La solitudine non è un sentimento insolito per un adulto: è normale sentirsi soli, in alcuni momenti e, in altri, scegliere di stare soli. Spesso è per fedeltà a noi che possiamo provare solitudine: per fedeltà ai nostri interessi, alle nostre passioni o alle nostre convinzioni. Non è questa la solitudine che pesa, anzi, a volte può essere un sollievo.
Ci serve per mettere a fuoco le nostre idee, nutrire la creatività e dare forma alla nostra vita: può essere una semplice e immediata terapia dell’essere che ci fa tornare a casa. Anche per i bambini è così: quando sanno stare da soli, giocare da soli e organizzare il proprio tempo in autonomia sappiamo che stanno crescendo bene. Che sanno regolare le emozioni sociali e quelle individuali.
Ma c’è un tipo di solitudine che, invece, è sempre troppo: quella che nasce dall’isolamento, quella che crea il vuoto e ci lascia assorbiti nei nostri pensieri. Quella solitudine non è benefica perchè nasce da un ritiro ed è alimentata dalla paura e dall’assorbimento nei pensieri. Alla fine diventa lieve come la nebbia e quasi non la sentiamo più. Eppure è così importante saper distinguere la solitudine che nutre l’essere da quella che lo affoga nell’isolamento e nel deserto. Interno ed esterno. Questa solitudine non merita indugio né indulgenza. Merita risposte attive e movimento. Contatto e relazione. Merita lo sforzo di uscire dal guscio perchè – contrariamente a quello che pensiamo – fuori, il mondo esterno è sempre meglio dell’isolamento interno. A qualsiasi età. Anche se abbiamo imparato da bambini a stare ritirati è sempre il momento giusto per iniziare ad uscire. E i momento giusto è adesso.
Il tuo passato diventa una luce quando ti aiuta a notare che cosa sta succedendo nel tuo presente. Virginia Satir
Pratica di mindfulness: Pratica di accettazione
© Nicoletta Cinotti 2024 Le radici della felicità. Ritiro di primavera
Lavorare con le emozioni durante la pratica di meditazione
Così ho imparato che c’erano quattro passi cruciali per dirigermi verso la tanto agognata felicità. Il primo non è stato così scontato: riconoscere quello che provavo. Molto spesso confondiamo le emozioni con la spinta all’azione che producono. Ci ritroviamo quindi ad agirle senza nemmeno sapere che cosa ci ha mosso e come possiamo nominarlo. Ma se non sappiamo davvero quello che ci sta succedendo, come possiamo trovare una risposta adeguata al nostro bisogno?

