Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
psicoterapia
Modi opposti di regolare l’ansia
L’ansia è l’emozione dell’inizio. Anzi direi dell’anticipo. Serve ad attivarci per poter avere le energie di svegliarsi, iniziare, prepararsi. Fondamentale quindi, eppure, fastidiosa. Allora utilizziamo delle strategie per gestire la nostra ansia, strategie di comportamento. Sono modalità che, in alcuni casi, possono diventare disfunzionali, perché troppo compulsive.
Cosa vuol dire compulsive? Vuol dire che non possiamo scegliere se farle o meno: siamo costretti a farle. Anzi le facciamo prima ancora di aver deciso se agire in quel modo. Le due modalità – opposte – possono essere “troppo vicino” o “troppo lontano”.
Se scegliamo la modalità “troppo vicino” facciamo troppe azioni, ci lasciamo coinvolgere troppo, diventiamo troppo interventisti e troppo presto. Se, invece entriamo in modalità “troppo lontano”, rimandiamo, procrastiniamo, la prendiamo lunga, molto lunga, per evitare di affrontare qualcosa che ci fa paura.
Il bello è quando troppo vicino e troppo lontano vengono vissute in coppia. Magari lei è della serie “troppo vicino” e lui della serie “troppo lontano”. Il risultato è molto complicato perché in entrambe le situazioni c’è un troppo che non permette di mettere a fuoco quello che è davvero necessario.
Riconoscere il nostro stile ci aiuta. Possiamo prendere un respiro, fermarsi e – nella pausa – cercare la distanza che è necessaria. Che non è quella giusta. È quella in cui siamo in relazione. Quella in cui non soffochiamo nessuno con la nostra ansia, non allontaniamo nessuno per non essere in ansia. Quella distanza in cui possiamo scambiarci uno sguardo e, ascoltare. E scegliere se agire.
“Cara, cosa hai fatto? bastava che chiedessi”. “Caro, ho fatto tutto io, ecco cosa ho fatto! “(da una conversazione realmente ascoltata)
Pratica di mindfulness: Protendersi
© Nicoletta Cinotti 2022 Il protocollo MBSR
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/serata-di-presentazione-gratuita-protocolli-mindfulness/
Foto di ©J.A Imagen
Le cose succedono in mezzo (anche per il Natale)
Per qualche strana ragione tendiamo a pensare che le cose avvengano in un momento preciso. Che Natale accada il 25 Dicembre, che la fine dell’anno sia il 31 dicembre. Che l’incontro con il nostro amico sia stato quando ci siamo incontrati a cena. In parte è vero ma, per la maggior parte, non è così.
Le cose avvengono nello spazio tra un incontro e l”altro. Così Natale avviene durante l’anno e quel giorno semplicemente si solidifica, prende una forma che è strettamente collegata a quello che è successo durante l’anno. E, per quanto lo prepariamo, non possiamo dargli una forma diversa da quella che si è strutturata durante l’anno.
Il fatto che le cose succedano in mezzo cambia completamente la prospettiva sul fare le cose bene o sbagliare. Siccome le cose accadono nella transizione è possibile che ci siano errori: possiamo preparare bene un giorno ma gli altri 364 andranno un po’ a vanvera sicuramente. Così potremmo finalmente rilassarci e dire a noi stessi che Natale l’abbiamo già preparato durante tutto l’anno, che è quella preparazione invisibile che darà forma alla nostra giornata. Potremmo anche dirci che i compiti fatti la notte prima dell’esame non servono a riparare mesi di non studio ma che sono sempre meglio di niente. Potremmo anche dirci che un po’ di fortuna ci vuole in tutte le cose e che quindi, anche se ci aspettiamo un disastro, potremmo scoprire che invece c’è parecchio affetto in circolazione.
E poi, dal 26 Dicembre ci rimettiamo a prepararlo in quella transizione in cui, siccome non è il giorno di festa, siamo proprio come siamo, distratti, disordinati, sbadati e pieni di errori. Anzi un errore continuo tutto l’anno che festeggiamo proprio il giorno di Natale!
Fare qualcosa con un impegno sincero, che coinvolge errore dopo errore, è come parlare con Dio ma in una lingua diversa. Gail Sher
© Nicoletta Cinotti 2021
Jon Kabat Zinn, le poesie e la declinazione al singolare
Non so francamente quando sia nata la passione di Jon Kabat Zinn per le poesie. E non so nemmeno se di passione possa trattarsi. Nella nuova edizione di Vivere momento per momento – traduzione italiana del suo libro Full catastrophe Living – Kabat Zinn afferma che la consapevolezza ha una sua logica e poesia interna. E questa, forse, è una delle poche affermazioni esplicite che si possono incontrare sulla poesia nei suoi libri.
Poesie però ne cita molte, anzi moltissime. E in Riprendere i sensi le poesie accompagnano e fanno da corredo al testo per permettere una lettura che non sia solo mentale ma anche affettiva. Così, fino dai primi capitoli compare Kabir, il poeta indiano dell’estasi selvaggia, amato da indù e musulmani. Forse Jon ama Kabir per una delle sue affermazioni chiave:
[box] È lo spirito di ricerca che aiuta. Io sono schiavo di questo spirito di ricerca. Kabir[/box]
Questo stesso spirito è quello che mi ha spinto verso la poesia
Perchè la poesia?
