Le persone danneggiate
dicono sì
quando dovrebbero
dire no
Dicono no
quando dovrebbero
dire sì
hanno una voce dentro
che diventa
una spinta
al danneggiamento
la voce del dubbio
E quella della critica
©Nicoletta Cinotti
Le persone danneggiate
dicono sì
quando dovrebbero
dire no
Dicono no
quando dovrebbero
dire sì
hanno una voce dentro
che diventa
una spinta
al danneggiamento
la voce del dubbio
E quella della critica
©Nicoletta Cinotti
Accettazione significa vedere le cose così come sono nel momento presente. Se hai mal di testa, accetta che hai mal di testa. Se pesi qualche chilo in più di quanto vorresti, accettalo come una descrizione dello stato attuale del tuo corpo. (…)
Spesso arriviamo all’accettazione solo dopo aver attraversato periodi emozionalmente carichi di rimozione e di rabbia. Questi passaggi sono fasi naturali del cammino verso l’accettazione e fanno parte del processo di guarigione. Di fatto la mia definizione di guarigione è accettare le cose così come sono . Ma, lasciando da parte per ora le grandi calamità della vita, le ferite la cui guarigione richiede di solito parecchio tempo, nella vita di ogni giorno spesso sprechiamo una gran quantità di energia nel negare e resistere a ciò che già di fatto è. Cercando di forzare le situazioni a essere come vorremmo che fossero creiamo solo ulteriori tensioni che ostacolano il cambiamento positivo. Quando siamo tanto occupati a rimuovere, a forzare, a lottare, ci resta ben poca energia per guarire e per crescere – e la poca che ci rimane la sprechiamo per mancanza di consapevolezza.
Per esempio, se ti senti grasso e il tuo corpo non ti piace, non serve a nulla posporre l’amarti e il piacerti a quando avrai il peso che pensi di dover avere. Se non vuoi restare preso in un circolo vizioso, dovrai renderti conto che va bene amarti ora, al peso che hai ora, perché ora è il solo momento in cui puoi amarti.
Ricorda, ora è il solo momento che hai a disposizione per qualsiasi cosa. Ogni cambiamento passa in primo luogo attraverso l’accettazione di te stesso così come sei. La tua scelta di accettarti è un gesto di auto-compassione e intelligenza. Quando cominci a pensare in questo modo, dimagrire diviene meno importante e diviene anche molto più facile. Coltivando l’accettazione crei le condizioni preliminari per la guarigione. Accettazione non significa che deve piacerti tutto o che devi assumere un atteggiamento passivo verso tutto e rinunciare ai tuoi principi e ai tuoi valori. Non significa che devi essere soddisfatto delle cose così come sono o rassegnato a che le cose siano così «come devono essere».
Non significa che non devi cercare di liberarti delle tue abitudini autodistruttive e che devi rinunciare a cambiare e a crescere o devi tollerare l’ingiustizia, per esempio, e rinunciare a ogni impegno per cambiare il mondo perché è così com’è e quindi senza speranza. L’accettazione di cui parlo non è rassegnazione. Significa che prima o poi dovrai renderti disponibile a vedere le cose così come sono. È l’atteggiamento che pone i presupposti per una azione appropriata nella tua vita, qualsiasi cosa stia succedendo. È molto più facile agire con convinzione e con efficacia quando abbiamo una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è velata da giudizi e desideri, timori e pregiudizi.(corsivo mio). Jon Kabat Zinn
© www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici
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Siamo molto abituati a ragionare per problemi e, quindi per soluzioni. Se c’è un problema infatti, crediamo che debba esserci anche una soluzione e che la soluzione si debba cercare – e trovare – percorrendo la linea retta, il percorso più semplice, la relazione causa – effetto. Cos’è che mi fa star male (effetto)? Questo!(causa). La soluzione è semplice: basta modificare la causa.
E qui iniziano i guai. Perchè:
Solo a guardare questo elenco possiamo capire facilmente come la strada delle soluzioni sia…piena di problemi! E come quanto spesso il nostro non riuscire a risolvere qualcosa si accompagni ad una voce interiore autocritica e umiliante. In realtà è più la frustrazione che la soddisfazione quella che incontriamo quando decidiamo di percorrere la strada delle soluzioni. Allora perchè insistere? Perchè ci fa credere di essere forti: perchè siamo convinti che lottare sia la strada migliore. Perchè crediamo di essere dei combattenti (o delle vittime che è ancora peggio!)
