Forse non farò
cose importanti,
ma la storia
è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima
di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò
prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri
che sto facendo adesso
influiscono
sulla mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano.
© Italo Calvino
Tipologia
Che bella soluzione, la querencia!
Siamo esperti di soluzioni: appassionati di manuali e liste su come fare qualsiasi cosa. Le soluzioni ci piacciono perché ci fanno sentire forti. Perché ci indicano la strada. A volte perché non fanno sentire disorientati.
C’è una storia però che è emblematica di come spesso, cercare soluzioni è la peggiore soluzione. Uno dei più famosi piloti americani, Charles Yeager, ebbe una importante perdita di controllo durante un volo a causa dell’inerzia. Ogni tentativo di riprendere il controllo dell’aereo non faceva altro che peggiorare la situazione. Fino a che un urto lo mise fuori combattimento per qualche secondo. Mentre lui era immobile l’aereo scese di quota, l’accoppiamento inerziale si risolse spontaneamente e, malgrado tutto, riuscì ad atterrare senza problemi.
A volte siamo proprio come questo pilota. Cerchiamo troppe soluzioni quando siamo nel turbine della novità problematica mentre in quei momenti, anche se può sembrare paradossale, è necessario fermarsi e praticare pausa. In quei momenti non serve il controllo ma la querencia, quella pausa in cui il toro recupera la forza dopo aver lottato a lungo.
Praticare pausa è lasciar andare l’idea di cercare di riprendere il controllo subito e, invece, fermarsi ad incontrare la propria querencia, la propria centratura.
Così quando, nella pratica, invitiamo ad esplorare, a fare inquiring anziché a spostare subito l’attenzione alla soluzione, invitiamo a tornare alla propria centratura. Avremo tempo dopo per riprendere il controllo. O, meglio ancora, la padronanza
Se ci fermiamo per un momento e diamo attenzione non ai nostri problemi ma a quello che sentiamo. Se ci permettiamo di sentire e di distinguere tra il sentire e le reazioni a quello che sentiamo. Se riconosciamo la nostra paura, il nostro desiderio di stare in superficie, se riconosciamo come frammentiamo i nostri pensieri, la paura non fa più tanto paura perché abbiamo appena dimostrato a noi stessi che non abbiamo bisogno di scacciare quello che proviamo, che siamo in grado di sostenerlo.
Così, paradossalmente, cercando soluzioni ci spaventiamo più del necessario. Cercando di scappare ci convinciamo che ci sia un pericolo. Cerchiamo la querencia e la soluzione arriverà da sola.
Quando pratichiamo pausa non sappiamo cosa accadrà dopo ma interrompendo il nostro comportamento abituale ci apriamo alla possibilità di un modo nuovo e creativo di rispondere ai nostri desideri e alle nostre paure. Tara Brach
Pratica di mindfulness: Praticare Pausa
© Nicoletta Cinotti 2024. Il programma di mindful self-compassion
La protezione, il biasimo e l’evoluzione
Qualche giorno fa leggevo un articolo su National Geographic. Parlava del rischio di estinzione dei ghepardi. Una specie che è stata protetta con l’inclusione nei parchi nazionali. E il rischio d’estinzione, paradossalmente, è dovuto anche a questo. Non possono aumentare il numero di animali all’interno dei parchi per ragioni di equilibrio dell’ecosistema e, fuori dai parchi, i ghepardi non sanno più sopravvivere.
Hanno imparato troppo velocemente il vantaggio della protezione e così finiscono per essere vittime di altre cause ambientali. Una delle ragioni della loro estinzione è anche una modificazione avvenuta nell’erba della savana dove è aumentata la presenza di rovi. I rovi li feriscono e diminuiscono il cibo disponibile innestando così una specie di loop: o imparano a distinguere meglio i rovi, senza ferirsi, o rischiano l’estinzione.