Come molti professionisti ho passato la maggior parte della mia vita adulta a leggere saggi. La narrativa non riusciva a competere con le storie dei miei pazienti. Raramente qualche autore mi dava più emozione delle loro vite e così, raramente, leggevo qualche libro di narrativa. Nel tempo mi sono accorta però che le parole avevano una loro carica ed energia e, soprattutto che certe parole avevano il potere di toccare molto profondamente le persone. Lavorando con il corpo – come analista bioenergetica – le parole assumono una funzione di coscienza. Diventa necessario cercare quelle poche parole giuste che esprimano la sensazione che le persone vivono. E questo, nel tempo, ha affinato il mio desiderio di trovare poche parole ma esatte, per parlare con le persone con la precisione dell’amore.
[box] L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perchè è una funzione della coscienza. È la consapevolezza dell’esatta corrispondenza tra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento. Quando le parole sono connesse o combaciano con le sensazioni, il flusso energetico che ne risulta fa aumentare il livello di eccitazione della mente e del corpo, elevando il livello di coscienza e la messa a fuoco. Alexander Lowen[/box]
Come vedete parlo di parole e non di storie. Le storie infatti, nel mio lavoro, spesso sono solo ripetizioni di copioni di emozioni e comportamenti che si ripetono e raramente introducono elementi di novità. Mentre la psicoterapia non è solo cura ma anche ricerca di cambiamento. La ricerca per portare la novità nella nostra vita.
Ecco così che il ricorso alla poesia – non lirica – sembrava inevitabile.
La poesia declina al singolare pur parlando al plurale
Così quando ho comprato il primo libro di Kabat Zinn, scienziato americano ideatore del protocollo MBSR, non sono rimasta molto stupita nell’accorgermi che, nella sua ricchissima bibliografia, c’era una intera sezione dedicata ai libri di poesie. Un po’ più stupita sono stata quando ho visto che erano parte integrante del materiale didattico. Per la prima volta mi sembrava che due mondi che in genere parlano lingue diverse, si incontrassero.
Così mi sono accorta che un certo genere poetico contemporaneo e la poesia degli haiku di antica tradizione giapponese – lontani dalla tradizione lirica – era esattamente il luogo delle parole che cercavo. Parole che descrivono un’esperienza. Parole che parlano al presente, parole che esprimono la condivisione della nostra comune umanità. A me è sembrata un rivoluzione: far entrare nella cura parole che curano, risvegliano, toccano luoghi che nessuna mano può raggiungere.
[box] Perchè farlo? Per il rispetto dell’unicità Alcuni vorrebbero che sacrificassimo uniformemente all’altare dell’unicità, utilizzando l’idea dell’unità, più che il costante confronto con essa, come un rullo compressore che appiattisce tutte le differenze. ma è proprio nelle qualità uniche di questo e quello, nelle particolari individualità e proprietà che risiedono poesia e arte, scienza e vita, magia, grazia e ricchezza. Jon Kabat Zinn [/box]
Dice Hokusai (che non era un poeta)
Dice che ognuno di noi è un bambino,
ognuno di noi è antico,
ognuno di noi ha un corpo.
Dice che ognuno di noi è spaventato.
Dice che ognuno di noi deve trovare un modo per convivere con la paura.
Dice che ogni cosa è viva (…)
Dice: non importa se disegni o scrivi libri.
Non importa se seghi alberi o peschi pesci,
non importa se stai seduto a casa
a fissare le formiche in veranda o l’ombra degli alberi
e le erbe che ti crescono in giardino.
Quel che importa è che ti importi.
Importa che tu senta.
Importa che tu noti.
Importa che la vita viva attraverso di te (…)
Dice: non avere paura
Non avere paura.
Guarda, senti, lascia che la vita ti prenda per mano.
Lascia che la vita viva per tuo tramite.
[box] A volte la poesia coglie lo spirito di un’idea meglio di qualunque spiegazione, per quanto estesa.[/box]
La poesia e la pratica della meditazione
Il legame tra poesia e meditazione è, invece, molto più consolidato: la meditazione è l’arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po’ come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto. Così è normale che ci sia una poesia che nasce proprio dalla pratica di meditazione vipassana: una pratica in cui lavoriamo per sospendere, essere consapevoli, esplorare, il pensiero narrativo e andare al di sotto del pensiero, prima che nascano i pensieri, alla nostra mente originaria.
[box] Mi è stato domandato quale ruolo possa avere la poesia nell’itinerario di un praticante buddista. Attraverso la poesia potete trovare il vostro stato mentale. Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche o artistiche ma si dovrebbe scrivere il proprio stato mentale su un pezzo di carta. Questo è il significato dell’espressione “il primo pensiero è il miglior pensiero”. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria. Chogyam Trungpa[/box]
Non tutte le pratiche di meditazione sono uguali. Nella meditazione vipassana theravada, da cui derivano i protocolli mindfulness, le istruzioni sono essenziali: tornare al corpo, tornare al respiro e alla sua porta ritmica. Queste semplici istruzioni diventano un po’ come tornare a casa: a casa nel corpo, a casa nell’intimità con se stessi e in quello strano insieme di misteriosa vicinanza e di tenera distanza che sperimentiamo quando riusciamo a stare con l’attenzione al respiro. Non è una pratica trascendente ma assolutamente immanente: non ci chiede di elevarci, migliorarci trasformarci. La trasformazione è tornare ad essere chi siamo veramente, abbandonando la lotta e il conflitto con noi stessi. È dichiarare pace. Questa dichiarazione di pace è aperta dalla porta ritmica del respiro, quell’esperienza poetica ma non lirica, che facciamo con ogni respiro. Il respiro è poetico perchè – per esistere – richiede flessibilità, vulnerabilità, cambiamento. Nulla di rigido respira. E ogni respiro è diverso dall’altro.
