Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
gentilezza
Cosa c’è di nuovo nella cura con la Mindfulness?
Gli ultimi vent’anni sono stati attraversati dal vento della mindfulness, nelle diverse aree di cura. Un vento che ha portato semi nuovi e diffuso un approccio diverso alla cura di disturbi sia fisici che emotivi. Troviamo così la mindfulness come medicina complementare nella patologie fisiche e nel trattamento della depressione o dei disturbi emotivi. Cosa la rende così versatile? Quali sono i suoi principi di base? Cos’è che rende diverso l’approccio mindfulness alla cura?
L’approccio difensivo alla cura
Sia in psicologia che in medicina la cura – nell’ultimo secolo – è passata attraverso la logica delle difese. Il sistema immunitario ci protegge dall’attacco di agenti patogeni; le difese psicologiche ci proteggono da attacchi di tipo emotivo. La salute è stata associata all’avere un sistema immunitario in regola e un sistema difensivo efficace. E la cura è stata vista come un modo per rafforzare l’efficacia difensiva.
Questo approccio difensivo alla cura – ha sottovalutato il costo del tenere attiva una difesa. E ha anche sottovalutato il costo – in termini energetici – di mantenere attivo preventivamente un sistema difensivo. Le difese dovrebbero funzionare nel momento in cui c’è un attacco e disattivarsi una volta che l’attacco si è concluso. In realtà, almeno psicologicamente, i sistemi difensivi rimangono attivati più del necessario e finiscono così per costruire sintomi che non sono legati al disturbo ma proprio all’attivazione difensiva.
Un esempio? I sintomi paranoidi spesso sono un effetto delle difese non della patologia che ha un carattere depressivo. Oppure, nel caso delle patologie cardiovascolari, sappiamo che il rischio di infarto miocardico è aumentato in persone che nutrono affetti negativi. Affetti negativi che sono il risultato di conflitti irrisolti e mantenuti attivi dalle difese stesse.
Abbiamo costruito una cultura della guerra e ne stiamo vedendo le conseguenze proprio in questo momento.
Passare alla logica delle risorse
Spostare l’attenzione sulle risorse personali – che è uno dei primi passi dell’approccio basato sulla mindfulness – diminuisce il senso di pericolo e sottolinea l’aspetto delle capacità mettendo – psicologicamente – in un clima positivo. Inoltre attiva le risposte del sistema connesso alla calma e alle relazioni sociali, integrando gli aspetti cognitivi e quelli emotivi.
L’uso sproporzionato della logica delle difese potrebbe essere responsabile della discrepanza che a volte viviamo tra pensiero ed emozioni
La nostra struttura di pensiero difensiva ci fa andare in una direzione che non è congruente con l’aspetto emotivo – so questa cosa ma non la sento è la frase che esprime questo conflitto – e dipende dal fatto che affidiamo in maniera eccessiva il processamento delle informazioni ai canali razionali e difensivi. Emotivamente avremmo bisogno di essere consolati ma, di fatto, – avendo attivato le nostre difese – abbiamo accesso ad una possibilità razionale di consolazione ma non affettiva.
Quali emozioni attivano le difese
Ci sono emozioni attivate dai nostri sistemi difensivi. Sono emozioni come la vergogna, l’umiliazione, l’autocritica.
Queste emozioni disinnescano le risposte legate al conforto sociale, alla calma e alla relazione tra esseri umani e spingono ad un comportamento di ritiro.
Sono emozioni presenti in una varietà di disturbi emotivi perché, come dicevo prima, sono connesse alla difesa e non al disturbo emotivo.
Sono emozioni trans-diagnostiche: ossia le provi sia se hai un disturbo ossessivo-compulsivo, che un disturbo dell’alimentazione, una depressione maggiore o semplicemente una condizione cronica di stress.Spostare l’attenzione sugli aspetti legati alle regolazione attraverso emozioni positive, delle emozioni relazionali, ha un duplice effetto: riduce la sensazione di pericolo e porta in contatto con gli altri proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di uscire dal ritiro prodotto dalla paura connessa alla minaccia.Facciamo un piccolo excursus e vediamo che cosa comporta avere attivo un sistema di autocritica
Il sistema di autocritica
Una delle ipotesi più accreditate sul nostro funzionamento ipotizza che esistano tre diversi schemi di risposta neuro-psico-fisiologica: 1) un sistema difensivo (attacco, fuga, freezing o accondiscendenza); 2) un sistema di ricerca delle risorse connesso all’eccitazione e alla ricerca di risposte connesse ai nostri desideri e un 3) sistema affiliativo connesso alle emozioni di calma, relazione e connessione. L’autocritica si attiva in collegamento con quello difensivo e comporta una disattivazione del sistema di calma e connessione sociale. Quando è attiva l’autocritica – o la critica – sembra che le nostre capacità di connessione sociale siano spente. Il pensiero diventa competitiva e le modalità cooperative passano in secondo piano. Diminuiscono gli scopi condivisi e aumentano gli scopi personali; se la cooperazione aumenta le risposte relazionali, la competitività sviluppa una sorta di contro – empatia che rende più difficile – se non impossibile – l’accesso alle modalità di calma e connessione relazionale.
La percezione della minaccia disattiva la riflessione
Di questo quadro fa parte anche il fatto che quando ci sentiamo minacciati da una minaccia interna – autocritica – o esterna – critica o attacco – la nostra capacità riflessiva decresce in maniera estremamente rilevante.
Essere riflessivi, quando si è in pericolo, non è detto che sia una buona qualità e quindi diamo la precedenza alle risposte impulsive e rapide.
Se questa condizione è transitoria non ci sono particolari problemi: al ripristinarsi della situazione di sicurezza, torna attiva anche la capacità riflessiva.
Se, invece, le nostre difese rimangono attive anche dopo che il pericolo è passato, è molto probabile che, con il tempo, si sviluppi un atteggiamento non riflessivo e non affettivo rispetto alle difficoltà che incontriamo.
Minaccia e depressione
La serotonina – neuromediatore connesso alle patologie depressive – svolge un ruolo nel sistema difensivo. Sappiamo che la depressione si accompagna ad una ridotta captazione della serotonina presente o ad una riduzione nella produzione di serotonina. La captazione della serotonina influenza lo stato di attivazione, la sua durata e le risposte usate per calmare la sensazione di pericolo. Meno serotonina abbiamo in circolazione, più prolungata sarà la sensazione di minaccia relativa ad uno stimolo percepito come pericoloso. La risposta depressiva però non è mediata solo dalla serotina. Anche la dopamina partecipa alle complesse modalità reattive che possono essere presenti in una situazione di depressione. Una aumentata produzione di dopamina attiva il sistema motivazionale legato al desiderio, all’eccitazione e alla realizzazione dei propri bisogni. In questo modo però abbiamo ben due sistemi che si attivano e che escludono la possibilità di modulazione legata al sistema della calma e della connessione sociale: il sistema difensivo e il sistema di ricerca delle risorse. Paradossalmente, più ci sentiamo infelici più possiamo tentare di spostare la soluzione sul piano motivazionale, aumentando il numero di azioni che possono comportare soddisfazione.