Così, quando pratichiamo mindfulness viene quasi spontaneo, all’inizio, considerarla una soluzione. Poi, gradualmente, ti rendi conto che non è una soluzione: è una apertura Non cerca mai una sola causa ma esplora quello che succede nel corpo, nel cuore e nella mente. Prova a mettere in relazione questi tre aspetti e poi rivolge una consapevolezza aperta all’esterno e a come rispondiamo all’esterno. Niente pensiero lineare quindi, piuttosto, una mappa dell’esperienza. Che ci restituisce quella spaziosità che il pensiero lineare non possiede. Il pensiero lineare possiede la velocità ed è meraviglioso per molte cose ma non tanto adatto al mondo emotivo. Il mondo emotivo non si affida alle soluzioni ma a quelle luminose intuizioni che vengono dalla pratica. È così che coltiviamo l’accettazione.
Così oggi facciamo qualcosa di aperto per i nostri problemi: non cerchiamo la soluzione ma apriamo la consapevolezza.
Quando riconosciamo che la nostra voce ansiosa e auto-umiliante cerca solo di evitare il ripetersi di situazioni dolorose, possiamo guadagnare più accettazione, compassione e apprezzamento per noi stessi e per il nostro cercare di rimanere vivi e al sicuro. Friedmann Schaub
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: verso un’accettazione radicale
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Cosa succede quando sbagliamo? Oggi non ho guardato il navigatore e, siccome avevo già fatto una volta la strada, mi sembrava impossibile sbagliarla.
L’ho sbagliata. Non una volta sola ma tre. Confusa e rossa in viso alla fine sono arrivata a destinazione. Arruffata come se avessi litigato. E, in effetti, avevo litigato ma con me stessa. Per aver sbagliato. Una parte di me guidava e l’altra criticava. Il viso arrossato non era solo il caldo: era anche, credo, una inspiegabile vergogna. Come se sul tetto della macchina ci fosse un lampeggiatore – tipo quello luminoso dei taxi – che diceva “sta sbagliando di nuovo strada: senso di orientamento zero”.
In effetti è vero, senso di orientamento zero. Ma non è quello il punto. il punto è che cosa fa la mia, la nostra voce interna con gli errori. Cosa facciamo quando sbagliamo? Siamo davvero comprensivi e compassionevoli verso di noi? O si accende il ritornello “ecco ci siamo, hai di nuovo sbagliato”. E quel di nuovo diventa peggio di una condanna scritta. Perché possiamo tollerare di sbagliare una volta. Ma non più di una volta.
A quel punto diventa molto rilevante quello che succede con il nostro errore. E quello che succede con la ripetizione dell’errore che ci fa fermare. Che ci fa evitare nuove esperienze.
Perché possiamo accettare di sbagliare ma non di ripetere un errore. In amore come nel lavoro sbagliare diventa un problema e spesso una ragione di blocco che ci fa assestare su standard meno elevati. Pur di non sbagliare siamo disponibili a non fare.
La non accettazione divide in due la nostra energia: ci mette in un dialogo fatto di rimprovero o di incitamento performativo e, in questo modo ci lascia fermi, o ci fa funzionare con meno energie, perché una parte è impegnate altrove, nel dialogo con noi stessi
Quando fai qualcosa fallo completamente, lasciati bruciare come se fossi un falò fino a non lasciare tracce di te stesso. Shunryu Suzuki
Abbiamo bisogno di poco per andare avanti: un poco che è tanto: il passo dell’accettazione radicale di noi stessi. Non per rimanere come siamo. Ma per partire da dove siamo
Cosa succede quando inizia la dinamica della non accettazione? La nostra natura sarebbe quella di riprovare, tante volte fino a che ci riusciamo ma se abbiamo paura di sbagliare iniziamo a trattenerci. Non accettare se stessi fa troppo male per stare dentro un’esperienza di questo tipo. Meglio proteggersi in qualche modo. E lo facciamo essenzialmente trattenendoci. Coltivando la stagnazione anziché il movimento. Ci tiriamo indietro, ci teniamo al di sopra oppure teniamo dentro i nostri slanci spontanei, diventando circospetti.
Può diventare un modo tanto abituale da dare forma al nostro corpo. Se teniamo dentro, la stagnazione può riguardare l’addome e il torace. Riguarda il torace se teniamo dentro le emozioni che ci spingerebbero nella relazione con gli altri. Riguarda l’addome se tratteniamo le emozioni viscerali. A volte diventa molto evidente questo trattenimento e questa stagnazione: il torace è esile e leggero e l’addome e le gambe stanche e pesanti. Oppure il corpo è magro ma l’addome è insolitamente pieno e abbondante. ricco di tutto ciò che trattiene.
