Io che nulla amo di più
dello scontento per le cose mutabili
così nulla odio di più del profondo scontento
pr le cose che non possono cambiare
Bertold Brecht, Poesie Einaudi editore
Io che nulla amo di più
dello scontento per le cose mutabili
così nulla odio di più del profondo scontento
pr le cose che non possono cambiare
Bertold Brecht, Poesie Einaudi editore
Nella vita ci sono giorni con e giorni senza.
I giorni con sono quelli in cui c’è troppo di tutto. Giorni con troppo rumore, con troppe notizie, con troppa paura.
Poi ci sono i giorni senza: senza certezze, senza programmi, senza scuola, senza teatro, senza musei, senza chiese, senza gli uffici Punto Blu dell’autostrada.
Ci sono momenti i cui i giorni con e i giorni senza si incontrano. Giorni in cui l’assenza diventa ingombrante più di una presenza. Nello stesso preciso momento c’è troppo e troppo poco. Sono giorni perfetti per gettare nel panico, perché ti manca l’ordinario e c’è troppo di fuori dall’ordinario. Entrambe le cose messe insieme ti dicono ripetutamente: c’è pericolo. E il pericolo blocca. Non sai cosa fare, non sai cosa non fare. Sei solo sotto stress, bloccato nell’ideazione, nella progettazione e nelle mani di decisioni che sfuggono al tuo controllo.
Noi abbiamo bisogno di un ingrediente essenziale come l’aria, come il pane, come l’acqua: abbiamo bisogno di temperanza. Del colore neutro che ammorbidisce l’impatto di tutte le cose. Non hanno ancora messo nessuna regola sulla temperanza. La possiamo usare a sazietà. Temperanza per la rabbia, per la paura, per la frustrazione cogliendo tutto quello che di neutro troviamo. Non siamo tanto abituati a farlo: abbiamo una smodata passione per gli eccessi: piacevole e spiacevole è la nostra altalena preferita ma, in questo caso, rischia di schiacciarci o di mandarci in orbita. Imparare a regolare l’intensità ci permette di praticare la restanza, un’arte nobile e necessaria. Un’arte che si coltiva moderando la quantità: moderare la quantità delle informazioni che mettiamo dentro di noi, come se fossero neutre (ma le informazioni neutre non lo sono mai). Moderare riportando l’attenzione a tutto quello che c’è di neutro fuori e dentro di noi. Moderare ricordandoci che è facile vedere l’elefante rosa perché qualcuno ha nominato l’elefante rosa. Ci sono anche gli elefanti grigi e sono molti di più. Facciamolo con gentilezza. Perché niente più della gentilezza porta temperanza. Facciamolo con precisione. E ricordiamoci che a volte, per vedere la bellezza, abbiamo bisogno di camminare in un giardino. La temperanza sviluppa la saggezza della montagna, il riposo dell’equanimità.
Non credere che il giardino perda la sua estasi in inverno. Le sue radici sono in fermento. Rumi
Pratica di mindfulness:La nobile arte della restanza
© Nicoletta Cinotti 2026 Il verbo degli uccelli, Vignola Poesia Festival 5 settembre 2026
La mia prima bicicletta a due ruote
tu mi tenevi il sellino
davanti al paesaggio d’estate
vuoto
finché perduta la pazienza
ricordo i tuoi
schiaffi sonori sulle guance.
Così mi spingesti
verso l’infinito
ho imparato a pedalare per sfuggirti
muovendo i piedi ho incontrato i pedali
non avevo altro modo per sottrarmi
trovando in qualche modo un equilibrio
ho affrontato la vita per paura.
Mi domando spesso cosa fare con i miei errori perché gli errori sono un movimento in due tempi: quando li fai sei abbastanza convinta da farli e poi, a posteriori, si rivelano sbagliati. Per alcune persone il momento critico è quello della scelta: lo faccio, non lo faccio e così via in un tormento di rimuginazione e dubbio. Per altre il problema è dopo, quando si accorgono di aver sbagliato.