Le relazioni sociali e l’appagamento
Quello che accade con la mindfulness è che l’attenzione si sposta decisamente sul sistema connesso alla calma, alla connessione relazionale e alle sensazioni di appagamento. Passiamo quindi dalla ricerca di sicurezza (safety seeking) alla sensazione di sicurezza (safeness). Questo sistema genera uno stato di sollievo, offrendo una sensazione di quiete e serenità che aiuta a recuperare il nostro equilibrio. La felicità non è data da modalità competitive ma dalla sensazione di appagamento per ciò che è presente.
Questo sistema è connesso all’affetto e alla gentilezza ed è mediato dalle endorfine e dall’ossitocina e ha una funzione modulatrice sulle emozioni attivate dagli altri due sistemi. Se cerchiamo di lavorare solo sul sistema difensivo possiamo sottovalutare il fatto che, prima di tutto, abbiamo bisogno di calmarci.
[box] Potete non avere colpa per com’è la vostra mente, per le passioni, le paura e gli accessi d’ira che si agitano in essa, ma solo voi potete assumervi la responsabilità di addestrarla nella direzione della vostra felicità e quella degli altri. È come un giardino. Potete lasciare che il vostro giardino cresca e crescerà: vi germoglieranno erbacce e fiori ma potrebbe non piacervi il groviglio che si crea se lo abbandonate a se stesso. La stessa cosa accade con la mente. Quindi coltivare, praticare, focalizzarsi sugli aspetti della nostra mente che vogliamo incrementare è la strategia chiave se scegliamo di assumerci il controllo di essa. Paul Gilbert[/box]
Il cambiamento come cura e coltivazione
In questa prospettiva il cambiamento non è orientato dal sistema difensivo; è piuttosto una azione di coltivazione, di cura, in cui ognuno è responsabile del nutrimento che offre alla propria mente e del tipo di emozioni che coltiva nella propria vita quotidiana. Le strategie di autoregolazione emotiva funzionano quando sono connesse al sistema di regolazione appropriato. Quindi non sono i pensieri ad essere pericolosi ma la loro ripetizione. In questo senso l’azione di coltivazione è semplice e duplice: 1) spostare l’attenzione dai processi di pensiero a quelli sensoriali. 2) Focalizzare l’attenzione sul presente.
La rifocalizzazione dell’attenzione diventa un elemento basilare: permettere all’attenzione di vagare è come lasciare che le erbacce invadano il proprio giardino.
La retroazione
Le emozioni problematiche si mantengono attraverso un meccanismo di retroazione che coinvolge il corpo – con le tensioni fisiche – e i pensieri, con l’attivazione delle strategie difensive. Qui si inserisce il diverso approccio della mindfulness: l’autocritica, la ruminazione che caratterizzano la nostra attività mentale sono responsabili del prolungarsi del sistema difensivo. La ripetizione rafforza queste connessioni. La mindfulness le indebolisce rafforzando il sistema affiliativo basato sulla calma, sulla consolazione e sulle connessioni sociali.
Lo fa attraverso la capacità di distanziarsi, in modo compassionevole, dalle proprie tempeste emotive; disattivando la ripetizione degli stessi schemi di pensiero, sviluppando una base interiore di compassione e accettazione.
Imparare a consolarsi
Inutile dire che parte del nostro apprendimento alla consolazione deriva dalla nostra infanzia; dai nostri genitori. Così domande come “Come ti dimostravano affetto i tuoi genitori?“; “Come ti consolavano?“; “Come ti parlavano delle emozioni ?”, “Quando soffrivi come ti aiutavano?” sono domande che possono offrire molte informazioni sulle nostre capacità di auto-consolazione e reparenting. Se desideriamo spostare l’attenzione dal sistema difensivo alle abilità di consolazione è necessario esplorare come queste abilità funzionano e si realizzano. Potremmo scoprire così che una parte della cura mindfulness consiste in una progressiva esposizione verso ciò che temiamo. Perché questo sia possibile è necessario avere fiducia nelle nostre capacità di consolarci: altrimenti non ci esporremo mai alla ripetizione di vecchi traumi o alla realizzazione di nuove paure.
Alla fine di tutte queste domande – una resta suprema: Cosa potrebbe succedere se abbandonassimo l’autocritica come sistema di protezione? Chi diventeremmo se non usassimo più il bastone della vergogna e dell’umiliazione nei confronti di noi stessi?
Rispondere a queste domande ci permetterà di spostare la prevalenza dal sistema difensivo al sistema affiliativo di consolazione. Dal binomio passato/futuro, al presente. Dalla critica alla comprensione. Dalla severità alla compassione.
© Nicoletta Cinotti 2022
Questo articolo è tratto da Mindfulness ed emozioni, il mio ultimo libro. Se desideri approfondire lo trovi qui (Clicca sulle parole in grassetto)
Bibliografia
Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
Rebecca Crane, La terapia cognitiva basata sulla mindfulness
Christina Feldman, Compassion
Paul Gilbert, La terapia focalizzata sulla compassione
Paul Gilbert, The compassionate mind
Shambhala Publications, Radical Compassion (Scaricabile gratuitamente in formato kindle)
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/
Mettere le intenzioni: una pratica tra presente e futuro
Molto spesso l’invito a stare nel presente può essere fonte di un malinteso: quello che non esista futuro. Non è esattamente così. Anzi, l’idea è che stare pienamente nel presente ci permette di costruire un futuro che ci assomiglia. Ricordare l’incertezza che è parte della nostra esperienza non è un invito disfattista: è un modo per non costruire illusioni che ci lascino delusi e feriti.
[box] Se l’uomo non svanisse mai come il fumo su Toribeyama, ma durasse per sempre in questo mondo, quante cose perderebbero il loro potere di commuoverci. La cosa più preziosa nella vita è la sua incertezza. Kenko Yoshida[/box]
Come possiamo passare dal presente al futuro?
Come passiamo quindi dal presente al futuro? Attraverso le nostre intenzioni che sono un volgere lo sguardo verso la direzione futura. Ma cos’è esattamente una intenzione?
L’intenzione è un orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, la direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo, questa è la definizione che ne dà la Treccani. C’è quindi una differenza fondamentale rispetto agli obiettivi che sono più costruiti sulla base di azioni specifiche. Gli obiettivi sono passi pre-definiti. Se li manchiamo è un fallimento. Le intenzioni sono desideri che orientano le nostre scelte ma contengono la consapevolezza dell’incertezza, delle sorprese e delle novità che possiamo incontrare nel percorso per realizzarli. In quel percorso potremmo anche renderci conto che le nostre intenzioni vanno decisamente ridimensionate o che sfumano in una direzione diversa.