Altre volte invece tratteniamo il respiro e in questo caso può diventare ampio il torace, confidando in una forza che è più apparenza che realtà.
Tirarci indietro poi ci lascia spettatori inerti della vita che vivono gli altri. Mentre noi rimaniamo a guardare e soffrire per quello che non c’è. Perché esistono due dolori, come dice Pessoa. Il dolore per ciò che è avvenuto e, sottile e penetrante, il dolore per quello che non si è mai realizzato. E quel dolore diventa rimpianto.
Ci affezioniamo alle nostre difese. Ci affezioniamo alla nostra storia. Perché in qualche momento della nostra vita le difese ci hanno salvato E i nostri fallimenti, in alcuni momenti, possono addirittura sembrarci una fortuna. Ma, soprattutto, se falliamo perché abbiamo fatto un errore possiamo sempre dire che ci saremmo riusciti se non fossimo stati maldestri. Non corriamo il rischio che sia la realtà a rifiutarci. Siamo noi che facciamo qualcosa per sabotarci. Ma è sempre meglio che essere rifiutati.
Perché la libertà, la nostra libertà, può fare un po’ scandalo. Anche a noi stessi. Anzi, più a noi stessi che agli altri.
Tutte queste situazioni forse potrebbero essere riassunte con un’unica parola: dubbio. Dubitiamo della nostra capacità, dubitiamo della nostra intuizione, dubitiamo della nostra scelta. E , consapevolmente o inconsapevolmente finiamo per rimanere immobili. Attratti dalla proliferazione mentale che il dubbio produce. Non ci decidiamo a scegliere e continuiamo a fare ipotesi su ipotesi: presi da un numero enorme di possibilità che si aprono davanti a noi. E nessuna ci sembra certamente giusta. E, soprattutto ci domandiamo se è il momento giusto e anche su quello non sappiamo rispondere. E aspettiamo.
Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima. Fernando Pessoa
Alla fine, in un attimo, passa così tanto tempo che non possiamo più fare quello che volevamo, che avevamo sognato e desiderato e trasformiamo la nostra vita nel dolore per ciò che non è stato. Come uscire da questa trappola infernale?
[box] Respirate, lasciate correre, astenetevi dal voler produrre qualcosa di diverso in questo momento; mentalmente ed emotivamente lasciate che questo momento sia esattamente com’è e lasciate a voi stessi la libertà di essere così come siete. Poi, quando sarete pronti, muovetevi nella direzione dettata dal cuore, consapevoli e risoluti. Jon Kabat Zinn[/box]
Rimandiamo, aspettiamo e ci dimentichiamo, immersi nei nostri dubbi e nella nostra indecisione, che la vita non ci aspetta. Inseguiamo l’idea che ci sia il momento giusto, la persona giusta, la cosa giusta e, invece ogni momento è quello giusto. Ogni situazione è il punto d’ingresso che aspettavamo. Anzi che aspettava che ci decidessimo a fare il passo di essere tutti nel momento presente, senza fratture. Senza se e senza ma. Solo qui e adesso in una condizione di radicale accettazione di se stessi.
Lasciamo che le nostre intuizioni prendano corpo e disegnino la nostra intenzione. Non vuol dire diventare panzer che vanno dritti all’obiettivo: vuol dire accettare gli inevitabili errori e l’inevitabile ripetizione dell’errore ma, nello stesso tempo, vuol dire confidare in ciò che emerge e fidarci che sapremo essere in questa vita con pienezza
[box] Questo è il vero segreto della vita: essere completamente impegnato con quello che stai facendo nel qui ed ora. E invece di chiamarlo lavoro, rendersi conto che è un gioco. Alan Watts[/box]
Confida nell’emergere dichiara l’ingrediente necessario per immergersi nel mare ribollente del cambiamento: la fiducia. Dubbi, sabotaggi, autocritica dichiarano solo la paura del cambiamento e il desiderio di aggrapparsi a qualcosa che, forse, non c’è più. Non possiamo trovare stabilità aggrappandoci. L’unica stabilità che possiamo avere è quella, paradossale, dell’inevitabilità del cambiamento. Rinunciare alle nostre pseudosicurezze ci permette di liberarci dalla paura del cambiamento
Sai che il germoglio è nascosto nel seme.