Per me il vero problema è quando sbaglio perché ho evitato di ascoltare un’intuizione. Molte altre persone, come me, sono soggette a questo tipo straordinario di errore: non fidarsi di ciò che emerge. È successo recentemente con una persona che si presentava benissimo e di cui, immediatamente, ho provato sospetto. Tutti mi dicevano che meglio di così non poteva essere e mi sono lasciata convincere: avevo ragione io. O, almeno, i fatti mi hanno dato ragione.
Perché non mi fido di me? Perché non esiste una cultura che ci aiuti a sbagliare con curiosità ma, piuttosto, a vergognarci di sbagliare e di essere difformi dal pensiero dominante. Il punto è proprio il pensiero dominante. Spesso non ci fidiamo delle nostre intuizioni perché vanno contro il pensiero dominante nel nostro gruppo o nelle persone di cui ci fidiamo. Ma la vita è la nostra. Possiamo prendercene cura sbagliando, eventualmente, in prima persona anziché in seconda persona, perché abbiamo aderito a quello che dicevano “gli altri”.
Possiamo dire che l’errore è dukkha, il dolore? Sì, direi che possiamo dirlo! Le quattro nobili verità sono il cardine del pensiero buddista, quello attorno a cui ruota la pratica: l’esistenza del dolore e la strada verso la cessazione del dolore. Quello che facciamo nella nostra meditazione quotidiana non è altro che indagare quello che ci fa soffrire, in che modo trasformiamo il dolore in sofferenza e in quale modo potremmo liberarci dal dolore.
C’entra la sensazione di essere nel giusto e nello sbagliato, quello che io chiamo “il sentimento dell’errore” che non è solo vergogna ma anche l’inquietudine di non sapere. Anche nella meditazione (e nella scrittura) è così: se mediti ti senti nel giusto e quando non mediti – o non hai tempo per farlo – ti senti sbagliato, come se mancassi a qualcosa di fondamentale.
Anche la scrittura mi dà la stessa sensazione e, forse, arrivo ad essere più fedele alla scrittura che alla meditazione. Per me sono come due personaggi. La scrittura è suadente, la meditazione è rigorosa. A volte si litigano lo spazio e, se ho poco tempo cercano di convincermi di fare prima l’una dell’altra.
Però ho scoperto una cosa: devo mettere prima la meditazione perché se metto prima la scrittura faccio troppa fatica a fermarmi. Perché scrivere è un modo per essere: coincidono. Non è tanto importante il risultato, quanto questa intenzione di esistere attraverso la scrittura. E questo rende la scrittura uguale alla pratica di meditazione: richiedono un’intenzione che si realizza nel momento in cui la fai, indipendentemente dal risultato.
E quando non lo fai ti senti “sbagliato” perché sai che manchi ad un appuntamento fondamentale: quello con te stesso. Per cui le 4 Nobili verità per uno scrittore diventano: “Uno scrittore scrive, scrivere è un processo, che conosci solo alla fine. E, se la scrittura è la tua pratica, l’unico modo per fallire è non scrivere.” Esattamente come l’unico modo per fallire la meditazione è non meditare.
“Non c’è Shakespeare o Beethoven; e nemmeno – emotivamente ed empaticamente – c’è Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo Dio. Noi siamo le parole, noi siamo la musica, noi siamo la cosa in se stessa.” – Virginia Woolf
Quando pratichiamo puntiamo al cuore dell’esperienza. Ad una visione non dualistica dell’esperienza. Siamo inzuppati come biscotti nel caffellatte. Esploriamo il nostro stato mentale nello schermo bianco delle pratiche ripetute. Sempre la stessa pratica per avere la possibilità di sperimentare non la differenza delle pratiche ma la differenza del nostro stato mentale.
Il Dalai Lama raccontava che a sei anni, quando iniziò a studiare i testi buddisti, non era minimamente interessato. A sedici anni iniziò a sentire interesse. A 35 anni iniziò a vedere i primi progressi: migliorò attorno ai 40 anche se ancora non poteva dirsi una mente illuminata.