L’intenzione nella pratica di meditazione
L’intenzione – in lingua pali cetana – è un fattore mentale che riguarda una modalità attiva della mente con la quale esercitiamo la nostra volontà. La meditazione può essere definita come un modo per prestare attenzione intenzionale al momento presente oppure un modo per essere consapevole di ciò che accade nella nostra esperienza. Anche se meditare non significa avere una specifica direzione – o una direzione troppo rigida – tuttavia la nostra intenzione è specifica ed è essere consapevoli di ciò che accade nella nostra percezione.
L’intenzione riguarda una funzione esecutiva della mente: produce decisioni e conseguenze che disegnano la nostra vita presente e futura. Facciamo scelte anche se non ne siamo consapevoli oppure possiamo dire che paghiamo i risultati delle nostre scelte anche se non ci rendiamo conto che stiamo scegliendo. Le scelte che invece hanno una intenzionalità sono decisioni nelle quali portiamo la nostra attenzione intenzionale. La meditazione, per questo motivo, ha molto a che vedere con la intenzionalità e con il dirigere l’attenzione ad un particolare oggetto di esperienza.. La meditazione è una disciplina mentale che presuppone una sorta di educazione ad una attenzione selettiva, tanto che molte pratiche di meditazione esplicitamente invitano a porre l’attenzione su qualcosa.
Le funzioni esecutive della mente e la padronanza del corpo
Man mano che cresciamo iniziamo a sviluppare padronanza rispetto ai nostri movimenti, alle nostre azioni e capacità di programmazione, progettazione e pianificazione. Lo sviluppo della capacità di padronanza corporea e lo sviluppo della funzione esecutiva della mente non sono disgiunte. Se rimaniamo esageratamente dipendenti dagli altri per quello che riguarda la padronanza corporea è possibile che lo sviluppo della nostra funzione esecutiva ne risulti rallentata o – all’opposto – esageratamente sviluppata.
La funzione esecutiva – ossia l’abilità di programmazione – ha uno sviluppo progressivo nella nostra vita. Inizia nell’infanzia, occupa tutta l’adolescenza e matura entro il trentesimo anno di vita (avete letto bene : ci vogliono 30 anni). Il problema però è un altro: se non manteniamo una relazione tra la nostra padronanza corporea e la nostra funzione esecutiva rischiamo di costruire piani, progetti, programmi che non sono rispettosi della nostra persona. Ossia rischiamo di porci standard troppo elevati oppure di avere pochissima tolleranza nei confronti della non realizzazione dei nostri obiettivi.
Ecco perchè la pratica di mettere l’intenzione – una pratica che può essere quotidiana – è così importante! Ci aiuta a integrare la padronanza corporea con la funzione esecutiva e ci aiuta a misurarci quotidianamente nel dialogo con la realtà. Ma cosa significa “mettere le intenzioni?”
Mettere l’intenzione
Mettere l’intenzione è un esercizio contemplativo che deriva dalla tradizione tibetana e presuppone una connessione con le nostre aspirazioni più profonde in modo che queste possano dare forma alle nostre intenzioni e motivazioni.Spesso usiamo intenzione e motivazione in maniera interscambiabile ma, in realtà, sono due cose abbastanza diverse e la loro differenza sta nella discriminazione e riflessione.
Le nostre motivazioni sono le ragioni che stanno dietro ai nostri comportamenti, ai nostri desideri. e possono essere più o meno consapevoli. L’intenzione invece è sempre deliberata ed è l’articolazione di una meta consapevole. Mettiamo le nostre intenzioni e le riaffermiamo per andare nella direzione che è veramente significativa per noi, anche se poi, per andare avanti, abbiamo bisogno della nostra motivazione. Abbiamo bisogno che la motivazione ci faccia da traino.
Se la nostra intenzione è correre una maratona ci sarà un momento in cui ci chiederemo “Perchè lo sto facendo?” e, in quel momento ci vuole qualcosa che vada al di là di una ragionevole motivazione. Qualcosa che ci connetta con le nostre aspirazioni e che ci permetta di andare al di là dei nostri – forse ragionevoli – dubbi e malumori. Conscia o inconscia la nostra motivazione è il perchè che sta dietro alle nostre azioni mentre l’intenzione ne è la scintilla.
Un esercizio pret à porter
Così, ogni mattina, durante la pratica quotidiana o mentre siamo sull’autobus perchè non provare a mettere l’intenzione per quel giorno, prima di buttarci a capofitto nell’azione? Servono solo 5 minuti, senza interruzioni. È la nostra intenzione che dà il tono a ciò che pensiamo di fare o a ciò che stiamo facendo. Come una musica, l’intenzione può influenzare il nostro umore, i nostri pensieri e le nostre emozioni, dando un tono e un ritmo all’intera giornata.
Come fare in pratica
Partiamo sempre dalla posizione: comoda e dignitosa in modo che ci sia possibile avere la nostra posizione e non una qualche posizione ideale che ci tortura dopo pochi minuti. L’importante è che abbia un suo radicamento. Può essere anche da sdraiati purché non sia una superficie troppo conciliante il sonno. A questo punto prendiamo qualche minuto per rilassare la schiena e le spalle per non permettere che la tensioni oscuri i dettagli della nostra esperienza.
Poi, con gli occhi chiusi, prendiamo qualche respiro profondo – diaframmatico o addominale – e lo facciamo seguire da una lenta espirazione per qualche volta. È nello spazio che segue l’espirazione che possiamo – a questo punto – porci una domanda. “Cos’è che ha valore per me? Cosa mi auguro, profondamente, nel cuore, per me, per le persone che amo e per il mondo Intero?
Rimaniamo con queste domande e aspettiamo che emerga una risposta, senza preoccuparci che accada subito. Rimaniamo con la domanda che ha più valore – forse – della risposta, lasciando questa domanda aperta anche dopo la fine della pratica, se necessario e se non è emerso un tema specifico. Siamo abituati ad avere risposte immediate ma non sempre queste risposte sono vere risposte: spesso sono reazioni a ciò che accade e che – prontamente – risolviamo, rifiutiamo o scacciamo. Fidati di ciò che può emergere e lascia che ci sia uno spazio aperto per raccogliere questa risposta rimanendo in contatto con le sensazioni fisiche o emotive che possono emergere.
Alla fine possono formarsi un insieme di pensieri o intuizioni che possono dare vita ad una specifica intenzione. Non aspettiamoci l’intuizione della vita: è la nostra intenzione per quel giorno. Può essere un augurio oppure una intenzione più focalizzata. “Che io possa essere consapevole durante tutto il giorno. Che io possa essere presente e consapevole quando sono in relazione con gli altri. Che io possa evitare di ferire gli altri. Oppure “Che io mi possa relazionare a ciò che accade con gentilezza, comprensione e serenamente. O ancora ” Che possa vivere questa giornata in sintonia con i miei valori più profondi”.
Il semplice emergere dell’intenzione ci aiuta a mettere a fuoco il tono della nostra energia e della vitalità che desideriamo dare alla nostra giornata. Possiamo – più e più volte – ripetere questo esercizio, per esempio prima di qualche incontro importante o difficile.