[box] Cos’è la pratica: la pratica è vita quotidiana, non stato speciale della mente, non solo solitudine, silenzio. E’ lavare i piatti, fare il tè, parlare con qualcuno, correre nella neve, avere paura di sbagliare a cucinare per la comunità, per errore suonare l’allarme in tutto il monastero, interrompere i canti con una domanda inutile e vedere l’abate che ride tranquillo e continua a cantare. La pratica è accogliere la vita così com’è, noi stessi come siamo, senza migliorarci, allora la trasformazione ha luogo. Chandra Livia Candiani[/box]
La poesia è quindi mappa per l’ascolto
Così alla fine, la poesia non è solo parlare ma ci offre una specie di mappa per l’ascolto di noi stessi. Diventa la conseguenza del raccoglimento e, contemporaneamente, dell’essere esposti al mondo. Come dice ancora Chandra Livia Candiani più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?
La lama del congedo
Ogni momento diventa così poetico, quando è investito dalla nostra consapevolezza perchè alla fine, tutta la poesia dichiara il continuo processo di cambiamento al quale siamo soggetti che fa sì che la nostra vita sia un susseguirsi di attimi. ognuno dei quali è significativo perchè vissuto. Così il momento del saluto, alla fine del protocollo, può far nascere una poesia.
[box] Cosa mi resta? Niente se non un’emozione, un piccolo dolore al cuore e la felicità dentro. E ormai è notte. Francesco Crenna[/box]
Il tempo del congedo
è coltello giusto
la sua lama più evidente
della mia pelle –
rotta –
simile all’amore
introvabile:
un adulto di spalle
ti fa vedere l’anima. Chandra Livia Candiani
© Nicoletta Cinotti rev 2021
La tenerezza: non ha scadenza. Ci aspetta a qualunque età
Quando cominci a toccare il tuo cuore o lasci che il tuo cuore sia toccato cominci a scoprire che non ha un confine, né risoluzioni: scopri che è vasto e senza limiti. Cominci a scoprire quanto calore e gentilezza c’è, così come quanto sia spazioso. Pema Chodron
Forse avrete già sentito raccontare l’episodio in cui un gruppo di meditanti occidentali, in uno degli incontri con il Dalai Lama, cercava di spiegargli l’emozione della vergogna. Un’emozione che nella cultura tibetana non sembra essere presente, eppure un’emozione così pervasiva nella nostra. Quando infine il Dalai Lama comprese di che cosa si trattava e che era associata ad una sorta di odio per se stessi e per qualcosa che avevamo fatto nacque la necessità di far iniziare la pratica di Metta, o Maitri o gentilezza amorevole, includendo noi stessi. Nella tradizione originaria tibetana la pratica di Metta iniziava direttamente con l’augurio rivolto alle persone che amiamo. Adesso, in quella pratica iniziamo rivolgendo quell’augurio direttamente a noi stessi: e non sempre è facile.
Una distanza da noi
La vergogna è una self consciuos emotions, quell’ampia categoria di emozioni sociali che includono aspetti relazionali. Semplificando molto possiamo dire che, quando proviamo queste emozioni, è come se ci vedessimo dall’esterno, da una leggera distanza da noi. Sono emozioni come la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, l’invidia. Emozioni dolorose che nascono spesso da un confronto tra dove siamo e dove vorremmo essere e sono alimentate dal nostro rilevatore di discrepanza. Quello che succede quanto proviamo queste emozioni è una sorta di auto-giudizio: ci guardiamo dall’esterno e verifichiamo i nostri risultati come inadeguati. Non proviamo solidarietà per le nostre difficoltà ma ci separiamo dalla parte di noi che ha sbagliato, che ha avuto un problema e iniziamo a criticarla. Da un certo punto di vista possono essere la radice del pensiero riflessivo. da un altro punto di vista sono l’espressione del nostro perfezionismo.
Ma dai, io non sono perfezionista!
Ma dai, io non sono perfezionista, voglio solo migliorarmi, non sarà un problema, no? Questa frase, nelle sue infinite varianti, me la sento ripetere spessissimo: direi che non passa settimana che non sia pronunciata da qualcuno. Riconoscere di essere perfezionisti non è facile per tante ragioni. In parte ci sentiamo autorizzati al miglioramento e facciamo fatica a distinguere la sfumatura che c’è tra coltivare la crescita e coltivare il miglioramento. Coltivare la crescita significa partire da noi, dalle nostre potenzialità e dai nostri limiti e coltivare la nostra passione. Coltivare il miglioramento significa avere in mente un modello, uno standard e lavorare per raggiungerlo. Uno parte dall’espressione di sé, l’altra da raggiungere qualcosa di esterno.
In parte confondiamo il perfezionismo con il prestigio degli obiettivi. Non sono perfezionista perchè mica voglio vincere il Nobel! Voglio solo avere la casa in ordine! Ecco non è proprio questo il criterio: non è dato dalla brillantezza della meta il perfezionismo. Si misura piuttosto conla distanza tra dove siamo e dove vorremmo essere. C ‘è una grande distanza? Allora siamo sulla linea del perfezionismo. Ed è in quella distanza che si insinuano le consciuos emotioms, dolorose come le spine dei rovi.
