Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
protocollo mbsr
Jon Kabat Zinn, le poesie e la declinazione al singolare
Non so francamente quando sia nata la passione di Jon Kabat Zinn per le poesie. E non so nemmeno se di passione possa trattarsi. Nella nuova edizione di Vivere momento per momento – traduzione italiana del suo libro Full catastrophe Living – Kabat Zinn afferma che la consapevolezza ha una sua logica e poesia interna. E questa, forse, è una delle poche affermazioni esplicite che si possono incontrare sulla poesia nei suoi libri.
Poesie però ne cita molte, anzi moltissime. E in Riprendere i sensi le poesie accompagnano e fanno da corredo al testo per permettere una lettura che non sia solo mentale ma anche affettiva. Così, fino dai primi capitoli compare Kabir, il poeta indiano dell’estasi selvaggia, amato da indù e musulmani. Forse Jon ama Kabir per una delle sue affermazioni chiave:
[box] È lo spirito di ricerca che aiuta. Io sono schiavo di questo spirito di ricerca. Kabir[/box]
Questo stesso spirito è quello che mi ha spinto verso la poesia
Perchè la poesia?
Come molti professionisti ho passato la maggior parte della mia vita adulta a leggere saggi. La narrativa non riusciva a competere con le storie dei miei pazienti. Raramente qualche autore mi dava più emozione delle loro vite e così, raramente, leggevo qualche libro di narrativa. Nel tempo mi sono accorta però che le parole avevano una loro carica ed energia e, soprattutto che certe parole avevano il potere di toccare molto profondamente le persone. Lavorando con il corpo – come analista bioenergetica – le parole assumono una funzione di coscienza. Diventa necessario cercare quelle poche parole giuste che esprimano la sensazione che le persone vivono. E questo, nel tempo, ha affinato il mio desiderio di trovare poche parole ma esatte, per parlare con le persone con la precisione dell’amore.
[box] L’impiego delle parole giuste è una funzione energetica perchè è una funzione della coscienza. È la consapevolezza dell’esatta corrispondenza tra una parola (o una frase) e una sensazione, fra un’idea e un sentimento. Quando le parole sono connesse o combaciano con le sensazioni, il flusso energetico che ne risulta fa aumentare il livello di eccitazione della mente e del corpo, elevando il livello di coscienza e la messa a fuoco. Alexander Lowen[/box]
Come vedete parlo di parole e non di storie. Le storie infatti, nel mio lavoro, spesso sono solo ripetizioni di copioni di emozioni e comportamenti che si ripetono e raramente introducono elementi di novità. Mentre la psicoterapia non è solo cura ma anche ricerca di cambiamento. La ricerca per portare la novità nella nostra vita.
Ecco così che il ricorso alla poesia – non lirica – sembrava inevitabile.
La poesia declina al singolare pur parlando al plurale
Così quando ho comprato il primo libro di Kabat Zinn, scienziato americano ideatore del protocollo MBSR, non sono rimasta molto stupita nell’accorgermi che, nella sua ricchissima bibliografia, c’era una intera sezione dedicata ai libri di poesie. Un po’ più stupita sono stata quando ho visto che erano parte integrante del materiale didattico. Per la prima volta mi sembrava che due mondi che in genere parlano lingue diverse, si incontrassero.
Così mi sono accorta che un certo genere poetico contemporaneo e la poesia degli haiku di antica tradizione giapponese – lontani dalla tradizione lirica – era esattamente il luogo delle parole che cercavo. Parole che descrivono un’esperienza. Parole che parlano al presente, parole che esprimono la condivisione della nostra comune umanità. A me è sembrata un rivoluzione: far entrare nella cura parole che curano, risvegliano, toccano luoghi che nessuna mano può raggiungere.
[box] Perchè farlo? Per il rispetto dell’unicità Alcuni vorrebbero che sacrificassimo uniformemente all’altare dell’unicità, utilizzando l’idea dell’unità, più che il costante confronto con essa, come un rullo compressore che appiattisce tutte le differenze. ma è proprio nelle qualità uniche di questo e quello, nelle particolari individualità e proprietà che risiedono poesia e arte, scienza e vita, magia, grazia e ricchezza. Jon Kabat Zinn [/box]
Dice Hokusai (che non era un poeta)
Dice che ognuno di noi è un bambino,
ognuno di noi è antico,
ognuno di noi ha un corpo.