Dedicare la nostra intenzione
Nella tradizione tibetana mettere le intenzioni si accompagna ad un’altra pratica: dedicare la nostra intenzione. È come se completassimo un cerchio: alla fine della giornata, riconnettiamo con l’intenzione che è stata messa all’inizio del giorno. Riflettiamo, alla luce della nostra intenzione, e riconnettiamoci all’esperienza che abbiamo vissuto. È semplicemente un’altra opportunità per connetterci di nuovo con le nostre più profonde aspirazioni.
Passa in rassegna la giornata, l’umore, le conversazioni significative, i pensieri e torna in contatto con lo spirito dell’intenzione che è stata messa la mattina. Guarda quanta sintonia c’è tra le du esperienze. Non è importante passare in rassegna quello che hai fatto al riguardo e quello che non hai fatto. È importante vedere se c’è stata sinergia tra la tua intenzione e la tua giornata. Rimani con le sensazioni emotive e i pensieri che possono emergere nel farlo. Non c’è bisogno di scacciarli se sembrano negativi o afferrarli perché sembrano positivi. Semplicemente rimani in silenzio in questa esperienza.
Poi porta l’attenzione a qualcosa di positivo che è avvenuto nella giornata e porta gioia in questo seme, nient’altro che gioia. Porta gioia anche nel fatto che inizi una giornata con una intenzione consapevole. Non prolungare questo esercizio: 5 minuti sono più che sufficienti. Porta gioia nella tua giornata. Anche il semplice fatto che ci siamo impegnati è importante e ci offre qualcosa di positivo da portare il giorno dopo. Ci aiuta a connettere le nostre motivazioni e le nostre intenzioni. Non dimenticare la gioia: ha un ruolo centrale nel sostenere la motivazione per un tempo prolungato.
Focalizzarsi
Qualche volta può essere utile avere una revisione più focalizzata, soprattutto se c’è un argomento particolarmente difficile. Oppure se siamo particolarmente impegnati su un tema specifico. Mettiamo che la nostra intenzione sia quella di abbandonare l’atteggiamento autocritico. In questo caso nella dedica finale possiamo prestare particolare attenzione alle situazioni in cui siamo stati gentili con noi stessi. O a quelle in cui abbiamo evitato di criticarci. Se abbiamo una intenzione molto specifica è facile scoprire che abbiamo fallito o non abbiamo avuto un buon risultato: è facile scoprire un divario tra la nostra intenzione e come ci siamo davvero comportati. Quando questo accade è importante sospendere il giudizio e la critica. Riconosciamo che c’è un gap, un divario e mettiamo l’intenzione di lavorarci il giorno dopo, sapendo che può essere necessario ripetere questa intenzione per molto tempo. Sempre la stessa: questo non vuol dire essere ripetenti. Vuol dire essere in un processo di apprendimento. E questa consapevolezza del divario tra la nostra intenzione e la realtà ci aiuterà a dirigere i nostri sforzi senza trasformare la nostra intenzione in una meta da raggiungere, in un obiettivo. In questo modo ci daremo il tempo per essere più in sincronia con le nostre intenzioni. E, perché no, anche con i nostri obiettivi.
La direzione della nostra vita
È la nostra intenzione che dà una direzione alla nostra vita e la meditazione è il modo per affinare la nostra intenzione. Abbiamo solo bisogno di essere realisti rispetto allo standard delle nostre intenzioni.Come diceva Suzuki Roshi, “Siamo completamente perfetti. Abbiamo bisogno solo di qualche aggiustamento”. Abbiamo tutto quello che ci è necessario: dobbiamo solo affinarlo. La meditazione è il processo che ci permette di farlo. Quello che affiniamo è la nostra intenzione.
La meditazione non è una pausa: è uno strumento per approfondire e affinare la mente e ha effetto su tutta la nostra vita. Proprio come possiamo allenare i nostri muscoli, quando siamo fuori forma, nello stesso modo abbiamo una forza interna, una chiarezza e una stabilità della mente e la meditazione è un modo per portarle alla luce.
La nostra mente cambia ogni giorno, ogni ora, ogni momento, anche se noi tendiamo a percepirne più la continuità che la novità. È porosa come il tofu e assorbe le qualità dell’ambiente in cui si trova. Per questa ragione è necessario stare nell’ambiente adatto all’intenzione che vogliamo sviluppare.
Ci sono molte cose che non possiamo controllare ma, ad un certo livello, possiamo avere padronanza della nostra intenzione e del nostro coinvolgimento con la nostra intenzione e la meditazione è il periodo di tempo in cui ci educhiamo a questo. È il momento in cui sviluppiamo noi stessi e la direzione che vogliamo dare alla nostra mente, mettendo la nostra intenzione e approfondendola.
Pratica gratuita su Zoom Mercoledì 30 Dicembre alle 8 A.M. per mettere le intenzioni per il 2021! (Clicca qui per registrarti)
© Nicoletta Cinotti
L’educazione del cuore: le due strade dell’apprendimento
Quando pensiamo all’educazione abbiamo davanti a noi il vasto panorama dell’apprendimento, un apprendimento che misuriamo in base agli obiettivi raggiunti. Saper fare spesso diventa il metro della nostra educazione. Esiste però, oltre all’educazione del saper fare, anche l’educazione del saper essere.
La prima educazione – quella del saper fare – coinvolge pratica e teoria; la seconda educazione – quella del saper essere – coinvolge pratica ed esperienza. Nella prima educazione siamo legati ai contenuti dell’apprendimento. Nella seconda al processo dell’apprendimento. Nella prima educazione ognuno è diverso, nella seconda educazione tutti sperimentiamo uno stesso processo: quello dell’essere pienamente umani, pienamente presenti.
Questi due processi di apprendimento possono procedere separatamente: a volte uno a scapito dell’altro. A volte uno ad integrazione dell’altro.
Questa integrazione è quella che dà alla nostra vita un senso di pienezza e soddisfazione: una ricchezza che nasce dal sentire di aver realizzato la propria vocazione.
Tanta dell’infelicità che proviamo rispetto al nostro lavoro quotidiano – che sia un lavoro retribuito o domestico – nasce dalla difficoltà di integrare questi due registri di apprendimento, queste due strade di conoscenza. Queste due forme di educazione.
Non si cura questa insoddisfazione, questa infelicità, aumentando il sapere fare ma nutrendo il sapere essere. Quella educazione del cuore che ci insegna che la nostra gioia e il nostro dolore non dipendono dai nostri successi e dai nostri errori ma dalla relazione che abbiamo con ciò che avviene.
Praticare l’educazione del cuore è semplice: richiede gentilezza, precisione e presenza. E’ quello che facciamo con qualsiasi pratica di consapevolezza.
