Quando incontriamo una tensione o difficoltà, il primo livello di risposta, forse quello più istintivo, è un estendersi della tensione in tutto il corpo. Può non essere una tensione forte ma diventa una specie di rumore di sottofondo che dichiara una situazione di allerta. Ci predispone alla lotta e alla difesa. E attiva una reazione avversativa rispetto a qualcosa che è già entrato nella nostra vita. Questo è l’interruttore: non abbiamo controllato cosa stava succedendo. Ce lo siamo ritrovato davanti e il senso d’impotenza che può generare ci spinge a combattere.
Surrender, la resa, non è però una posizione impotente: è una posizione di fiera dignità che abbraccia la realtà così com’è. È un momento definito quello in cui avviene la resa e, spesso, è un momento luminoso. Mentre l’impotenza è fatta di paura, passività e impossibilità, la resa alla realtà così com’è dichiara che abbiamo visto ciò che c’era da vedere, compreso quella che c’era da comprendere.
La resa non è il momento della sconfitta: è il momento del cambiamento. Quello in cui rinunciamo a coltivare le nostre illusioni e iniziamo a muovere le nostre forze nella giusta direzione.
Possiamo coltivare questo atteggiamento interiore in ogni momento attraverso la cura del corpo. Perché è il corpo il primo rilevatore della nostra avversione verso la realtà, costruendo tensioni reattive. E tensione dopo tensione, quasi senza accorgercene, ci mettiamo nella lotta. Una lotta che ci allontana dalla realtà. Così, più volte al giorno, possiamo prenderci cura della nostra resa al momento presente, abbassando il rumore della tensione con brevissimi momenti di pratica. Non occorre chiudere gli occhi: occorre sentire il corpo.
L’idea della resa è impopolare per l’individuo moderno, il cui orientamento si basa sull’idea che la vita sia una lotta, un combattimento, o quanto meno una contesa. Molte persone considerano la vita un’attività che tende a un qualche conseguimento, a un qualche successo. L’identità personale spesso è più legata all’attività della persona che al suo essere.(…)Noi non viviamo in virtù della nostra volontà: la volontà è impotente a regolare o coordinare i complessi processi biochimici e biofisici del corpo, è impotente a influire sul metabolismo del corpo, da cui dipende la nostra vita. E questo è un concetto molto rassicurante perché, se fosse vero il contrario, la vita si spezzerebbe al primo fallimento della volontà. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: Addolcire, confortarsi aprire
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBCT online
Perchè lasciar andare è, prima di tutto, un atto di ingresso: entriamo in quello che c’è. Non significa rinunciare al cambiamento, al dinamismo, allo scorrere. Lo facciamo a partire da questo ingresso, radicale, nel presente. In fondo lasciar andare è una dichiarazione di non reattività: assaporo tutto fino in fondo, certo che da quel luogo nasca la spinta per il passo successivo. Non lotto ma accolgo e poi lascio che la forza di quello che accade mi porti in una direzione creativa. In una direzione in cui la mia creatività non è contro alla creatività della vita ma ne è parte.
mente non abbiano nessuna relazione. E’ un pensiero che nasce dalla nostra separazione tra corpo e mente. Se ristabiliamo l’originario senso di unità possiamo accorgerci che i movimenti sono speculari a ciò che proviamo mentalmente.