Dice che ognuno di noi è spaventato.
Dice che ognuno di noi deve trovare un modo per convivere con la paura.
Dice che ogni cosa è viva (…)
Dice: non importa se disegni o scrivi libri.
Non importa se seghi alberi o peschi pesci,
non importa se stai seduto a casa
a fissare le formiche in veranda o l’ombra degli alberi
e le erbe che ti crescono in giardino.
Quel che importa è che ti importi.
Importa che tu senta.
Importa che tu noti.
Importa che la vita viva attraverso di te (…)
Dice: non avere paura
Non avere paura.
Guarda, senti, lascia che la vita ti prenda per mano.
Lascia che la vita viva per tuo tramite.
[box] A volte la poesia coglie lo spirito di un’idea meglio di qualunque spiegazione, per quanto estesa.[/box]
La poesia e la pratica della meditazione
Il legame tra poesia e meditazione è, invece, molto più consolidato: la meditazione è l’arte di sospendere temporaneamente il pensiero verbale e simbolico, un po’ come un pubblico beneducato interrompe le conversazioni quando sta per iniziare un concerto. Così è normale che ci sia una poesia che nasce proprio dalla pratica di meditazione vipassana: una pratica in cui lavoriamo per sospendere, essere consapevoli, esplorare, il pensiero narrativo e andare al di sotto del pensiero, prima che nascano i pensieri, alla nostra mente originaria.
[box] Mi è stato domandato quale ruolo possa avere la poesia nell’itinerario di un praticante buddista. Attraverso la poesia potete trovare il vostro stato mentale. Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche o artistiche ma si dovrebbe scrivere il proprio stato mentale su un pezzo di carta. Questo è il significato dell’espressione “il primo pensiero è il miglior pensiero”. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria. Chogyam Trungpa[/box]
Non tutte le pratiche di meditazione sono uguali. Nella meditazione vipassana theravada, da cui derivano i protocolli mindfulness, le istruzioni sono essenziali: tornare al corpo, tornare al respiro e alla sua porta ritmica. Queste semplici istruzioni diventano un po’ come tornare a casa: a casa nel corpo, a casa nell’intimità con se stessi e in quello strano insieme di misteriosa vicinanza e di tenera distanza che sperimentiamo quando riusciamo a stare con l’attenzione al respiro. Non è una pratica trascendente ma assolutamente immanente: non ci chiede di elevarci, migliorarci trasformarci. La trasformazione è tornare ad essere chi siamo veramente, abbandonando la lotta e il conflitto con noi stessi. È dichiarare pace. Questa dichiarazione di pace è aperta dalla porta ritmica del respiro, quell’esperienza poetica ma non lirica, che facciamo con ogni respiro. Il respiro è poetico perchè – per esistere – richiede flessibilità, vulnerabilità, cambiamento. Nulla di rigido respira. E ogni respiro è diverso dall’altro.
[box] Cos’è la pratica: la pratica è vita quotidiana, non stato speciale della mente, non solo solitudine, silenzio. E’ lavare i piatti, fare il tè, parlare con qualcuno, correre nella neve, avere paura di sbagliare a cucinare per la comunità, per errore suonare l’allarme in tutto il monastero, interrompere i canti con una domanda inutile e vedere l’abate che ride tranquillo e continua a cantare. La pratica è accogliere la vita così com’è, noi stessi come siamo, senza migliorarci, allora la trasformazione ha luogo. Chandra Livia Candiani[/box]
La poesia è quindi mappa per l’ascolto
Così alla fine, la poesia non è solo parlare ma ci offre una specie di mappa per l’ascolto di noi stessi. Diventa la conseguenza del raccoglimento e, contemporaneamente, dell’essere esposti al mondo. Come dice ancora Chandra Livia Candiani più che altro la poesia usa immagini, si nasconde dietro visioni lievi per dire cose grandi, cerca parole per non buttarla nuda nel mondo la verità d’essere, per sfiorarla. E d’altra parte forse la meditazione è invece la più grande delle metafore, non è affatto letterale. Ogni volta che sto senza aggiungere e senza togliere niente con quello che il momento mi offre non è un’assoluta metafora di come vivere senza mettersi a discutere con la vita? La pratica non è tutta una metafora per insegnarci a rinunciare al sogno che ci vede sempre al centro dell’universo?
