altre volte, di cura. È necessario quindi una saggezza discriminatoria: a volte abbiamo bisogno di pratiche corporee come lo yoga, il Ci kung o il Tai chi – e sono più che sufficienti per noi – altre volte abbiamo bisogno di cura del corpo – osteopatia, fisioterapia, metodo Feldenkrais e altre tecniche ancora – altre volte abbiamo bisogno di una cura corpo mente: di psicoterapia o di medicina integrata. Saper riconoscere questi diversi bisogni è fondamentale per avere una risposta, che sia adeguata alle nostre necessità.
[box] Il corpo è l’arpa della vostra anima, E sta a voi trarne musica armoniosa o confusi suoni.Gibran[/box]
© Nicoletta Cinotti 2016
Foto di ©DebsterH
Pensieri in libertà
Ogni tanto abbiamo bisogno di “staccare la mente” come diciamo con una bella metafora. Magari abbiamo bisogno di farlo anche durante le nostre giornate, visto che è un’azione che non richiede cartoline né saluti.
Così, mentre stiamo facendo qualcosa, andiamo altrove: fantastichiamo sul futuro, rimuginiamo sul passato, organizziamo vie di fuga. Con l’idea – sbagliata – che questo ci faccia riposare un po’ e ci dia sollievo rispetto all’incessante pensare pratico che ci accompagna. Li consideriamo pensieri in libertà, così diversi dai pensieri della programmazione e dell’organizzazione che ci portano invece dentro rigidi schemi.
Il sollievo che ci garantiscono però è davvero fittizio: per ritornare e rimettere insieme i fili di quello che ci siamo persi paghiamo un prezzo. E un prezzo ancora più alto per avere alimentato, una volta di più, la forza dei pensieri come unica soluzione a tutto: alla stanchezza, alla fatica, alla noia. La somma ci dà una mente che si sente autorizzata a vagare, anche quando non ha l’autorizzazione. Così, se siamo stanchi, se abbiamo bisogno di staccare la spina, di prenderci una pausa, perché non tornare a casa, al respiro, al corpo, là dove siamo nati. Perché non alimentare la semplice bellezza dell’essere vivi, presenti, qui e ora?
La consapevolezza ci insegna che i pensieri sono soltanto pensieri, eventi che accadono nella mente. Spesso sono validi, ma non sono “te stesso” né “la realtà”: sono il continuo commento interno che fai su di te e sul mondo. Queste semplice presa d’atto ci libera dalla realtà scombinata che tutti noi ci fabbrichiamo da soli, preoccupandoci, rimuginando e ruminando di continuo. E si può tornare a vedere una via chiara da percorrere. Penman, Williams
Pratica di Mindfulness: Centering meditation
© Nicoletta Cinotti 2016 Le radici della felicità
Domenica 19 Giugno dalle 14.30 alle 15.30 una pratica gratuita di mindfulness per l’International Yoga Day a Palazzo Verde, Via del Molo 65, Genova
Cosa bussa alla porta dei sensi
Siamo sempre immersi in un panorama, interno ed esterno. A volte percepiamo il panorama interno come uno sfondo tranquillo e siamo attirati in maniera prevalente dall’esterno. Altre volte succede il contrario: l’esterno è solo uno sfondo e siamo attirati da quello che succede dentro di noi.
Può essere una sensazione di disagio fisico o emotivo che cattura la nostra attenzione; in genere, quando succede, è accompagnata da un flusso di pensieri e ipotesi.
Quello che non consideriamo però è come il panorama interno e quello esterno siano continuamente in relazione e si influenzino reciprocamente. Cerchiamo segnali di tranquillità esterni e proiettiamo fuori – molto spesso senza accorgercene – quello che abbiamo dentro. Così se siamo tesi, stressati o nervosi anche il minimo contrattempo può diventare un problema che percepiamo fuori di noi, anche se la sua radice è interna.
Ecco perchè facciamo riferimento alle sei porte dei sensi: vista , udito, tatto, odorato, gusto e, infine l’ultimo senso, la mente. Se sappiamo percepire ciò che bussa alla porta dei sensi ci sarà più facile sapere quello che è interno e quello che è esterno a noi. Ci sarà più semplice distinguere le proiezioni della mente dalla realtà. Cogliendo ciò che accade nella sua basilare semplicità riusciremo così a lasciar emergere risposte nuove, soluzioni alternative, perchè ogni cosa apparirà nella sua natura originaria. Usciremo, in una parola, dai soliti binari: quelli che ci fanno dare significati ripetitivi a ciò che accade.
Che effetto farebbe prendere dimora nel proprio corpo, nella sensazione di essere vivi e basta, anche se per pochi attimi, diciamo per cinque minuti alla fine della giornata, sdraiati a letto o seduti da qualche parte, la sera o all’inizio della giornata, persino prima di mettere già i piedi dal letto? Che effetto farebbe? Potete scoprirlo, naturalmente, se solo incontrate voi stessi evitando deliberatamente di riempire il momento presente di qualcosa (…) E anche se non siete agitati potete sempre ricordare, quando fate la doccia, di controllare se davvero vi trovate nella doccia o se la vostra mente sia da qualche altra parte a riempirsi fino all’orlo dimenticandosi di fare una capatina nel «qui e ora»: nell’acqua che vi scorre sulla pelle. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: Riprendere i sensi: la consapevolezza del corpo
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBSR online
Foto di © littlenelly (rare but there)