Ecco, la scrittura e la meditazione in questo rivelano pienamente la loro somiglianza. Inizi a scrivere a sei anni, ma fino all’età adulta potresti non vedere davvero un segno di reale interesse per la scrittura e i frutti poi, potrebbero essere molto tardivi. Non è questo che conta. Quello che è importante è la tua fedeltà alla pratica.
L’entusiasmo dell’inizio è straordinario. Ti spinge a praticare o a scrivere con passione. Anche iniziare ad intravedere la fine può essere meraviglioso ma il problema è quando sei nel mezzo. Nel mezzo della pratica e nel mezzo della scrittura.
In quel momento la motivazione vacilla, inizi a pensare che forse non sei affatto portato per quello che stai facendo. È allora che serve avere un’abitudine. Sedersi a meditare, sedersi a scrivere perché questo è quello che ti fa sentire che stai facendo la cosa giusta anche se quel giorno la pratica è un continuo vagare e la scrittura si sviluppa senza senso alcuno.
Quello è il momento in cui stai incubando il mezzo. Il cuore della pratica, il cuore di quello che scriverai e che ancora non sai cos’è: proprio come una madre sa che avrà un bambino ma non sa davvero come sarà quel bambino.
Aristotele diceva che l’eccellenza non è un atto ma un’abitudine. Ecco, per attraversare il mezzo abbiamo bisogno di un’abitudine: perché l’inizio e la fine sono atti eroici. Il mezzo è trasformare l’ordinaria fatica in straordinaria esperienza.
“Scrivere è solitario. Tutto quello che facciamo in modo totale è solitario. Possiamo ricevere consigli, istruzioni, sostegno, amore, ma, alla fine, sei tu, da solo, ogni giorno alla tua scrivania.” – Gail Sher
Per sostenere questa abitudine, per stare nel mezzo, è necessario avere un’intenzione, in modo da lasciar andare subito l’identificazione con il risultato. Solo così potremo essere liberi di fronte ai successi e ai fallimenti che incontreremo rispetto alla nostra pratica di meditazione o alla nostra scrittura.
Anne Lamott, donna divertente e originale che ti consiglio di guardare in video oltre che di leggere, dice che è scrivere che ci cura, invece a volte pensiamo che scrivere abbia senso solo in funzione della pubblicazione e del successo di ciò che pubblichiamo. Se entriamo in questo pensiero la nostra scrittura sarà continuamente esposta al sabotaggio del perfezionismo. Così come la nostra pratica di meditazione.
Se lo facciamo con l’idea di stare bene sarà un fallimento, lotteremo con la distrazione, con l’irrequietezza, con il torpore e, alla fine, potremmo arrivare a credere che non siamo portati per la meditazione. Se lo facciamo con l’intenzione di prendere del tempo per noi, per ascoltarci, per imparare a volerci bene, senza alcuna aspettativa particolare, alla fine otterremo molto di più proprio perché non l’abbiamo “voluto”.
La spinta verso il perfezionismo ha molta attrattiva, eppure è anche una strada molto improduttiva. Spesso il vero sabotaggio che facciamo a noi stessi e alla nostra creatività sta nella richiesta di fare qualcosa di perfetto e di compiuto. Il vero sabotaggio è nascosto nella richiesta – implicita – di non fare errori. Di fare qualcosa che susciti ammirazione.
È più facile pensare di mangiare tutto il cioccolato del mondo o non mangiare nessun pezzo di cioccolato. Ma la cosa più autentica e difficile è mangiarne un pezzetto ascoltando fino in fondo la spinta della propria avidità (o del proprio perfezionismo) e rimanendo nel mezzo – silenzioso e forte – di quell’unico cioccolatino che abbiamo in bocca.
