Si può guarire dai traumi? Si possono scrivere storie di guarigione dopo che la vita ha scritto una storia di dolore? Davvero scrivere cura? e se cura perché funziona? E poi, cosa c’entra con la meditazione? Sono le domande che mi sento fare più frequentemente e allora spesso rispondo così:
Chiudi gli occhi e inizia a prestare attenzione a tutto ciò che accade (pensieri che arrivano, emozioni, dolori fisici). Inizia a prestare attenzione anche al semplice, ma non banale, gesto di chiudere gli occhi. Non farlo come un automatismo, perchè in quel gesto è racchiusa l’intenzione di vedere dentro, di “attivare” altri occhi, di fare un viaggio nell’invisibile.
Potremmo dire che, con l’indicazione precedente, abbiamo appena iniziato a meditare: non abbiamo dato per scontato che chiudere gli occhi significhi non vedere nulla. Non abbiamo dato per scontato di sapere già che cosa potremmo vedere. L’abbiamo fatto con attenzione. Tutto qui.
Tutto qui? Direte voi, sì, ma allora cosa c’entra la scrittura con la meditazione? Io non ho davvero iniziato a scrivere fino a che non ho iniziato a meditare. Poche e fugaci parole che comparivano durante la pratica e mi colpivano così tanto, colpivano così nel segno che non potevo che scriverle. Da qui a Scrivere la mente il passo è stato breve. Ma non potevo fermarmi lì.
Le voci “dentro”
Da dove venivano quelle parole? Che differenza c’era tra quella specie di voce interiore e le parole dei miei rimproveri interiori? Che mondo popolato c’era dentro di me? Non riuscivo ad accontentarmi di quello che di solito si dice, “è la tua parte bambina” perchè non erano tutte parti bambine. Alcune erano adulte, altre vecchie, alcune sagge e altre solo severe. È così che sono arrivata a “Genitori di sé stessi. Mindfulness e Reparenting” e da quello spazio nuovo che stavo scoprendo con sempre maggiore profondità è arrivato anche “Scrivere storie di guarigione. Mindful writing”, il mio ultimo libro. Un percorso fatto di tanti libri che hanno un’unica ambizione: mettere tutti nella condizione di curarsi. Lo so che questa può sembrare un’assurda follia ma cosa sarebbe il mondo se non fosse anche popolato da sognatori, un po’ folli? Non sarebbe triste e grigio? Forse tutto questo sforzo potrà sembrare una pia illusione ma io credo tantissimo nel potere della guarigione, nella capacità personale di guarire e di curarsi e credo che noi professionisti abbiamo poco più che il compito di Caronte, accompagnare.
Il compito di Caronte
Caronte era una figura mitologica che aveva il compito di accompagnare da una riva all’altra i morti. In alcuni casi si dice che chiedesse un obolo per traghettare e così nell’antica Roma capitava che i morti venissero sepolti con una moneta sotto la lingua, pronti per pagare il loro obolo.
Nel buddismo esiste la parabola dell’altra sponda. Il Buddha ci dice che attualmente viviamo nel samsara, uno stato di perenne insoddisfazione (duhkha). Alla base di tutto questo c’è la nostra ignoranza che fraintende la natura della realtà. Attraversando questo vasto oceano di ignoranza si trova il nirvana, uno stato mentale che è liberato da duhkha, dal dolore. Per raggiungere quell’altra sponda di pace e contentezza dobbiamo costruire una nave capace di fare il viaggio. Quella nave è costruita usando generosità, condotta etica, forza d’animo, retto sforzo, concentrazione e saggezza. È il Dharma, dove il Buddha è il nostro capitano, e il Sangha è il nostro equipaggio. Tutti noi esseri senzienti siamo i passeggeri. Ecco io vorrei contribuire a costruire la nave. Non potendo liberare nessuno mi limito a condividere degli strumenti che permettano di arrivare all’altra sponda contando sulle nostre personali capacità. Perché la guarigione, come la salvezza, non può prescindere dalla responsabilità personale. Soprattutto quando siamo di fronte al dolore più grande o alla malattia più grave, la differenza la fa la quantità di responsabilità personale che mettiamo nel volerci bene. La sofferenza – ha detto oggi una partecipante al ritiro di Self-compassion –è inversamente proporzionale a quanto siamo in grado di volerci bene e direttamente proporzionale a quanto siamo dipendenti dall’amore degli altri. Credo che la mia salvezza sia nata lì: nel. momento in cui ho accettato che non avrei dovuto aspettare un amore che non arrivava ma che avevo la possibilità di essere, per me stessa, quel genitore che avrei voluto avere.