Stiamo tutti lottando; nessuno di noi è arrivato lontano.
Lascia andare l’arroganza, e guardati intorno, in te.
Il cielo azzurro si apre vasto, sempre più vasto,
il senso quotidiano di fallimento passa,
i danni che ho fatto a me stesso sbiadiscono
all’avanzare di un milione di soli luminosi,
quando siedo solidamente in questo mondo.
Kabir
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/gratitudine-e-cambiamento/
Sappiamo abbastanza bene, e per esperienza diretta, che impariamo per prove ed errori. Le prove sono quelle che ci offre la vita: non siamo andati a cercarle ma ci sono capitate. Sono arrivate come un vento e se ne sono andate come una tempesta.
Le prove fanno crescere tanto che spesso cerchiamo delle sfide proprio per questa ragione. Per crescere, per misurarci, per vedere quali sono le nostre possibilità reali. Così, alla fine, tra le prove della vita e le sfide che ci diamo noi, il nostro cuore è sottoposto ad una palestra costante.
Sia che si trattino di sfide che abbiamo scelto, sia che si tratti di prove alle quali siamo stati sottoposti a caso, alla fine ci aiutano a fare tre passaggi fondamentali, che ripetiamo più e più volte.
Il primo passaggio è conoscere che cosa vogliamo fare, conoscere la nostra vocazione, la nostra passione, dove dirigere la nostra energia. Non sono passaggi che facciamo una volta per tutte. Li ripetiamo ogni giorno e ci orientano rispetto alle nostre capacità. La sfida è realizzare proprio quelli che sono i nostri talenti. È una sfida che si basa su quello che sappiamo fare e lo coltiviamo per farlo crescere. È la sfida del sì.
Il secondo passaggio nasce, invece, da quello che non sappiamo fare. Dall’incontrare un limite e dallo scegliere se provare a varcarlo o considerarlo uno stop. È una sfida che coltiva la nostra saggezza, la capacità di discriminare se fermarsi o andare avanti. E quindi si basa su quello che non sappiamo o non vogliamo fare. È la sfida del no.
Il terzo passaggio è, infine, conoscere chi siamo. È la sfida del tornare a casa, del riportare il senso di ciò che accade all’interno anziché all’esterno. Del comprendere e comprenderci, del riconoscere il sapore della nostra vita.
Ogni giorno, uscendo di casa, realizziamo la sfida del sì e del no. Ogni sera, tornando a casa possiamo realizzare la sfida del sapere chi siamo. E, se sappiamo chi siamo, non portiamo la rabbia dell’ufficio, il nervosismo della frustrazione, i pensieri del lavoro. Portiamo noi. E quello è il momento in cui siamo davvero a casa, in qualsiasi luogo.
Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta. T. S. Eliot
Pratica di Mindfulness: Esplorare rifiuto e accettazione
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo MBCT
I tibetani descrivono la nostra natura essenziale come un cielo, vasto, luminoso e chiaro. Quello che facciamo, attraverso la pratica, è reclamare questa nostra natura originaria, spesso offuscata dalla vita quotidiana.
Non ci viene chiesto di astrarci dalla vita reale. Ci viene chiesto di vedere il blu, ossia quelle tracce della mente originaria che possono acquistare sempre più spazio ed entrare in una relazione più paritaria con il mondo in cui viviamo.
Quando siamo compulsivamente catturati dai nostri pensieri, dalle nostre giornate, possiamo invitarci a vedere il colore blu che è presente in molte cose. Non solo il cielo e il mare. La copertina di molti libri, tanti oggetti, tante sfumature di colore riportano echi del blu nelle sue tante tonalità. Possiamo riconoscere come il blu fa parte di tanti colori e ne costituisce la tessitura.
Proprio come il cielo è sempre sopra di noi, la nostra mente originaria è sempre presente, anche quando siamo offuscati da emozioni e pensieri. Il nostro blu risplende, intatto, dentro di noi.
Pratica informale. Oggi, cerca le tracce del colore blu nell’ambiente in cui vivi. E lascia che ogni traccia ti parli della tua mente originaria, il cielo ampio e spazioso a cui appartieni.
Possiamo uscire dalla prigione di una mente assorbita in se stessa e trovare libertà nella spaziosità luminosa del cielo della mente. Jan Chozen Bays
© Nicoletta Cinotti 2022
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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