La lama del congedo
Ogni momento diventa così poetico, quando è investito dalla nostra consapevolezza perchè alla fine, tutta la poesia dichiara il continuo processo di cambiamento al quale siamo soggetti che fa sì che la nostra vita sia un susseguirsi di attimi. ognuno dei quali è significativo perchè vissuto. Così il momento del saluto, alla fine del protocollo, può far nascere una poesia.
[box] Cosa mi resta? Niente se non un’emozione, un piccolo dolore al cuore e la felicità dentro. E ormai è notte. Francesco Crenna[/box]
Il tempo del congedo
è coltello giusto
la sua lama più evidente
della mia pelle –
rotta –
simile all’amore
introvabile:
un adulto di spalle
ti fa vedere l’anima. Chandra Livia Candiani
© Nicoletta Cinotti rev 2021
Momenti di mindfulness in famiglia: il respiro che calma
A volte i bambini e gli adolescenti vengono “rapiti” da forti emozioni come paura o preoccupazione, e può essere difficile aiutarli a calmarsi. Questo meccanismo molto potente ha una grande efficacia evolutiva: quando la minaccia è una macchina che ci sta per investire, il nostro sistema è costruito in modo da impiegare tutte le energie nel predisporre il corpo per fuggire. Il sistema nervoso autonomo pompa energia al corpo per prepararlo immediatamente a scappare, attaccare o spegnersi. Tuttavia, il sistema nervoso autonomo, attraverso il sistema simpatico, attiva l’organismo nello stesso modo anche quando la minaccia è un’interrogazione a scuola. A quel punto, data l’immaturità della neocorteccia dei nostri piccoli, sarà ancora più difficile, per loro, regolare le emozioni e l’attenzione, per continuare a studiare con efficacia.
Le funzioni del sistema autonomo sono quasi interamente indipendenti dalla mente conscia, ma un aspetto sul quale bambini e adolescenti esercitano un controllo parziale è la respirazione. Quando espiriamo, il cervello manda un segnale al nervo vago, chiedendogli di rallentare il battito cardiaco, quando inspiriamo, quel segnale diventa più debole e il battito cardiaco aumenta. Gli scienziati considerano il nervo vago centrale per le funzioni di regolazione emotiva, autoconsolazione e impegno sociale.
Questo esercizio di respirazione consapevole influenza il sistema nervoso autonomo, con un effetto calmante.
Il respiro che calma o “soffia le candeline”
Grazie a questo esercizio impariamo che concentrarci su un’espirazione lunga, può rilassarci e aiutarci a sentirci più calmi.
Insegnante ai vostri bambini questo esercizio quando avete qualche momento libero: prima di cena, prima di andare a dormire, in un tempo di gioco condiviso.
- Sedetevi con la schiena dritta e il corpo rilassato. Contate a voce alta, adattando il ritmo al ritmo naturale della respirazione dei bimbi.
- Adesso inspirate contando fino a due, espirate contando fino a quattro. Per i più piccoli può essere utile raccontare loro che devono inspirare piano piano ed espirare lentamente e a lungo, come se stessero soffiando su una candelina al loro compleanno, ma non dovessero spegnerla subito, solo farla traballaere per un po’. Possiamo anche metterci un dito davanti alla bocca per fingere di farlo.
- Ora riprendete a respirare normalmente.
Quando si rendono conto che prolungare l’espirazione li aiuta a rilassarsi, ricorreranno a questo esercizio per calmare la mente e il corpo. Quando sono sconvolti da in una crisi di pianto, oppure esagitati e irrequieti, potete ricordargli questo tipo di respirazione e farla insieme a loro per sostenerli.
Ho cominciato la pratica del respiro per riportare la calma, per permettere al corpo e alla coscienza di guarire. Inspirare, espirare, nutrire e abbracciare. Abbracciare il corpo e abbracciare il dolore.- Thich Nhat Hanh
©Daniela Rosadini, 2020
Lasciar andare e non rimuginare
Mindfulness: 56 giorni per la felicità
Lasciar andare e non rimuginare
“La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non cercare di resistere a questi cambiamenti. Resistere crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà e che le cose prendano il loro corso naturale.” –Lao-Tzu
Lasciar andare è un monito che, nel tempo, è diventato quasi uno slogan. Declinarne il significato ci aiuta a far chiarezza rispetto alle tante sfumature che questa parola può assumere. Certamente non è un invito alla superficialità: è piuttosto un invito a lasciare che il dolore e la gioia abbiano il loro corso naturale.