La pruriginosa ferita
“No problema, no meditazione” diceva un maestro di meditazione orientale. Potremmo dire lo stesso per la scrittura. In entrambi i casi il turbamento non è ostacolo ma una specie di alleato che spinge, con forza, verso la verità. Quanti di noi possono dire di essere usciti da una crisi personale più forti, più umani, più autentici? Quanti di noi possono dire che, alla fine, il senso della nostra vita l’abbiamo trovato nel superare le difficoltà ancor più che nel navigare nei mari calmi e sereni? Forse, obtorto collo, possiamo dire che è vero per tutti
Oggi volo basso e
non dico una parola
Lascio che tutti i vudù dell’ambizione dormano.
Il mondo va avanti come deve,
le api nel giardino che rimbombano un po’,
i pesci che saltano, i moscerini che si mangiano. E così via.
Ma mi prendo il giorno libero.
Silenzioso come una piuma.
Mi muovo a malapena anche se in realtà sto viaggiando
lungo una distanza formidabile.
Tranquillità. Una delle porte
del tempio. Oggi, di Mary Oliver A Thousand Mornings
Ciò che avviene accade dopo
I messaggi non hanno un senso solo nel momento in cui li scriviamo. Il loro vero senso sta in quello che accade dopo averli scritti, quando vengono letti. È lì che avviene il senso. Lo stesso accade nel mindful writing, in cui quello che scriviamo, molto spesso, acquista il suo senso dopo. Dopo averlo scritto, dopo averlo letto, qualche giorno dopo. Proprio come la meditazione che non ha un senso nel momento in cui la facciamo ma offre un senso nel momento in cui la terminiamo: è quello che ci lascia dopo averla fatta il suo senso. La sua essenza sono le parole che mancano e che noi colmiamo o lasciamo vuote.
È quel restare in ascolto, in attesa. Quel chiamare che è una declinazione dell’amare. Quel chiamare che è il suono del silenzio da cui nascono le parole. Da quel silenzio possiamo incominciare a scrivere nuove narrazioni su di noi. Narrazioni che rattoppano, includono, portano avanti. Ci fanno fare quel passo avanti che diventa inevitabile quando lasciamo andare.
Così, in Scrivere storie di guarigione ho cercato di raccogliere come fare quei passi avanti, come renderli concreti cme una remata che ci permette di attraversare l’oceano e arrivare alla terra promessa.
Incontri sempre in corso
Spesso leggo più volte lo stesso libro e mi sembra sempre un po’ diverso. Questo mi capita sempre con ciò che nasce quando scrivo dopo la meditazione in quello spazio sospeso che io chiamo “la scrittura sdraiata”. Perchè la lettura è sempre un incontro, anzi, potremmo dire che leggere è un incontro sempre in corso. Mai ripetitivo. Perchè ogni volta svela parti diverse di me e di se stessa. Come se fosse viva. Anzi ciò che scriviamo è vivo per me. Ha occhi, gambe e braccia. Mi stringe, mi accarezza, mi soffoca come fa un amante che cerca la verità.
Perchè la scrittura non esiste senza questo stretto connubio con la verità. È questo che la rende nuova ad ogni lettura: la verità delle parole che sono state scelte. Non può esistere una scrittura bugiarda: non sarebbe una scrittura. E allora rispondo così alla domanda iniziale se è possibile guarire. Sì, è possibile guarire ed è la verità guardata con gentilezza e compassione lo strumento che guarisce. Alcuni dicono che non tutto è guaribile ma tutto è curabile. Io dico che ho visto guarigioni impossibili nel momento in cui la persona ha abbandonato l’idea che la guarigione fosse il risultato che voleva e ha guardato dove lo portava la vita che aveva. E non sto parlando solo di altri: sto parlando anche di me.
Domande come queste mi perseguitano, infiniti cortei d’infedeli, città gremite di stolti, che vi è di nuovo in tutto questo, oh me, oh vita! Risposta: Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, Che il potente spettacolo continui, e che tu puoi contribuire con un verso. Walt Whitman
© Nicoletta Cinotti 2024 Scrivere storie di guarigione. In pre-ordine su Amazon e in tutte le librerie e store online dal 28 Giugno
Related articles
Lowen si occupa dell’approccio al corpo a partire dalla sua esperienza reichiana ma anche dalla sua formazione iniziale come insegnante di Educazione fisica. Ero uno sportivo e conosceva bene la sensazione di piacere legata al movimento fisico e la sensazione di sforzo che poteva distruggere il piacere. Era consapevole che c’è un aspetto del piacere che è legato al fluire delle sensazioni e alla 
Essere adulti completi non vuol dire essere perfetti, vuol dire smettere di scappare da se stessi e tornare davvero a casa. La nostra fuga nasce dalla paura che, se ascolteremo la nostra voce interiore, diventeremo dei falliti come dice Bukoswki ne