Sappiamo che le emozioni sono importanti nel processo educativo, perchè attirano l’attenzione, quella stessa attenzione che guida l’apprendimento e la memoria. Robert Sylwester
Sviluppare la capacità emotiva nell’educazione
Quando siamo coinvolti in un processo educativo, sia come genitori che come insegnanti, pensiamo che la cosa più importante sia quello che possiamo dare come apprendimento e ci dimentichiamo che qualsiasi apprendimento è regolato, modulato e promosso dalla qualità dell’attenzione di chi sta imparando. E l’attenzione è strettamente legata alle emozioni. In parte questa sottovalutazione del ruolo delle emozioni è dovuto al fatto che consideriamo l’apprendimento un processo cognitivo e razionale. Solo negli ultimi anni abbiamo capito che la cosiddetta razionalità è spesso un modo per nascondere gli aspetti emotivi irrisolti. Molte emozioni secondarie infatti vengono percepite come stati mentali ma non sono pensieri logici. Sono, piuttosto, emozioni travestite da pensieri. Nel box qui sotto trovi una mappa (puoi anche saltarla e andare al paragrafo successivo
[box] Quando ci perdiamo una mappa e una bussola possono essere provvidenziali. Per questo vorrei dare un elenco delle più frequenti confusioni tra pensieri ed emozioni. Un elenco che può permetterci, se illuminato dalla luce della nostra consapevolezza, di chiederci:”Sono davvero qui e ora? Sto davvero dimorando nel presente e nel mio corpo?
Pensiero dicotomico: le cose sono viste in categorie mutualmente escludentisi senza gradi intermedi. Per esempio, una situazione o è un successo oppure è un fallimento; se una situazione non è proprio perfetta allora è un completo fallimento. (“o tutto o nulla”); Ipergeneralizzazione o”globalizzazione”; uno specifico evento è visto come se caratterizzasse la nostra vita in generale piuttosto che come essere un evento tra tanti. Ad esempio, concludere che se qualcuno ha mostrato un atteggiamento negativo in una occasione, non considera poi le altre situazioni in cui ha avuto atteggiamenti più opportuni. (“di tutta l’erba un fascio”); Astrazione selettiva:Un solo aspetto di una situazione complessa è il centro dell’attenzione mentre altri aspetti rilevanti sono ignorati. Ad esempio, focalizzare un commento negativo in un giudizio sul proprio lavoro trascurando altri commenti positivi. (“bicchiere mezzo vuoto”); Squalificare il lato positivo: le esperienze positive che sono in contrasto con la visione negativa sono trascurate, sostenendo che non contano. Ad esempio, non credere ai commenti positivi degli amici e colleghi dubitando che dicano ciò solo per gentilezza. (“ciò non conta nulla, conta di più … “); Lettura del pensiero: sostenere che altri individui stiano formulando giudizi negativi ma senza alcuna prova evidente. Ad esempio, affermare di sapere che l’altro ci giudica male anche contro la rassicurazione di quest’ultimo. (“ti ho già capito”); Riferimento al destino:reagire come se le proprie aspettative negative sugli eventi futuri siano già fatti. Ad esempio, pensare che qualcuno ci abbandonerà e agire come se ciò fosse vero. (“lo so già”). Insieme al precedente formano il “salto alle conclusioni”, molto più pericoloso di un trapezio senza rete; Catastrofizzare: gli eventi negativi che possono verificarsi sono trattati come intollerabili catastrofi piuttosto che essere visti in una prospettiva più pratica e moderata. Ad esempio, disperarsi dopo un brutta figura come se fosse una catastrofe terribile e non come una situazione semplicemente imbarazzante e spiacevole. (“è terribile se…); Minimizzazione: le esperienze e le situazioni positive sono trattate come reali ma insignificanti. Ad esempio, pensare che in una cosa si è positivi ma che essa non conta in confronto ad un’altra più importante. (“niente conta veramente di quello che faccio”); Ragionamento emotivo: considerare le reazioni emotive come reazioni attendibili alla situazione reale. Ad esempio, concludere che siccome ci si sente sfiduciati, la situazione è senza speranza. (“se mi sento così allora è vero”); Doverizzazioni: l’uso di “dovrei”, “devo”, “bisogna”, si deve”, segnala la presenza di un atteggiamento rigido e tendente alla confusione tra “pretendere” e “desiderare”, in diretta connessione con regole personali. Ad esempio, il pensare che un amico deve stimarci, perchè bisogna stimare gli amici. (“devo …”, “si dovrebbe …”, “gli altri devono …”); Etichettamento: identificare qualcuno tramite una etichetta globale piuttosto che riferirsi a specifici eventi o azioni. Ad esempio, pensare che si è un fallimento piuttosto che si è inadatti a fare una certa cosa. (“è un …..”); Personalizzazione: assumere che siamo la causa di un particolare evento quando nei fatti, sono responsabili altri fattori. Ad esempio, considerare che una momentanea assenza di amicizie è il riflesso della propria inadeguatezza piuttosto che un caso. (“è colpa mia se…”);
Questi errori cognitivi sono diffusi e caratteristici del nostro funzionamento mentale. L’aspetto disfunzionale è determinato dalla compresenza di più errori, dalla frequenza di comparsa e dal grado in cui tali procedure sostituiscono il ragionamento realistico e riflessivo. In sintesi, considerare i pensieri come dati incontrovertibili di realtà senza esplorare quali emozioni e sensazioni fisiche li stanno alimentando può essere pericoloso. Sono pensieri automatici che svolgono una funzione adattiva in situazioni di emergenza ma …utilizzarle molto frequentemente ci porta “lontano da noi”![/box]
Espandere il range delle emozioni
Espandere il range emotivo significa esercitare una volontaria azione di auto-osservazione interiore per comprendere qualcosa in più del nostro panorama emotivo, identificando emozioni piacevoli e spiacevoli. In questo modo potremmo accorgerci che molti dei nostri scambi relazionali – ed educativi – sono condizionati dal desiderio di evitare emozioni che riteniamo sgradevoli o difficili. Insomma le nostre emozioni attutiscono la nostra efficacia educativa!
Quando espandiamo il nostro range emotivo aumentiamo la nostra capacità di accettare le diverse stagioni atmosferiche del cuore, nostro e altrui, e di comprendere gli schemi di comportamento che fanno emergere in noi e negli altri.
Quali pratiche possiamo usare per lavorare con le emozioni scomode?