Molto spesso cerchiamo di trattenere il piacere come se non avessimo più fiducia che potrebbe ripresentarsi. Oppure rimuginiamo in continuazione su un’offesa riattivando così ripetutamente le emozioni ad essa connesse e prolungando la ferita nel tempo.
La pratica di mindfulness incoraggia a fare l’opposto: a fare in modo che non sorgano condizioni negative e a lasciarle andare con semplicità quando sorgono; a sostenere e promuovere la possibilità che emergano stati mentali positivi. Tutto espresso con semplicità nella frase di Thich Nath Hahn che già conosciamo “E’ a causa della natura impermanente del dolore che possiamo trasformarlo. E’ a causa della natura impermanente della felicità che possiamo nutrirla”.
Lasciar andare e non rimuginare
Mi occupo da sempre di depressione: non è solo per professione ma anche per familiarità. Mi è familiare fin dall’infanzia, quando studiavo il viso di mia madre per capire come andava. O quando mi alzavo appena si alzava lei – all’alba – per prendere l’odore del giorno. Credo che una parte dell’amore che avevo per mia madre sia osmoticamente fluito nella passione con cui mi occupo di depressione.
Una delle frasi tipiche della mia professione è che diventiamo psicoterapeuti per salvare i nostri genitori. Io non volevo salvarla ma almeno capirla. Devo a questo desiderio la costanza con cui studio, la diffidenza nei confronti dello scoraggiamento, la reticenza a dire ad un paziente che non posso seguirlo. La fatica a rinunciare alla cura.
La depressione è la malattia del “non lasciar andare”. Avviene un evento negativo – piccolo o grande che sia – e con la depressione, anziché sciogliersi, il dolore si solidifica e diventa un tormento e una ruminazione. Questo tormento e questa ruminazione non sono solo una difficoltà, visto che offrono quella profondità che permette, talora, l’accesso alla radice della creatività. Ma portano a perdere il senso delle proporzioni e, soprattutto, il senso dello scorrere della vita, delle cose, delle emozioni. In qualche modo congelano il passato e lo trasformano in un eterno presente.
Mia madre è rimasta tutta la vita dentro ad un bombardamento, di quella guerra che ha segnato la morte in massa dei civili: una morte di civili che continua tuttora in tante e diverse parti del mondo. Nessuno dei miei spettacoli d’arte varia l’ha mai veramente distolta da quel passato ma io ho imparato a conoscere le sue sfumature e a dosare distanza e vicinanza con rispetto per lei e per me. E accettato che non la conoscerò mai davvero.
La depressione, l’illusione e la felicità
Negli approcci psicoterapici classici la depressione è messa in relazione con un lutto primario che si riacutizza in occasione di perdite successive. Lowen e l’analisi bioenergetica, accettano questa posizione ma affermano che la depressione è, primariamente, il frutto del crollo di una illusione. E che la rimuginazione e il non lasciar andare altro non sono che il tentativo di rendere reale quell’illusione e di non arrendersi alla verità dei fatti. Un tentativo che viene rinforzato dallo strutturarsi di una posizione corporea ed energetica. Senza la possibilità di cambiare il corpo, i tentativi di uscire dalla depressione sono indeboliti.
Costruiamo delle illusioni che sono una promessa di felicità futura o un tentativo di negare una realtà dolorosa. Nascono da un desiderio compensativo di quello che è stato il tradimento di uno dei nostri diritti di base: il diritto di essere amato, il diritto di essere autonomo, il diritto di essere rispettati e il diritto alla propria sessualità. Ci illudiamo che – se saremo “bravi”(qualunque sia il significato che assume per noi questa parola) – questo diritto e questa promessa di felicità si realizzeranno. Attorno a questo diritto negato strutturiamo un insieme di contrazioni corporee che sono difensive ed espressive di questo desiderio. Anche qui mindfulness e bioenergetica usano un termine comune: ci aggrappiamo a queste illusioni, a questi hang ups, e quando l’illusione crolla crolliamo anche noi, entrando in depressione. Queste illusioni sono strettamente in relazione con la nostra struttura caratteriale – e quindi con il nostro corpo – e, una volta illuminate dalla realtà – rivelano tutta la loro incapacità di renderci felici. Ci fanno sentire ancora di più in trappola. Il problema è che le nostre illusioni costruiscono concetti solidi della vita e ci lasciano immobili. Sulla riva della nostra esistenza.