Cosa si infila nella distanza
Hai in mente lo spazio tra il muro e l’armadio? È uno spazio piccolo, poco visibile, dove si accumula la polvere. Immagina che quello spazio sia più ampio, poco visibile e che lì si accumuli una polvere che nessuno pulisce. Poi vengono aperte le finestre, si fa aria e questa polvere inizia a muoversi per la casa. Ecco questa metafora – un po splatter – rappresenta bene il danno delle consciuos emotions. Sono emozioni di sottofondo che spesso si travestono da pensieri. Non le vediamo fino a che non fanno una massa critica e, a quel punto, sono piuttosto difficili da togliere perchè ci siamo dimenticati come e quando si sono formate. Ho usato questa metafora perchè spessissimo sono emozioni che danno la sensazione di sporco: come se fossimo sporchi. Se percepiamo la perfezione come pulizia, associamo l’imperfezione allo sporco. Hai voglia a raccontare la storia del Kintsugi – l’arte delle preziose cicatrici – la sensazione di sporco, permane e disturba. Come se nemmeno l’assoluzione dai peccati potesse riportarci al Paradiso terrestre.
Riparare rotture e guarire cicatrici
Qui entriamo davvero nella stanza della psicoterapia. Una stanza meravigliosa e strana. È la stanza dove le persone portano le loro ferite, le rotture e le frattura con un unica richiesta: guariamole. Adesso vorrei provare però a farti vedere le cose dall’altra parte: dalla parte dello psicoterapeuta, quello che sta nella poltrona di fronte a te. Quello che a volte si commuove, a volte diventa irrequieto e cerca una posizione, a volte sembra indifferente.
Sono lì e sento i racconti, mi faccio toccare dai racconti perchè se non mi toccano non li comprendo. Condivido il dolore, sento la pena e vedo tanta, tantissima crudeltà.
Crudeltà, direte voi? Si, vedo crudeltà perchè spesso mi vengono portati pezzi rotti che appartengono alla persona che me li porta e che pure li disprezza così profondamente che non vorrebbe nemmeno toccarli. Altre volte vedo una distanza così abissale da se stessi che nemmeno sfiora il dubbio che una parte del problema sia quella distanza. Altre volte ancora vedo una tale difficoltà ad apprezzare le piccole gioie e un tale bisogno che tutto sia perfetto che non so da che parte incominciare. Perchè, molto volentieri, le persone farebbero quello che fanno con i loro pezzi rotti: li lasciano dal meccanico e li vanno a riprendere quando sono riparati.
Ah, dimenticavo, della crudeltà fa parte anche l’aspettativa che io sia perfetta: tranquilli non lo sono. Ve lo dico prima, quando vi stringo la mano e affiora la mia timidezza. A volte sono stanca, altre volte ho difficoltà personali e distrazioni o dimenticanze: ci si può fidare di un essere umano a cui, per curare, viene chiesto di essere perfetto e che invece vuole percorrere il territorio dell’autenticità? Non lo so, lascio a voi la risposta.
Il primo movimento: ridurre la distanza
Ecco il primo movimento che cerco di fare è paradossale: uno viene lì e mi lancia al volo il pezzo rotto e io devo convincerlo a riprenderlo in braccio. A guardarlo con compassione, a tenerlo con sé e a consolarlo come farebbe con un bambino (e spesso è proprio un bambino quello che è rotto). Nello stesso tempo devo mostrargli come ha fatto a rompersi e spesso, molto spesso, la cattiva notizia è che l’abbiamo rotto noi. Non è colpa dei soliti genitori, dei partner, della vita. Molto spesso siamo stati noi, con qualche assurda pretesa, ad aver trasformato una leggera ferita in una piaga. Un errore in un fallimento. Perchè odiamo la retromarcia, preferiamo essere convinti di aver ragione. E tutto questo appartiene a tutti noi. A me come alla persona che mi sta di fronte.
Secondo movimento: assicurare il funzionamento
Il secondo movimento è fare in modo che, malgrado tutto, le cose funzionino. Che sia possibile continuare la vita ordinaria, che sia possibile riparare senza perdere troppo tempo. O meglio, solo quello strettamente necessario. È per questo che parlo di grazia: perchè è solo quello che ci permette di andare avanti. La grazia dei momenti in cui cogliamo la bellezza che sta nelle nostre difficoltà ci permette di tenerle di nuovo vicine.
La grazia che sta nel senso di unità e presenza che sperimentiamo anche e soprattutto nei momenti difficili, ci dà la fiducia per andare avanti.
La grazia dell’incertezza e della tenerezza che ci fanno cogliere l’originalità della nostra vita e del suo fiorire. Non è una grazia pazzesca riuscire ad andare avanti malgrado la nostra storia e le nostre difficoltà? Vi assicuro che vedo ogni giorno più miracoli di quanti se ne possa immaginare. Miracoli che mi confortano più di quanto io possa credere. Diversi anni fa uscì un libro, malgrado il titolo, non era freak, Amore, medicina e miracoli, era scritto da un chirurgo – Bernie Siegel – che rimaneva esterrefatto dalla capacità di guarire dei suoi pazienti. È la stessa sorpresa che provo io: miracoli che avvengono non quando stiamo distanti da noi ma quando, per quanto possa essere difficile la situazione, ci immergiamo dentro la nostra vita e torniamo alle risorse della nostra autoregolazione. Quella che Reich riconosceva come il motore della crescita e del cambiamento.