“Rimanere focalizzato su chi sei (con tutte le tue colpe) richiede maturità, perseveranza e una incredibile self compassion. Agisci come se la tua mente fosse gioiosa, buona e grande, radiosa e amichevole. Perché la tua vera natura è così e se ti tratti in questo modo coglierai l’occasione per esserlo.” – Gail Sher
Fare qualcosa totalmente, con uno sforzo sincero, comporta stare in un processo in cui incontri te stesso, errore dopo errore. Se il desiderio di essere perfetti è, forse, il desiderio di essere “uno con Dio”, gli errori sono invece il linguaggio del dialogo con Dio. Esprimono lo sforzo di essere centrati sia nella forza che nella debolezza e richiedono una grande stabilità: necessaria per affrontare il proprio orgoglio e la propria vergogna.
Il punto è che, dai nostri errori – nella pratica come nella scrittura – possiamo imparare tutto e soprattutto ci permettono di inventare nuove strategie. È solo quando non accettiamo di vederli che ripetiamo sempre gli stessi errori.
Concludo con una piccola storia zen che racconta di quando il monaco Issay andò da Suzuki Roshi per chiedere l’ordinazione monacale. “Roshi sono venuto per chiederti di diventare tuo discepolo ma adesso capisco che questo non era altro che una delle mie spinte egoiche, uno dei miei ego trip. Così, semplicemente, adesso ti dico che continuerò a praticare e a fare il meglio che posso”. “Bene”, rispose Suzuki Roshi, “non c’è differenza tra questo ed essere mio discepolo”. E, più tardi, Issay divenne uno Zen Roshi, un maestro.
Così non c’è differenza tra scrivere bene e voler meditare bene: tutte e due richiedono di imparare dagli errori – continui – per imparare a fare nuovi errori!
© Nicoletta Cinotti 2025
è un problema di parole
anche il non poter parlare
il non poter spiegare
spiegare le tue parole
a chi ti sta ad ascoltare
quando nessuno mi vede
faccio le cose peggiori
e le faccio a me
è un discorso di educazione
un discorso senza parole
avrei bisogno di un titolo di studio adeguato
per dire come mi sento
a uno che fa ricerche di mercato
e mi chiama mentre sto scrivendo una poesia
mi piace scrivere
perché mi piace pensare c
osi direi all’intervistatore
se non mi mancasse il tempo
ed anche il fegato
per non subire le sue domande
vorrei poter decidere io
cosa sentirmi chiedere
vorrei una ricerca di mercato
che chiedesse alla gente
mi dica oggi a cosa ha pensato?
come si sente?
io risponderei
qualcosa di finito
che non conclude niente
© Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Edizioni Sartoria utopia
“Felici i felici” è un libro di Yasmina Reza, pubblicato, come molti altri suoi libri, da Adelphi. È una scrittrice di razza, molto conosciuta a molto amata ma la ragione che mi ha spinto a fare questa recensione è un’altra ed è legata alla struttura del libro.
Un romanzo molto gradevole e molto interessante in cui, invece che essere scritto a capitoli, è scritto a personaggi. Ogni capitolo è un personaggio in un momento della sua vita, descritto nel suo ambiente e nelle sue relazioni. Man mano che il libro scorre ti rendi conto degli intrecci che legano i 17 personaggi che lo compongono. Sono legati tra loro da diversi legami di amicizia, parentela, lavoro, cura. Si incontrano e si scontrano in diverse situazioni e i personaggi principali, Robert, Odile e Jean, tornano più volte sia come titoli dei capitoli che come intrecci.
A me è sembrato che potrebbe essere un modo perfetto per mettere insieme la scrittura delle nostre parti. Ad ogni parte un nome, una descrizione caratteriale e fisica come racconto in “Scrivere storie di guarigione”, magari scritta su un quaderno ad anelli che permette di aggiungere via via più pagine e, senza rendercene conto, ci troviamo ad avere l’intreccio del nostro caleidoscopio interiore!
Buona scrittura
Yasmina Reza, Felici i felici, Adelphi ed (I link amazon mi danno qualche centesimo di provvigione)
© Nicoletta Cinotti 2024 Addomesticare pensieri selvatici
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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