Lasciar andare implica non continuare a desiderare quello che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quello che già abbiamo, o semplicemente a quel che pensiamo di dover avere. Lasciar andare significa anche non rimanere ancorati a quel che odiamo, a quello verso cui proviamo una fortissima avversione. Jon Kabat Zinn
Pema Chodron, una insegnante di meditazione molto nota, usa la metafora del fiume per esprimere la differenza tra fluire e rimanere arroccati nelle proprie posizioni. La nostra ricerca di sicurezza ci lascia immobili sulla riva mentre la vita vera scorre. Tanto più riusciamo a vincere la paura, tanto più siamo in grado di stare nel flusso, al centro del fiume, e permettiamo che avvenga il cambiamento, che dichiariamo di desiderare ma che, molto spesso, ostacoliamo con le nostre contrazioni, con il nostro controllo. Le difese che costruiamo ci mettono al sicuro – sulla riva – ma ci lasciano anche fuori dal flusso e dalla possibilità di lasciar andare.
Costruire tante strutture
Il nostro lavoro ha una struttura, così come le nostre relazioni, il nostro giro di frequentazioni, le nostre modalità di relazione e la nostra agenda. La struttura è necessaria a darci sicurezza e a garantirci crescita ma nello stesso tempo può ancorarci troppo sulla riva e spingerci a provare rabbia, frustrazione e stress rispetto a ciò che sfugge al nostro controllo. Lasciar andare è strettamente connesso al non trasformare il nostro dolore in sofferenza: la sofferenza della delusione.
In questo senso cosa significa andare con il flusso? Significa accettare le cose che arrivano senza entrare in una modalità reattiva. Prendere la vita per quello che offre piuttosto che cercare di modificarla in modo che ti dia esattamente quello che desideri. Significa non affrettarsi a dire e a pensare che qualcosa è negativo o positivo ma sperimentarlo con apertura e curiosità.
“Scorri con ciò che accade e lascia che la tua mente sia libera. Rimani centrato e accetta qualsiasi cosa tu stia facendo. Questo è la massima realizzazione.” – Chuang Tzu
C’è un vademecum del lasciar andare?
Credo che, teoricamente, possiamo comprendere la bontà del lasciar scorrere perché la mente sia libera di cogliere e accogliere il presente, la sua novità. Realizzarlo però è tutt’altro che semplice. Così ho pensato di condividere quegli appunti che sono nati via via, dalle mie meditazioni sul lasciar andare. Non sono tanto organici ma sono abbastanza vissuti da essere, spero, facilmente comprensibili.
La prima scoperta sull’argomento lasciar andare è stato il corpo: difficile lasciar andare quando qualcosa è contratto e aggrappato. Perché ad una contrazione corporea corrisponde inevitabilmente una contrazione mentale. Così l’aspetto del corpo nella mindfulness e nei protocolli è tutt’altro che secondario. Quando lavoriamo bene con il corpo otteniamo una mente sgombra – almeno per un po’ di tempo – proprio perché abbiamo lasciato andare la tensione. Ovviamente per lasciar andare è necessario un passaggio: occorre prima sentire e questo non è sempre facile. Così svegliare il corpo è il primo elemento del lasciar andare e cedere, anziché contrarre, il secondo.
Possiamo davvero controllare?
La contrazione corporea nutre una illusione: quella del controllo, grande antagonista del lasciar andare. Quando desideriamo avere precisione tendiamo l’attenzione e tendiamo il corpo. Spesso questo diventa contrazione. Abbiamo effettivamente bisogno di precisione molte volte. Di quello che Kabat Zinn chiama “calibrare gli strumenti” ma, come dice spesso, è necessaria una certa quota di gentilezza perché questa precisione e questo calibrare gli strumenti non diventino controllo. La distinzione in alcuni casi è quella espressa con eleganza da Lowen, tra padronanza e controllo. La padronanza ci permette di sentire che stiamo esprimendo una nostra capacità e che non ne siamo trascinati. Il controllo assume invece il dominio dell’azione e diventa un atto di prepotenza, tanto più prepotente quanto più è nutrito da self control. La padronanza è una forma dell’espressione di sé e ci porta quindi in quel dominio dell’essere che accompagna la nostra pratica. Il controllo è attività e fare incessante.