Con Grazia e grinta
Ken Wilber è una delle figure più eminenti nel campo della psicologia transpersonale americana, avevo una cotta per lui da ragazza. Ha dieci anni più di me ed è nato nel mio stesso giorno: è un personaggio originale con un pensiero originale. Ed è anche bello. Non so se a voi capita di avere delle cotte intellettuali: io spesso. Mi innamoro come se fossero persone che abitano nel mio condominio e che incontro tutti i giorni. Gli parlo, interiormente, gli faccio domande e altre amenità del genere. Non vi racconto tutte le sue virtù e tutte le sue lauree che potete vedere qui (oggi non sono più così innamorata peraltro). Molti anni fa raccontò in un libro la storia del suo matrimonio e dell’ospite inatteso che l’aveva attraversato: la malattia di sua moglie, sposata pochissimo tempo prima del primo intervento. Il libro Grazia e Grinta, dà il titolo della Newsletter settimanale. La sostanza di quel bel libro è semplice e complessa insieme: abbiamo bisogno di stare dentro di noi per sviluppare pienamente il nostro potenziale, un potenziale che non esclude imperfezioni e difetti ma che li considera le aree di sviluppo prossimale. E, ancora di più, abbiamo bisogno di accettare che non controlliamo la vita, che le cose accadono e che, a volte la nostra accettazione deve spingersi al punto per noi più estremo: rinunciare ai nostri piani.
Il terzo movimento: avere un piano e rinunciare ad un piano
Quando ascolto le persone e le loro storie devo necessariamente avere un piano: noi lo chiamiamo progetto terapeutico. Posso identificarlo come una intenzione, una direzione verso la quale tendere. Un buon piano però deve essere sempre abbandonabile, sempre modificabile. Altrimenti diventa un obiettivo e alimenta quella distanza da noi che vuole curare.
Mi piacciono le parole di Chandra Candiani sulla tenerezza:
La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci. Leggi di più qui
Senza la tenerezza non c’è crescita: è per questo che i nostri punti vulnerabili sono tanto preziosi. Non solo perchè sono quelli che alimentano la nostra ricerca, ci portano nella stanza della psicoterapia, nel sangha della meditazione. Sono preziosi perchè senza tenerezza non c’è crescita. E la tenerezza ci aspetta a qualsiasi età.
[box] Scheda di pratica informale
Ogni sera, prima di addormentarti risveglia la compassione nei tuoi confronti. Passa in rassegna le difficoltà della giornata e ripeti mentalmente queste parole “Possa questo dolore passare, possano le cose migliorare per me…possa sentirmi meno angosciato. Rick Hanson[/box]
© Nicoletta Cinotti 2018
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Mindfulness tra tradizione e straordinaria novità
La parola mindfulness sta incontrando molta popolarità, anche fuori dall’area in cui nasce, ossia nelle tradizioni contemplative e meditative buddiste. Mindfulness è la traduzione, in inglese, di sati, che in lingua pali significa presenza mentale o consapevolezza.
L’attuale diffusione si deve a tanti fattori: un ruolo senz’altro dominante l’ha avuto il lavoro di Jon Kabat Zinn e dei suoi collaboratori che, sul finire degli anni ’70, misero insieme un protocollo di pratiche di consapevolezza rivolto inizialmente ai pazienti cronici e terminali dell’ospedale dell’università del Massachusetts, una delle facoltà dell’eccellenza medica americana. Un protocollo – il termine medico protocollo deriva proprio dal luogo in cui è nato – basato sulle pratiche di consapevolezza mindfulness e derivate dal Satipattana Sutta ovvero i fondamenti della consapevolezza della tradizione buddista.
L’intenzione – davvero rivoluzionaria – di Jon Kabat Zinn era di strutturare un modello che potesse dimostrare, in modo coerente, l’efficacia di questo approccio alla consapevolezza. Anche lui meditante zen e vipassana, strutturò un preciso programma basato – implicitamente – sui fondamenti della consapevolezza del Satipattana Sutta. Di breve durata – 8 settimane con 9 incontri – l’intenzione era offrire una stessa qualità di esperienza a diversi gruppi di persone al fine di valutarne l’efficacia sia rispetto alla salute fisica che emotiva.
Nasce il protocollo MBSR
È così che nasce il protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) un protocollo per la riduzione dello stress che ormai ha raggiunto una diffusione internazionale assolutamente sorprendente e una grande mole di ricerche scientifiche che ne dimostrano l’efficacia sia come terapia complementare in medicina che come strumento di regolazione emotiva e cognitiva per adulti e bambini.
Le persone non arrivano al protocollo per “imparare a meditare” – anche se questo può succedere – ma per trovare sollievo dalla sofferenza della vita quotidiana, sollievo dalle richieste perfezionistiche che ci allontanano da noi stessi e dagli altri.
Si rivolgono al protocollo perchè hanno sperimentato i limiti della medicina tradizionale e, a volte, perchè hanno sperimentato i limiti della psicoterapia tradizionale. Vengono perchè comprendono che le difficoltà che incontrano richiedono un aiuto che non può venire sempre e solo dall’esterno ma che c’è una sofferenza di cui dobbiamo farci carico in prima persona: una sofferenza che aspetta la nostra attenzione.
