È vero che viviamo una realtà complessa e piena di difficoltà. È vero che rabbia e paura sono due emozioni innate, che proviamo fin dalla nascita. È vero che sono le due emozioni che stanno alla base di tutte le nostre difese. A volte le proviamo in successione: qualcosa ci spaventa e ci arrabbiamo di conseguenza. Oppure ci arrabbiamo e poi rimaniamo spaventati dalla nostra stessa rabbia.
È vero però che noi non siamo disegnati solo da ciò che è innato ma che, nel tempo, coltiviamo alternative a ciò che è innato. E queste alternative non nascono dalle difese – che hanno in sé e per sé un carattere di ripetitività – ma nascono dalla presenza.
Le difese, nel loro insorgere automatico, si accompagnano sempre ad una riduzione della consapevolezza. Funzionano come se qualcosa si frapponesse tra noi e la realtà. La presenza invece ci permette di avere una diversa attitudine: ci permette di vigilare. Ci permette di coltivare una posizione di apertura che sa usare la protezione quando è necessario.
In fondo le nostre difese sono un atto di pigrizia rispetto al vigilare. Perchè vigilare ci chiede di scegliere, di coltivare, senza censure, quella che è presente. Coltivarlo senza censure e senza giudizio. Vigilare ci offre la ricchezza del presentimento. Un presentimento che non è la previsione di catastrofi: è il presentimento della profondità della vita e del tempo, dei gesti e delle cose, del corpo e dell’anima.
Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza. Carlo Maria Martini
Pratica di mindfulness: Diventare amici dell’incertezza
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBCT Online
Freud sottolineò che il lutto svolge una funzione necessaria perché consente di ritirare gli affetti investiti nell’oggetto d’amore e di renderli disponibili per altre relazioni. La mente però, come sappiamo, ha la tendenza a rimanere aggrappata all’oggetto perduto e a negare la realtà della perdita, per evitare di sentire il dolore della separazione. Questa negazione fa si che il dolore non venga completamente “espresso” e “scaricato” e, paradossalmente prolunga sia il dolore che il lutto stesso. Il risultato è una maggiore difficoltà ad investire in nuove relazioni e un sentimento che potremmo definire melanconia.
In bioenergetica ovviamente l’esplorazione clinica rispetto alla depressione non è limitata agli aspetti psicologici ma si amplia anche al livello fisico, che ordinariamente risulta estremamente condizionato da questa perdita della capacità di sentire. Questo portò Lowen a fare una affermazione decisamente radicale “La sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa”. Questa affermazione è supportata, per Lowen, dalle ricerche di Spitz sulla depressione anaclitica dei bambini in orfanotrofio e dalle ricerche di Bowlby (La depressione e il corpo ed. it. 1980, p. 99) sull’attaccamento.
Una volta adulti questa predisposizione rimane silente fino a che non avviene una perdita affettiva, come la fine di una relazione, la rottura di una amicizia, la perdita del proprio lavoro o bruschi cambiamenti nella propria vita come trasferimenti o cambiamenti di stile di vita. E la prima qualità di risposta avviene a livello fisico con un