Abbandonare questa illusione non è facile perché nasce dalla paura e dalle forme sottili che la paura assume. Dietro al mio alzarmi, appena sentivo mia madre muoversi, non c’era solo il desiderio di strappare un tempo tutto nostro, quando gli altri della famiglia ancora dormivano. In quel tempo segreto c’era anche la paura che stesse male, che fosse triste o nervosa. C’era il desiderio di evitare “la catastrofe” o di prepararsi ad affrontarla per tempo. Così abbandonare il controllo nei confronti di mio figlio e del suo diverso modo di muoversi nel mondo è stato andare incontro ai fremiti della mia paura e accorgermi di quante sfumature avesse: dall’indifferenza all’azione, dalla velocità al distacco. Ri-conoscerla è stato il primo atto di vero coraggio che ho fatto. E allentando il controllo – stavo scrivendo smettendo ma non so quanto sia vero – potevo permettermi di risentire per entrambi – mia madre e mio figlio – quella bellissima declinazione dell’amore che il controllo strangola: la tenerezza.
Forse la tenerezza è davvero il sentimento che scioglie la rigidità del corpo. Per me più ancora del cedere. Perché in quell’abbandono e in quell’abbraccio si mantiene quel contatto e quel riconoscersi che vado cercando. Nicla Vassallo, filosofa della conoscenza, in una delle sue interviste dice che l’uomo è tale non perché ha il linguaggio ma perché esercita una funzione di conoscenza. Questo per me è verissimo con la sfumatura delle tenerezza e della gentilezza. Altrimenti la conoscenza mi fa paura e mi isola. Così entrare in dialogo con il controllo è un altro passo del mio lasciar andare che si accompagna al conoscere come atto di esperienza che comprende l’abbandono alla mutevolezza e al cambiamento
Se abbiamo intenzione di usare la mente per osservarla e familiarizzare con essa e, infine, arrivare a comprenderla, dobbiamo anzitutto imparare i rudimenti necessari e stabilizzarla, così che possa prestare attenzione in modo stabile e costante nel tempo, fino a diventare consapevole di quel che accade sotto la superficie della sua attività. Jon Kabat Zinn
Il respiro: uno spazio poetico ma non lirico
Il ritmo del respiro è un continuo rimando al lasciar andare. Senza una buona espirazione finiamo soffocati e per quanto possiamo trattenere, prima o poi abbiamo bisogno di cedere al lasciar andare dell’espirazione. Vero è che abbiamo infiniti modi per trattenere il respiro e che, come giustamente dicevano Reich e Lowen, questi modi hanno uno scopo essenziale: limitare il sentire. Così riportare l’attenzione al respiro, senza correggerlo o modificarlo, è davvero l’alfabetizzazione del lasciar andare, l’alfabetizzazione al sentire nuovamente. Promuove la consapevolezza in modo poetico ma non lirico: ci mette di fronte ai nostri ostacoli e alle nostre interruzioni. Ci permette di rallentare innescando il passaggio dall’attività simpatica all’attività parasimpatica del Sistema Nervoso Autonomo: questo rallentamento permette i processi di consapevolezza. Il respiro è un’ottima metafora del lasciar andare e dell’essere consapevoli. Infatti è un atto involontario – non possiamo decidere di non respirare – che può essere volontariamente modificato. Così, semplicemente respirando, pratichiamo in ogni momento il lasciar andare. Illuminazione banale che ha reso la mia pratica confortante per moltissimo tempo. Mi confortava perché lasciavo andare il controllo, la paura, la rabbia, gli stereotipi, le narrazioni precostituite e altre cose ancora. Senza bisogno di pratica formale, in ogni momento.
La mindfulness è una modalità dell’essere che richiede un lavoro costante. E’ una disciplina che già di suo si estende a tutti gli aspetti della vita, contemporaneamente al suo svolgimento. Jon Kabat Zinn
Riderci sopra
Tutti noi abbiamo paure irrazionali. Io non amavo il mare sabbioso perché avevo paura delle tracine, pesci con spina velenosa sul dorso che si nascondono sotto la sabbia e che possono pungere chi li calpesta. Da specificare che non sono mai stata punta da una tracina, comunque, per prudenza, sceglievo se possibile gli scogli, oppure, se ero in spiaggia, iniziavo a nuotare praticamente dalla riva, con scene che, già di per se stesse, erano piuttosto comiche.