Una sofferenza che aspetta la nostra attenzione
Jon Kabat Zinn chiama stress questa sofferenza ma, usando il linguaggio della tradizione vipassana, potremmo chiamarla dukkha. Dukkha – anche questo è un termine pali – si riferisce ad una condizione di sofferenza non specifica ma difficile da sopportare. Una sofferenza che, peraltro, è parte ineliminabile della vita.
Anche lo stress non è eliminabile e non è specifico, ogni cosa può diventare stressante: sposarsi è stressante, divorziare è stressante. Avere successo è stressante, non avere successo è stressante. Stress diventa quindi un gigantesco ombrello che racchiude le difficoltà che incontriamo al di là della bontà teorica della situazione che viviamo.
Nel protocollo MBSR si affronta quella che Jon Kabat Zinn chiama ironicamente “la catastrofe della nostra vita”. Contemporaneamente si entra in quello che è uno dei passaggi chiave del Dharma: riconoscere che la vita è sofferenza e che non possiamo rendere la nostra vita degna di essere vissuta a partire dalla condizione – irrealizzabile – che tutto vada sempre bene. Entriamo in questo “american dharma” con la convinzione di aver bisogno di strumenti che ci aiutino ad affrontare lo stress – degli eventi positivi come di quelli negativi – e a sciogliere le illusioni che lo alimentano.
Il problema non è lo stress ma la risposta allo stress
Quello che sottolinea il protocollo – così come la pratica del Dharma – è che il problema non è lo stress ma come rispondiamo allo stress. L’invito del protocollo MBSR – e di tutti i protocolli basati sulla mindfulness che da questo sono derivati – è ad andare oltre: c’è un modo per comprendere la nostra sofferenza e attraversarla che non è la comprensione intellettuale. C’è una saggezza, una diversa possibilità di affrontare le difficoltà che nasce dall’immergersi nell’esperienza, anziché evitarla o combatterla. C’è qualcosa che può liberarci dalla prigione che abbiamo costruito e la chiave ci appartiene: sta a noi scegliere di usarla. Non con la forza ma con virtù dimenticate come la compassione, la gentilezza, la pazienza, la capacità di lasciar andare e di essere contemporaneamente presenti. Capacità che sono con noi fin dalla nascita ma che abbiamo lasciato impolverare e seppellire da altre capacità come l’impegno ad oltranza, la competitività, il perfezionismo, il mito che la felicità nasca solo dal successo.
American Dharma ovvero la forza delle etichette
Jon Kabat Zinn è stato molto attento, soprattutto nei primi 15 anni, ad evitare qualsiasi associazione tra il protocollo MBSR e la pratica buddista. Come mai? La prima e più ovvia ragione è la forza delle etichette. Messa una etichetta sopra un’esperienza ci sentiamo autorizzati a fare o a non fare quella esperienza solo sulla base dell’etichetta. Era chiaro che mettere l’etichetta buddismo sulla mindfulness significava farla scegliere – o rifiutare – senza farla sperimentare. Significava deciderne la validità e l’efficacia sulla base di una posizione di principio. Era fondamentale che l’associazione con il dharma fosse totalmente implicita per permettere a tutti di farne esperienza e di valutarne direttamente l’efficacia con il sostegno dei dati di ricerca. E così è stato: le ragioni per cui è stato scelto da centinaia di migliaia di persone nel mondo sono ragioni personali. In modo diretto hanno potuto sperimentarne la qualità e confermare, per esperienza personale, ciò che la ricerca ha dimostrato. In un arco di tempo straordinariamente breve si ottengono risposte positive e valutabili diagnosticamente rispetto alla riduzione dei sintomi fisici ed emotivi legati allo stress ma, soprattutto, si guarda in maniera diversa alla propria vita, cogliendone una nuova prospettiva.
Se incontri il Buddha per la strada uccidilo
Se incontri il Buddha per la strada uccidilo è un koan zen che si presta molto bene al protocollo mindfulness: suggerisce che l’essenza della pratica deve essere continuamente vivificata e rinnovata per lasciar andare le risposte di ieri e trovare le risposte di oggi, quelle più adatte alla nostra vita.
In fondo anche Thich Nhat Hanh ha fatto la stessa cosa: ha preso la catastrofe nella quale si è trovato immerso nel suo paese dilaniato dalla guerra: il Vietnam. Ha assunto questa catastrofe fino in fondo e ha creato un dharma che fa della pace e del rispetto reciproco – che lui chiama inter-essere -la base della pratica stessa. Nessuno potrebbe dire che non sia nella tradizione buddista così come nessuno potrebbe negare l’originalità del suo pensiero e del suo approccio alla pratica di mindfulness. Lo stesso Dalai Lama ha manifestato più e più volte la necessità di un approccio secolare al buddismo. Un approccio non buddista alla pratica buddista che riconosca l’universale necessità delle pratiche contemplative, al di fuori di qualsiasi tradizione religiosa o anche spirituale.
Jon Kabat Zinn incontra Thich Nath Hanh
Il libro che racconta l’esperienza della Stress Reduction Clinic – Full Catastrophe Living tradotto in italiano con Vivere momento per momento – nasce 9 anni dopo che il protocollo MBSR era stato utilizzato e validato su un gruppo numeroso di persone. Fino a quel momento Jon Kabat Zinn era riuscito a realizzare un programma fedele alla tradizione buddista senza mai permettere che venissero fatti accostamenti con quella tradizione, per le ragioni che ho detto poc’anzi.