Ci sono diverse pratiche informali che possiamo utilizzare. proviamo a farne un breve elenco:
[box] Nota quali sono le emozioni che ti fanno sentire a tuo agio con gli altri e quali sono le emozioni che ti fanno sentire a disagio. Crea una lista delle situazioni che possono attivare emozioni scomode e osserva come reagisci. Tieni un diario delle tue reazioni emotive e rileggilo dopo un mese: scoprirai molto su quali sono le emozioni più frequenti e anche molto su quali sono i segnali che predicono una esplosione[/box]
[box] Quando provi una emozione forte prova a chiederti “Qual è il messaggio che mi porta questa emozione? Quale azione mi spinge a fare? Posso scegliere se agire oppure no?[/box]
Sviluppare una intelligenza emotiva
L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui, sapendo distinguerle e usando queste informazioni per dirigere i propri pensieri e le proprie azioni (Daniel Goleman)
I buoni insegnanti sono come i buoni genitori: offrono una base sicura, creano un ambiente che permette agli studenti di funzionare al meglio delle loro possibilità. Questa base diventa un porto sicuro, una zona dalla quale possono partire per avventurarsi verso qualcosa di nuovo. Se gli studenti vengono aiutati a padroneggiare la loro ansia imparano anche a padroneggiare la loro attenzione. E questo gli permette loro di realizzare il potenziale della zona di sviluppo prossimale. Daniel Goleman
Possiamo sviluppare la nostra intelligenza emotiva chiedendoci regolarmente Cosa sto provando in questo momento? Come questo condiziona il mio stile educativo? Come posso relazionarmi meglio con le mie emozioni?.Se sentiamo che la rabbia sta emergendo potrebbe essere utile passare del tempo in un silenzio riflessivo per vedere se è possibile cambiare prospettiva. Oppure cercare di fare qualcosa di creativo o espressivo del proprio stato emotivo che non abbia diretta conseguenza sugli altri. Ci sono alcune emozioni che sono difficili da contenere ma questo non vuol dire che debbano essere agite sugli altri.
Promuovere un clima di sicurezza emotiva
Per promuovere un clima di sicurezza emotiva è importante sviluppare maggiore consapevolezza degli stati emotivi e, insieme, avere la capacità di confortare e consolare noi stessi nelle situazioni in cui, inevitabilmente, possono sorgere emozioni difficili. Non è una sconfitta provare rabbia o dolore, senso di colpa o ansia. È parte del nostro panorama interno: è una sconfitta non sapere come consolarsi. Non avere idea che cosa fare per calmarci comporta anche non saper confortare gli altri e rimanere preda delle loro tempeste emotive.
[box] Pratica informale Quando provi una emozione intensa prova a immaginare che questa emozione sia provata da un bambino. Che cosa faresti per consolarlo? Che cosa avresti voluto che, da bambino, gli adulti facessero per consolarti? Puoi fare qualcosa che abbia questo effetto su di te oggi?[/box]
[box] Pratica formale
Prova a prenderti uno spazio per praticare Self compassion breathing: non pretendere risultati particolari ma concludi ogni giornata con una pratica – formale o informale – di compassione rivolta a te stesso[/box]
© Nicoletta Cinotti 2018 Foto di © eying2012
Bibliografia
Daniel Goleman, Intelligenza emotiva
Daniel Goleman, Intelligenza sociale
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Come praticare Mindfulness con i bambini?
Quello che spesso capita al termine di un percorso di Mindfulness, come un MBSR, è notarne i benefici nella vita di tutti i giorni. Si inizia un percorso investendo energie, impegno, e piano piano si comincia a raccogliere qualcosa. Quando diventa facile giovare dei frutti raccolti, spesso emerge il desiderio di poter condividere quanto appreso, voler coinvolgere persone care. Non è quindi un caso che molti genitori o insegnanti, una volta diventati praticanti, abbiano cercato modi adatti per portare questi insegnamenti così preziosi ai bambini.
Talvolta prendersi una pausa e sedersi sul cuscino per meditare può sembrare una sfida impossibile. Magari si sa benissimo quanto sia necessario fermarsi un attimo, semplicemente portare consapevolezza al momento, dedicarsi del tempo. Eppure non sempre si riesce in quest’intento, non sempre ci si siede. Il mondo in cui viviamo richiede tante cose, fornisce tanti stimoli. Fare pausa, anche se ne conosciamo l’utilità, richiede impegno. Come non è facile per noi “grandi”, può non essere facile immaginare dei modi efficaci perché i bambini, energici e pieni di vita, possano decidere di fare una cosa del genere.
Jon Kabat-Zinn dice più volte ed in vari modi quanto sia importante sedersi a praticare, che si abbia voglia o no. Ma un bimbo deve proprio conoscere la Mindfulness solo in quel modo per beneficiarne? Certo che no, ci sono tante possibilità. Possiamo farci vedere noi in prima linea: noi genitori, parenti, insegnanti, figure di riferimento di vario genere. Possiamo praticare, permettendo loro di sentire il bene che ci fa a noi essere più presenti. Possiamo parlargli da una mente consapevole, stare con loro pienamente quando serve, non assorbiti da due o tre cose contemporaneamente.
Magari fra lo smartphone pieno di giochini colorati ed il cuscino potrebbe non esserci neanche paragone. Possiamo dare un esempio, fare un invito senza mai obbligare. “Siediti qualche secondo con me, respira e fai caso semplicemente a cosa noti stando qui, in questo momento“. Che stiano fermi e seduti dieci secondi o un minuto non ha importanza. È come imparare a camminare, all’inizio si casca e basta. Magari le prime volte non si siederanno nemmeno, dopo un po’ potrebbero essere incuriositi da quello che fate. Potrebbero anche ritrovarsi a sperimentare la pratica di consapevolezza in maniera informale, nella vita di tutti i giorni, proprio come si impara a fare all’interno di un protocollo Mindfulness.
Susan Kaiser Greenland, un’insegnante di Mindfulness per bambini, genitori ed insegnanti, spiega come la ricerca scientifica ha permesso di gettar luce su aspetti che le pratiche contemplative evidenziavano da secoli: la consapevolezza e la meditazione sviluppano abilità di vita che permettono a bambini, giovani e genitori, di relazionarsi con quello che accade con maggior saggezza e compassione. La pratica Mindfulness non è solo consapevolezza del respiro, calmarsi o liberarsi delle emozioni (anche perché sarebbe controproducente tagliar via il lato emotivo). Questo è un concetto che è sempre importante evidenziare. È un modo per stare con più consapevolezza con quello che emerge nel corpo e nella mente, momento dopo momento.
I bambini, i ragazzini, come tutti i cuccioli, amano giocare e scoprire con il proprio corpo. È proprio grazie a questo fantastico “veicolo” che hanno per esplorare il mondo che possiamo aiutarli a sviluppare maggiore consapevolezza. Potrebbe essere camminare lentamente, ballare al tempo di musica, scoprire che sensazioni può dare un cubetto di ghiaccio tenuto fra le mani. Dando maggiore presenza al corpo aiutiamo la mente ad ancorarsi al presente, ci aiutiamo a sviluppare quelle qualità che ci permettono di connetterci e prenderci cura: di noi, degli altri.
Vi riporterò un esempio suggerito da Susan Kaiser Greenland nel suo nuovo libro, “Mindful Games“:
“Gentilezza/Gratitudine ad ogni passo” è un modo concreto per praticare, in questo caso Metta (gentilezza amorevole). Questo tipo di pratica viene suggerita verso la fine dei percorsi Mindfulness-Based come modo per iniziare a coltivare stati mentali salutari. Si porta consapevolezza all’effetto che fa ripetere determinate frasi, si osserva come queste possono ripercuotersi nel corpo. Alla lunga questo tipo di pratica ammorbidisce il modo in cui stiamo con gli altri, rendendoci più in grado di essere consapevoli di ciò che accade ma anche più compassionevoli verso di noi e gli altri.