Il top sull’argomento fu raggiunto durante una vacanza in Corsica. Degli amici avevano un gommone che, nell’intenzione della compagnia, avrebbe garantito pesce fresco tutti i giorni. In realtà credo che riuscissimo a pescare solo i pesci che avevano già scelto, di loro iniziativa, di morire. Ma questo andava bene. Se non che, durante una di queste uscite di pesca saltò, quasi di sua iniziativa, dentro il gommone, una tracina. Al mio grido “la tracina!” seguì il delirio nel piccolo equipaggio di uomini, donne e bambini. Un assalto di pirati avrebbe avuto meno conseguenze. Non so se tutti avessero terrore delle tracine o se fosse stata l’intensità del mio grido a produrre quel caos. Risi così tanto che da allora non riesco più a prendere sul serio la mia paura. Il nostro equipaggio sostituì il più tradizionale “All’arrembaggio” con “Alla tracina!” suscitando sempre una incontenibile ilarità.
Questo sguardo comico nei confronti di ciò che accade mi ha aiutato tantissimo. A volte domandarmi “Come vedrò questa cosa tra un giorno, una settimana, il prossimo anno?” è stato sufficiente per ristabilire una prospettiva più adeguata e lasciar andare con più semplicità. So che la mia tendenza a scherzare può risultare fastidiosa ma il gioco, per me, vale la candela.
La legge dell’impermanenza è una legge di armonia. Jack Kornfield
La lettera nella bottiglia
Nei libri che leggevo nell’infanzia compariva spesso il messaggio chiuso nella bottiglia e affidato al mare. Oggi questo mezzo sembra scomparso, forse sostituito dal vuoto virtuale della rete. In ogni caso questa è una delle ragioni per cui scrivo e una delle cose che mi aiutano di più a lasciar andare. Non ho capito bene perché ma ci sono dei pensieri che, fino a che non li scrivo, compaiono ripetutamente. Alla fine, una volta scritti, avviene un piccolo miracolo, formano catene associative, concetti e approfondimenti che, se non avessi praticato la scrittura, non sarebbero avvenuti. Non sono un’esperta di scrittura ma farlo mi aiuta a riflettere e riflettere mi aiuta a lasciar andare. Leggere è un altro tipo di processo riflessivo per me, più simile al mantenere l’attenzione, al fare una inspirazione. Mentre scrivere mi mette in uno stato, anche mentale, di flusso. Non so se questo valga per tutti e credo che la scuola possa avere qualche responsabilità rispetto al nostro atteggiamento nei confronti della lettura e della scrittura. Per alcune persone l’idea di scrivere è come prendere una medicina amara che è meglio evitare. Per me è paragonabile al camminare, che è l’altra pratica, di questo vademecum sul lasciar andare.
La meditazione camminata è un invito fortissimo al lasciar andare, soprattutto quando, finito il breve tratto prescelto di cammino, mi giro e, con un piccolo movimento, tutto lo scenario cambia. Rimango sempre sorpresa dalla forza di quella semplice rotazione della prospettiva. Un attimo e niente di quello che vedevo prima sembra esistere ancora. Tutto lasciato alle spalle. Quello è un momento di imperscrutabile felicità.
Nulla è diverso e tuttavia tutto è diverso; perché c’è stata una rotazione nel nostro modo di osservare, nel nostro modo di essere, nel nostro modo di sapere. Jon Kabat Zinn
© Nicoletta Cinotti 2015
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La storia del passeggino
Qualche tempo fa, camminando per Camogli, ho visto una giovane donna che spingeva faticosamente un passeggino. Camogli, si sa, è piena di scale, salite, discese. Poco adatto ai passeggini: molto adatto ai bambini.
La fatica che faceva però mi sembrava inconsueta. Sorpassandola mi sono accorta che aveva il freno del passeggino tirato. Le ruote quindi facevano attrito sul freno, rendendo la salita davvero faticosa.
Pensando che non se ne fosse accorta le ho fatto notare che c’era il freno alle ruote. Lei mi ha guardato, con quello sguardo misto di imbarazzo, timidezza e fatica che hanno le giovani mamme (quando non sono superdonne) e mi ha risposto “Lo so, lo lascio inserito per ché non si sa mai…se perdessi il controllo del passeggino sono sicura che non scivolerebbe via!”