L’intenzione e la speranza era che quel libro esprimesse l’essenza del dharma attraverso azioni pratiche e concrete rivolte a tutte le persone che si trovavano a fare i difficili conti con la malattia, la depressione o lo stress, senza negarne la radice buddista eppure rimanendo svincolati da questa tradizione per entrare, invece, nel main stream della medicina ufficiale.
In ogni caso, prima della sua pubblicazione, Jon Kabat Zinn chiese l’endorsment a diversi colleghi, tra cui Thich Nhat Hanh che conosceva e ammirava solo per aver letto “The Miracle of Mindfulness” (Tradotto in italiano con Il miracolo della presenza mentale. Un manuale di meditazione,). Non sperava in una dichiarazione pubblica a favore ma desiderava avere un suo parere sulla direzione che stava prendendo e sapere se Thich Nhat Hanh aveva obiezioni al riguardo: non aspettava nemmeno una vera e propria risposta.
Non solo ricevette una risposta ma anche un chiaro sostegno che dimostrava che il suo lavoro era apprezzato e che Thich Nhat Hanh aveva pienamente colto la direzione che stava prendendo e la sosteneva. A quel punto per Jon si apriva una vexata questio: rendere pubblico il legame con la tradizione buddista riportando lo scritto di Thich Nhat Hanh oppure no?
Anche se oggi questa domanda può apparire uno scrupolo eccessivo allora il rischio era di confinare il protocollo MBSR all’interno di una visione limitata e limitante: quella dell’approccio genericamente definito New Age.
Jon Kabat Zinn pubblicò le parole scritte per lui da Thich Nhat Hanh: anche se era dubbioso, anche se per ben 4 volte ricorreva la parola Dharma. Era il 1990.
Si può dire quindi che Thich Nhat Hanh ha tenuto “a battesimo” sia l’originalità del protocollo che la sua matrice originaria buddista. Un legame sorprendente tra due uomini diversi ed entrambi appassionati alla pratica di mindfulness. Fin dai primi corsi di Thich Nhat Hanh negli Stati Uniti, aveva sostenuto la necessità che gli studenti americani di dharma trovassero la via per un buddismo americano[1]: forse quella era la via. O forse i protocolli basati sulla mindfulness sono, semplicemente, un dharma laico e secolare, una strada per dare voce al nostro bisogno di spiritualità. E un modo per considerare la spiritualità un elemento imprescindibile della nostra salute fisica ed emotiva.
D’altra parte Buddha non è stato un Dio ma un uomo che ha invitato ad indagare la realtà e ad avere fiducia in ciò che si comprendeva dopo un’accurata esplorazione, anche se era diverso da ciò che le “scritture” affermavano. Forse essere Buddha non è personificato con una persona ma, come dice più volte Jon Kabat Zinn, è uno stato mentale che tutti possiamo conoscere e che, forse, tutti conosciamo qualche volta.
Da quel momento sono passati 27 anni e da quel protocollo ne sono derivati molti altri. La base – la struttura di questo american dharma – è quella disegnata dal primo gruppo di collaboratori diretti da Jon Kabat Zinn ma è stato adattato a diverse e specifiche condizioni di sofferenza.
Un processo che rompe stereotipi convenzionali ( e ne crea altri)
Così la mindfulness ha ucciso il Buddha che ha incontrato per strada. L’ha ucciso molte volte perchè molte volte si è rinnovata e rigenerata e molti sono stati i modi in cui l’ha fatto restituendoci una pratica vitale e diffusa anche se non più così puramente buddista. Le polemiche – aveva ragione Jon Kabat Zinn – ci sono state e da più parti. Questo però non ha impedito a moltissime persone di avvicinarsi ad una esperienza che è davvero trasformativa; ribaltando il modo di fare psicoterapia, ribaltando il modo di pensare alla malattia fisica e arrivando sui banchi di scuola come nelle aule dell’università.
Come sempre accade distruggere stereotipi non impedisce di crearne altri e forse oggi la parola mindfulness è usata propriamente e impropriamente. Viene pubblicizzata e utilizzata per scopi commerciali. Eppure questo non infrange l’intima bellezza dell’intenzione di chi ha contribuito a diffonderla. Non distrugge il movimento di serenità che ha diffuso il protocollo MBSR né il movimento pacifista di Thich Nhat Hanh. La realtà non è perfetta: la mindfulness ci offre una possibilità di abitare questa imperfezione con grazia e saggezza.
Valeva la pena uccidere il buddha? Direi proprio di si o forse vale la pena muoversi in quello che Joseph Goldstein chiama “un solo dharma”
Un solo dharma
Mille anni fa – raccontano le scritture buddhiste – un esperto traduttore di testi buddhisti chiese al venerabile monaco Atisha quale fosse il modo migliore di praticare. Atisha rispose: “Devi trovare il punto essenziale comune a tutti gli insegnamenti e praticare in quel modo”. Può sembrare un paradosso, eppure Goldstein è convinto che proprio oggi, all’alba del terzo millennio e per di più in Occidente, si potrebbero verificare le condizioni per una nuova comprensione dell’insegnamento di Atisha e per lo sviluppo di “un solo dharma”, cioè di quel fulcro essenziale comune a tutti gli insegnamenti buddhisti, al di là delle dispute dottrinarie, delle differenze di approccio tra le varie scuole e le diverse terminologie.