Tornando alla pratica, la si imposta come una meditazione camminata dove, anziché fare un percorso avanti ed indietro, si può fare anche una tratta più breve (dalla camera alla cucina, o da casa alla macchina, dalla scrivania alla porta, non ha importanza). Con ogni passo che il bambino fa, l’invito è quello di dirsi, silenziosamente, qualcosa per cui è grato. “Sono grato per casa mia, sono grato per i miei amici, sono grato perché c’è il sole, sono grato perché oggi mangio pizza“. Sono frasi a misura di bambino, ma sono solo esempi. In questa pratica si coltiva la gratitudine, non il contenuto delle frasi, quindi saranno loro a poter scegliere cosa fare.
I bimbi più piccoli potrebbero avere bisogno di qualche esempio concreto perché talvolta la gratitudine può risultare troppo astratta. Potrebbero anche preferire dirlo ad alta voce, e andrà bene così. Portare Gentilezza ad ogni passo segue lo stesso funzionamento, cambia il tipo di stato mentale salutare che si coltiva. “Che io possa essere felice, che io possa essere in salute, che io possa essere al sicuro ed in pace“. Svariati sono i tipi di frase adatti a questa pratica, questo è solo uno degli esempi che io preferisco. La cosa bella di queste pratiche è che si parte sempre dalla prima persona per poi allargare il cerchio. Si impara a portare consapevolezza non solo a com’è essere gentili e grati verso noi stessi, ma anche a com’è esserlo verso una persona a cui vogliamo bene, una persona più neutra e magari una persona con cui abbiamo qualche screzio.
Non ha importanza camminare veloce, anzi, se si riesce ad andare lenti lenti può essere più facile rimanere presenti. Si sa, però, che certi bambini hanno energia da vendere, quindi che loro possano usare quest’energia per fare una camminata decisa, volendo impostata allo stesso modo. Come dicevo all’inizio, perché un bimbo inizi a conoscere la consapevolezza basta davvero anche solo un momento. Piano piano, di volta in volta, si può aggiungere un po’ di tempo, si allena, senza farne una questione di prestazioni, la mente a stare presente in osservazione anche solo un secondo in più.
©Niccolò Gorgoni, gennaio 2018
La tenerezza: non ha scadenza. Ci aspetta a qualunque età
Quando cominci a toccare il tuo cuore o lasci che il tuo cuore sia toccato cominci a scoprire che non ha un confine, né risoluzioni: scopri che è vasto e senza limiti. Cominci a scoprire quanto calore e gentilezza c’è, così come quanto sia spazioso. Pema Chodron
Forse avrete già sentito raccontare l’episodio in cui un gruppo di meditanti occidentali, in uno degli incontri con il Dalai Lama, cercava di spiegargli l’emozione della vergogna. Un’emozione che nella cultura tibetana non sembra essere presente, eppure un’emozione così pervasiva nella nostra. Quando infine il Dalai Lama comprese di che cosa si trattava e che era associata ad una sorta di odio per se stessi e per qualcosa che avevamo fatto nacque la necessità di far iniziare la pratica di Metta, o Maitri o gentilezza amorevole, includendo noi stessi. Nella tradizione originaria tibetana la pratica di Metta iniziava direttamente con l’augurio rivolto alle persone che amiamo. Adesso, in quella pratica iniziamo rivolgendo quell’augurio direttamente a noi stessi: e non sempre è facile.
Una distanza da noi
La vergogna è una self consciuos emotions, quell’ampia categoria di emozioni sociali che includono aspetti relazionali. Semplificando molto possiamo dire che, quando proviamo queste emozioni, è come se ci vedessimo dall’esterno, da una leggera distanza da noi. Sono emozioni come la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, l’invidia. Emozioni dolorose che nascono spesso da un confronto tra dove siamo e dove vorremmo essere e sono alimentate dal nostro rilevatore di discrepanza. Quello che succede quanto proviamo queste emozioni è una sorta di auto-giudizio: ci guardiamo dall’esterno e verifichiamo i nostri risultati come inadeguati. Non proviamo solidarietà per le nostre difficoltà ma ci separiamo dalla parte di noi che ha sbagliato, che ha avuto un problema e iniziamo a criticarla. Da un certo punto di vista possono essere la radice del pensiero riflessivo. da un altro punto di vista sono l’espressione del nostro perfezionismo.
Ma dai, io non sono perfezionista!
Ma dai, io non sono perfezionista, voglio solo migliorarmi, non sarà un problema, no? Questa frase, nelle sue infinite varianti, me la sento ripetere spessissimo: direi che non passa settimana che non sia pronunciata da qualcuno. Riconoscere di essere perfezionisti non è facile per tante ragioni. In parte ci sentiamo autorizzati al miglioramento e facciamo fatica a distinguere la sfumatura che c’è tra coltivare la crescita e coltivare il miglioramento. Coltivare la crescita significa partire da noi, dalle nostre potenzialità e dai nostri limiti e coltivare la nostra passione. Coltivare il miglioramento significa avere in mente un modello, uno standard e lavorare per raggiungerlo. Uno parte dall’espressione di sé, l’altra da raggiungere qualcosa di esterno.
In parte confondiamo il perfezionismo con il prestigio degli obiettivi. Non sono perfezionista perchè mica voglio vincere il Nobel! Voglio solo avere la casa in ordine! Ecco non è proprio questo il criterio: non è dato dalla brillantezza della meta il perfezionismo. Si misura piuttosto conla distanza tra dove siamo e dove vorremmo essere. C ‘è una grande distanza? Allora siamo sulla linea del perfezionismo. Ed è in quella distanza che si insinuano le consciuos emotioms, dolorose come le spine dei rovi.
Cosa si infila nella distanza
Hai in mente lo spazio tra il muro e l’armadio? È uno spazio piccolo, poco visibile, dove si accumula la polvere. Immagina che quello spazio sia più ampio, poco visibile e che lì si accumuli una polvere che nessuno pulisce. Poi vengono aperte le finestre, si fa aria e questa polvere inizia a muoversi per la casa. Ecco questa metafora – un po splatter – rappresenta bene il danno delle consciuos emotions. Sono emozioni di sottofondo che spesso si travestono da pensieri. Non le vediamo fino a che non fanno una massa critica e, a quel punto, sono piuttosto difficili da togliere perchè ci siamo dimenticati come e quando si sono formate. Ho usato questa metafora perchè spessissimo sono emozioni che danno la sensazione di sporco: come se fossimo sporchi. Se percepiamo la perfezione come pulizia, associamo l’imperfezione allo sporco. Hai voglia a raccontare la storia del Kintsugi – l’arte delle preziose cicatrici – la sensazione di sporco, permane e disturba. Come se nemmeno l’assoluzione dai peccati potesse riportarci al Paradiso terrestre.
