Abbiamo molti modi di evitare la verità. Neghiamo quello che sta succedendo, facciamo finta che non esista. Ci costruiamo fabbricazioni mentali. Ingigantiamo o minimizziamo le nostre risposte emotive. E poi ne abbiamo uno – tra tutti il più doloroso – che è raccontare e raccontarci un’altra verità. Una verità che non esiste.
Raccontare una bugia è il tentativo, vano, di rendere vero qualcosa che non c’è. A volte è anche un modo per far sì che ciò che esiste non venga conosciuto e compreso. A volte è solo una realtà alternativa. Un mondo parallelo che la forza dei nostri pensieri rende credibile.
La vera perdita che le bugie producono però non è sul piano della realtà ma sul piano della relazione. È per questo che sono tanto difficili da perdonare: perché lasciano un segno di dubbio che scuote fino alle fondamenta. Sono sempre una manipolazione per convincerci che la ragione sta da un’altra parte. Più quello che è accaduto è orribile e più bugie sentiremo. Questo è il lutto per la morte della verità.
Perché le bugie – anche quando le raccontiamo solo a noi stessi – hanno sempre un altro a cui sono dirette. Qualcuno che vogliamo ingannare per manipolarlo. Magari perché non abbiamo il coraggio – essenziale – di dire le cose così come sono. È nelle nostre relazioni che mentire fa più danno: perché diciamo all’altro che, al di là della naturale imprevedibilità delle cose, c’è un altro fattore di imprevedibilità: quello che nasce dal sortilegio della bugia. Un sortilegio che depriva le nostre relazioni di due ingredienti essenziali per la vita: la fiducia e l’intimità. Quando trovi la verità è come quando fiorisce il loto dal fango: sai che sei andata oltre l’oscurità.
Io non cerco il perdono e non spero nell’altrui simpatia. Ciò ch’io voglio, è soltanto la mia propria sincerità. Elsa Morante
Pratica di mindfulness: Consapevolezza aperta e affettuosa
© Nicoletta Cinotti 2023 Il programma di Mindfulness interpersonale
Per quanto possa apparire paradossale noi costruiamo le nostre difese dopo che si è verificato l’evento critico e, quindi, ogni difesa ha un carattere anacronistico: è chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Di fatto la difesa compie anche un’altra funzione: permette un ritiro che dovrebbe essere riparativo. Il problema è che se non manteniamo flessibilità e vitalità non riusciamo ad uscire da questo ritiro riparativo, lo consolidiamo e rimaniamo per un tempo esageratamente lungo nelle difese corporee. La bioenergetica si colloca qui: nel lavoro di scioglimento dei blocchi e delle tensioni che mantengono ancorati al passato e che non hanno una funzione riparativa.
Andare in profondità