Stiamo vivendo in tempi straordinari, dice Joseph Goldstein. Tempi in cui sta , nascendo un nuovo buddismo. La sua caratteristica distintiva non è né un elaborato sistema filosofico né un attaccamento a un particolare punto di vista settario. Piuttosto, è un semplice pragmatismo che trova le sue radici nello stesso Buddha, che mise in dubbio i principi stabiliti dall’antico pensiero filosofico indiano. È una fedeltà a una domanda molto semplice: “Cosa funziona? Cosa funziona per liberare la mente dalla sofferenza? Cosa funziona per generare un cuore compassionevole?”
È stato il mio desiderio di rispondere a queste tre domande che mi ha portato verso la pratica di mindfulness. Meditavo da quando avevo vent’anni ma solo dopo l’incontro con uno dei protocolli mindfulness ho capito che la meditazione non era solo una mia compagnia e una mia pratica personale. Ho capito che poteva diventare uno strumento di cura e di condivisione con le persone che seguivo e che cercavo di curare.
Cosa funziona per liberare la mente dalla depressione, dall’ansia o dalle ossessioni? Cosa permette di avere compassione per le nostre difficoltà anziché durezza? Comprensione profonda anziché giudizio? Cosa solleva il velo dell’ignoranza verso il nostro stesso modo di funzionare? Malgrado faccia la psicoterapeuta da tantissimi anni ho potuto constatare più volte che la psicoterapia non è sufficiente in molte situazioni. Non è sufficiente perchè noi viviamo con la nostra mente 24 ore su 24. È come avere una radio sempre accesa che trasmette una propaganda. E spesso quella propaganda è contro di noi.
Solo la pratica offre strumenti per abbassare il volume di quella radio e soprattutto offre la costanza di farlo anche fuori dalla stanza della psicoterapia.
Non ho perso pazienti perchè ho iniziato a curare con la mindfulness. Ho curato meglio, più umanamente. Con maggiore saggezza e profondità.
Ho scoperto che la lotta al dolore che ha occupato tutta la mia vita adulta mi rende compagna di viaggio dei miei pazienti e che, insieme, abbiamo lo stesso dharma: sapere che esiste la sofferenza, che non è desiderare che ci fa soffrire ma essere aggrappati alla realizzazione dei nostri desideri la causa di molta della nostra sofferenza. Che lasciar andar i piani può essere un modo per distinguere ciò che causa dolore da ciò che causa sofferenza e che, insieme, possiamo trovare la strada che permette la cessazione della sofferenza e la compassione verso il dolore, nostro e altrui.
Non trasformare il dolore in sofferenza
In questo percorso non partiamo dall’evitare le condizioni di sofferenza ma dal guardarle in faccia e dal sentirle nel cuore.
È da questo punto di incontro con la realtà nuda e cruda della nostra vita che nasce la possibilità di distinguere tra rispondere alle condizioni dolorose che incontriamo o reagire trasformando così il nostro dolore in sofferenza.
Il dolore è ineliminabile: non possiamo evitare di incontrare la malattia, la morte, l’invecchiamento, né di incontrare il dolore che viene dal continuo cambiamento a cui siamo soggetti noi e le persone che amiamo. Però possiamo non trasformare questo dolore in sofferenza accettandolo e curandolo con compassione. La stessa compassione che avremmo per il dolore di un bambino, come dice Jack Kornfield.
In questo processo la comprensione intellettuale non è l’elemento principale: il potere della mindfulness è pratico, esperenziale. Non è un’altra delle tecniche cognitive comportamentali ma un modo di essere e un modo di vedere che ha delle implicazioni profonde sulla natura della nostra comprensione: è una esperienza in prima persona. Senza questa base in prima persona – pratica nel vero senso della parola – non funziona.
In questo senso è un vero e proprio dharma: la teoria non basta. La sua parte vitale è la pratica.È lì che siamo chiamati a non trasformare il dolore in sofferenza, nella pratica quotidiana della nostra vita. È lì che siamo chiamati ad essere pacifisti. Non basta esserlo sul cuscino da meditazione. Ci chiede di esserlo nella nostra vita quotidiana.
“Abbi più fiducia in te stesso. Corri qualche rischio in più. Ascolta cosa dice la tua intuizione rispetto a come la mindfulness e questo tipo di approccio può fare la differenza nel mondo, dovunque tu sia e qualunque sia il tuo bisogno profondo”. Jon Kabat Zinn
© Nicoletta Cinotti 2017
Psicoterapeuta, Didatta Società Italiana di Analisi Bioenergetica, Mindfulness Teacher con il Center for Mindfulness, Metta Foundation, Centro Italiano Studi Mindfulness
I protocolli Mindfulness del nostro Centro Studi
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Riferimenti bibliografici
- Joseph Goldstein (2002), Un solo Dharma. Il crogiolo del nuovo buddismo, Astrolabio
- Jon Kabat Zinn, Bringing Mindfulness into Mainstream America. An interview of Jon Kabat Zinn, Inquiring Mind. Voll 10, n°1, Fall 1993
- Jon Kabat Zinn,Some Reflections On The Origins of MBSR, Skillful Means and TheTrouble With Maps, Contemporary Buddhism, Vol. 12, No. 1, May 2011
- Thich Nhat Hanh, Il miracolo della presenza mentale. Un manuale di meditazione, Astrolabio
[1] Jon Kabat Zinn, Bringing Mindfulness into Mainstream America. An interview of Jon Kabat Zinn, Inquiring Mind. Voll 10, n°1, Fall 1993
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