Riparare rotture e guarire cicatrici
Qui entriamo davvero nella stanza della psicoterapia. Una stanza meravigliosa e strana. È la stanza dove le persone portano le loro ferite, le rotture e le frattura con un unica richiesta: guariamole. Adesso vorrei provare però a farti vedere le cose dall’altra parte: dalla parte dello psicoterapeuta, quello che sta nella poltrona di fronte a te. Quello che a volte si commuove, a volte diventa irrequieto e cerca una posizione, a volte sembra indifferente.
Sono lì e sento i racconti, mi faccio toccare dai racconti perchè se non mi toccano non li comprendo. Condivido il dolore, sento la pena e vedo tanta, tantissima crudeltà.
Crudeltà, direte voi? Si, vedo crudeltà perchè spesso mi vengono portati pezzi rotti che appartengono alla persona che me li porta e che pure li disprezza così profondamente che non vorrebbe nemmeno toccarli. Altre volte vedo una distanza così abissale da se stessi che nemmeno sfiora il dubbio che una parte del problema sia quella distanza. Altre volte ancora vedo una tale difficoltà ad apprezzare le piccole gioie e un tale bisogno che tutto sia perfetto che non so da che parte incominciare. Perchè, molto volentieri, le persone farebbero quello che fanno con i loro pezzi rotti: li lasciano dal meccanico e li vanno a riprendere quando sono riparati.
Ah, dimenticavo, della crudeltà fa parte anche l’aspettativa che io sia perfetta: tranquilli non lo sono. Ve lo dico prima, quando vi stringo la mano e affiora la mia timidezza. A volte sono stanca, altre volte ho difficoltà personali e distrazioni o dimenticanze: ci si può fidare di un essere umano a cui, per curare, viene chiesto di essere perfetto e che invece vuole percorrere il territorio dell’autenticità? Non lo so, lascio a voi la risposta.
Il primo movimento: ridurre la distanza
Ecco il primo movimento che cerco di fare è paradossale: uno viene lì e mi lancia al volo il pezzo rotto e io devo convincerlo a riprenderlo in braccio. A guardarlo con compassione, a tenerlo con sé e a consolarlo come farebbe con un bambino (e spesso è proprio un bambino quello che è rotto). Nello stesso tempo devo mostrargli come ha fatto a rompersi e spesso, molto spesso, la cattiva notizia è che l’abbiamo rotto noi. Non è colpa dei soliti genitori, dei partner, della vita. Molto spesso siamo stati noi, con qualche assurda pretesa, ad aver trasformato una leggera ferita in una piaga. Un errore in un fallimento. Perchè odiamo la retromarcia, preferiamo essere convinti di aver ragione. E tutto questo appartiene a tutti noi. A me come alla persona che mi sta di fronte.
Secondo movimento: assicurare il funzionamento
Il secondo movimento è fare in modo che, malgrado tutto, le cose funzionino. Che sia possibile continuare la vita ordinaria, che sia possibile riparare senza perdere troppo tempo. O meglio, solo quello strettamente necessario. È per questo che parlo di grazia: perchè è solo quello che ci permette di andare avanti. La grazia dei momenti in cui cogliamo la bellezza che sta nelle nostre difficoltà ci permette di tenerle di nuovo vicine.
La grazia che sta nel senso di unità e presenza che sperimentiamo anche e soprattutto nei momenti difficili, ci dà la fiducia per andare avanti.
La grazia dell’incertezza e della tenerezza che ci fanno cogliere l’originalità della nostra vita e del suo fiorire. Non è una grazia pazzesca riuscire ad andare avanti malgrado la nostra storia e le nostre difficoltà? Vi assicuro che vedo ogni giorno più miracoli di quanti se ne possa immaginare. Miracoli che mi confortano più di quanto io possa credere. Diversi anni fa uscì un libro, malgrado il titolo, non era freak, Amore, medicina e miracoli, era scritto da un chirurgo – Bernie Siegel – che rimaneva esterrefatto dalla capacità di guarire dei suoi pazienti. È la stessa sorpresa che provo io: miracoli che avvengono non quando stiamo distanti da noi ma quando, per quanto possa essere difficile la situazione, ci immergiamo dentro la nostra vita e torniamo alle risorse della nostra autoregolazione. Quella che Reich riconosceva come il motore della crescita e del cambiamento.
Con Grazia e grinta
Ken Wilber è una delle figure più eminenti nel campo della psicologia transpersonale americana, avevo una cotta per lui da ragazza. Ha dieci anni più di me ed è nato nel mio stesso giorno: è un personaggio originale con un pensiero originale. Ed è anche bello. Non so se a voi capita di avere delle cotte intellettuali: io spesso. Mi innamoro come se fossero persone che abitano nel mio condominio e che incontro tutti i giorni. Gli parlo, interiormente, gli faccio domande e altre amenità del genere. Non vi racconto tutte le sue virtù e tutte le sue lauree che potete vedere qui (oggi non sono più così innamorata peraltro). Molti anni fa raccontò in un libro la storia del suo matrimonio e dell’ospite inatteso che l’aveva attraversato: la malattia di sua moglie, sposata pochissimo tempo prima del primo intervento. Il libro Grazia e Grinta, dà il titolo della Newsletter settimanale. La sostanza di quel bel libro è semplice e complessa insieme: abbiamo bisogno di stare dentro di noi per sviluppare pienamente il nostro potenziale, un potenziale che non esclude imperfezioni e difetti ma che li considera le aree di sviluppo prossimale. E, ancora di più, abbiamo bisogno di accettare che non controlliamo la vita, che le cose accadono e che, a volte la nostra accettazione deve spingersi al punto per noi più estremo: rinunciare ai nostri piani.
Il terzo movimento: avere un piano e rinunciare ad un piano
Quando ascolto le persone e le loro storie devo necessariamente avere un piano: noi lo chiamiamo progetto terapeutico. Posso identificarlo come una intenzione, una direzione verso la quale tendere. Un buon piano però deve essere sempre abbandonabile, sempre modificabile. Altrimenti diventa un obiettivo e alimenta quella distanza da noi che vuole curare.
Mi piacciono le parole di Chandra Candiani sulla tenerezza:
La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci. Leggi di più qui
Senza la tenerezza non c’è crescita: è per questo che i nostri punti vulnerabili sono tanto preziosi. Non solo perchè sono quelli che alimentano la nostra ricerca, ci portano nella stanza della psicoterapia, nel sangha della meditazione. Sono preziosi perchè senza tenerezza non c’è crescita. E la tenerezza ci aspetta a qualsiasi età.
[box] Scheda di pratica informale
Ogni sera, prima di addormentarti risveglia la compassione nei tuoi confronti. Passa in rassegna le difficoltà della giornata e ripeti mentalmente queste parole “Possa questo dolore passare, possano le cose migliorare per me…possa sentirmi meno angosciato. Rick Hanson[/box]
© Nicoletta Cinotti 2018
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