Francamente avrei voluto dirle che la probabilità di quell’evento non giustificava la fatica che stava facendo. Che l’ipotesi che perdesse il controllo del passeggino, dimenticandosi di inserire il freno, era un rischio trascurabile. Che facendo così, alla fine, avrebbe bruciato i freni rendendoli inservibili proprio nel momento in cui sarebbero serviti. Avrei voluto dirle tante cose. Forse le avrei offerto volentieri un caffè e avrei ascoltato volentieri perché aveva tanta paura. Invece ci siamo guardate per un attimo, sorprese entrambe. Non faccio parte della categoria superdonne, quelle che tirano dritte pensando che tutto il resto del mondo sia fatto di “sfigati”. Abbiamo fatto ancora due passi insieme e poi ci siamo salutate. Soddisfatte di quella silenziosa solidarietà.
Non ero solidale perché anch’io avrei tenuto il freno del passeggino tirato. Ero solidale perché ogni giorno, anch’io, mi ricordo di non tirare il freno, in maniera preventiva, per pericoli che non sono mai accaduti e che, molto probabilmente non accadranno mai. Eravamo solidali perché il freno è un ottimo strumento: da usarsi solo in qualche occasioni. Non sempre.
Eravamo solidali perché, dentro ciascuno di noi, c’è una parte che tira il freno e ci rende più piccoli di quello che siamo. Non si può fare discorsi diretti a quella parte. Bisogna solo ricordarle che lasciar andare non comporta un disastro. Comporta l’apertura alla nostra libertà espressiva. Comporta il rischio squisito di essere vivi.
“La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non cercare di resistere a questi cambiamenti. Resistere crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà e che le cose prendano il loro corso naturale.” –Lao-Tzu
Pratica di mindfulness: Lasciar andare (Meditazione live)
© Nicoletta Cinotti 2017
Questa settimana sarò in ritiro. Questa è la ri-edizione di uno dei post migliori del 2017
Questo non è un paese per ossessivi
La scorsa settimana sono andata a vedere un film di un famoso regista italiano. Lo seguo da molti anni e, nel tempo, mi sono affezionata alla sua comicità, al suo modo di raccontarci senza troppa pesantezza. Al suo parlare di sé parlando di noi. L’ultimo film però mi ha fatto tristezza: era preciso, professionale, bella fotografia, tanto mestiere ma finiva tutto lì. Di nuovo niente, ha giocato tutte le carte che gli permettevano di essere sicuro: è questo che mi ha fatto tristezza.
Mi fa tristezza vedere che le persone, invecchiando, si aggrappano al conosciuto ed evitano la novità.
Mi fa tristezza vedere che il mestiere può diventare più importante della freschezza.
Mi fa tristezza vedere che, con il tempo, non vogliamo correre rischi.
Mi fa tristezza pensare che non ci siano storie nuove da raccontare.
Mi fa tristezza pensare che non si possa crescere in profondità ma solo in età.
Ecco io non vorrei invecchiare così: vorrei continuare a correre rischi, ad essere fresca e curiosa, non vorrei diventare mestierante ma vorrei essere professionale. Vorrei che la mente del principiante fosse accessibile ogni giorno in ogni cosa. Vorrei potermi stupire almeno una volta al giorno e non deprecare quello che mi ha fatto stupire.
Siamo tutti un po’ ossessivi nel nostro desiderio di controllo. Nella speranza di tenere a freno la marea, nel desiderio di essere pronti, preparati ad ogni evenienza ma la vita non è un paese per ossessivi e l’Italia lo è tanto meno. E ogni giorno abbiamo una diversa possibilità di risposta alle solite domande. Non ci serve ripetere sempre le stesse risposte: ci serve cambiare domande.
Dietro alle nostre ossessioni, dietro alla nostra ripetizione sta il dubbio. Quando siamo nel dubbio abbiamo due strade: possiamo scegliere un pensiero ossessivo o un pensiero creativo. E la chiave della scelta sta in quanto ci permettiamo di sbagliare, di rischiare, di essere nuovi.
Ci sono storie che quando le racconti si consumano. Sono quelle in cui il pathos si appanna, e ogni versione suona più sciocca e vuota della precedente. Altre storie, invece, consumano te. Più le racconti, più acquisiscono forza. Chuck Palahniuk
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro (File audio)
© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione
Foto di © Fabio Besostri