Queste mutate condizioni ambientali – nella storia biologica del mondo – sono quelle che hanno prodotto i cambiamenti darwiniani. Sopravvivevano gli individui delle specie più adatti alle mutate condizioni ambientali replicando così le loro caratteristiche nelle generazioni successive. Niente biasimo. Solo cambiamento evolutivo. In questo modo ci siamo trasformati. E le specie viventi, noi inclusi, sono diventate quelle che conosciamo. Su queste basi continuiamo a trasformarci. Non sappiamo se diventeremo meglio o peggio – e nemmeno se l’amato criterio del miglioramento abbia un senso – ma l’evoluzione non si è fermata. È andata avanti per adattarsi alle mutate condizioni ambientali. Il nostro desiderio di avere e offrire protezione ci porta a biasimare le condizioni di cambiamento che, spesso, sono una vera e preziosa occasione di crescita per ognuno di noi.
Abbiamo la possibilità di essere consapevoli del cambiamento delle condizioni in cui viviamo. Abbiamo anche la possibilità di scegliere – in qualche caso – una condizione di crescita piuttosto che un’altra. E, in mezzo, ci lamentiamo. O biasimiamo la mutata condizione. Come se fossimo nati con la garanzia dell’immutabilità dell’ambiente in cui viviamo. Non è così. Le difficoltà che incontriamo possono anche essere viste come sfide evolutive. E l’eccessiva protezione che diamo ai nostri figli potrebbe renderli, come i ghepardi, troppo incapaci di adattarsi al cambiamento. E se invece li educassimo, e ci educassimo, ad imparare continuamente dalle mutate condizioni in cui ci troviamo? Se abbandonassimo il rimpianto verso il passato, per crescere imparando dalle nuove esperienze? Imparare e avere l’intenzione di imparare offre grandi vantaggi: il primo è che ci mette nel presente, il secondo che aumenta la nostra concentrazione. Il terzo, il più grande regalo che possiamo ricevere, arriva qualcosa di nuovo.
Niente di meglio che avere l’intenzione di imparare qualcosa per rimanere concentrati su ciò che facciamo. Molto spesso però agiamo perchè lo “Dobbiamo fare” e lasciamo andare la situazione di apprendimento. Possiamo imparare qualcosa di nuovo sempre, anche ripetendo la stessa identica azione. Tre tempi e un atto unico: il presente
Pratica di mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2024. Il Programma di Mindful self-compassion
Un’alternativa alla difesa
È vero che viviamo una realtà complessa e piena di difficoltà. È vero che rabbia e paura sono due emozioni innate, che proviamo fin dalla nascita. È vero che sono le due emozioni che stanno alla base di tutte le nostre difese. A volte le proviamo in successione: qualcosa ci spaventa e ci arrabbiamo di conseguenza. Oppure ci arrabbiamo e poi rimaniamo spaventati dalla nostra stessa rabbia.
È vero però che noi non siamo disegnati solo da ciò che è innato ma che, nel tempo, coltiviamo alternative a ciò che è innato. E queste alternative non nascono dalle difese – che hanno in sé e per sé un carattere di ripetitività – ma nascono dalla presenza.
Le difese, nel loro insorgere automatico, si accompagnano sempre ad una riduzione della consapevolezza. Funzionano come se qualcosa si frapponesse tra noi e la realtà. La presenza invece ci permette di avere una diversa attitudine: ci permette di vigilare. Ci permette di coltivare una posizione di apertura che sa usare la protezione quando è necessario.
In fondo le nostre difese sono un atto di pigrizia rispetto al vigilare. Perchè vigilare ci chiede di scegliere, di coltivare, senza censure, quella che è presente. Coltivarlo senza censure e senza giudizio. Vigilare ci offre la ricchezza del presentimento. Un presentimento che non è la previsione di catastrofi: è il presentimento della profondità della vita e del tempo, dei gesti e delle cose, del corpo e dell’anima.
Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza. Carlo Maria Martini
Pratica di mindfulness: Diventare amici dell’incertezza
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBCT Online
A proposito di saggezza e amore
Emozioni e pensieri si intrecciano continuamente. A volte siamo consapevoli solo dei nostri pensieri. A volte ci sembra che ci siano solo emozioni.
In realtà questo intreccio è continuo. Cambia solo la nostra consapevolezza di questo processo che ci muove nel mondo.
Un processo autoregolato, quando le cose funzionano bene. Riusciamo a mettere equilibrio tra il corpo, il cuore e la mente e ne siamo semplicemente consapevoli.
Quando le emozioni sono troppo intense, diventa più complesso autoregolarci. Possiamo essere trascinati o paralizzati da quello che proviamo.
Abbiamo bisogno di usare lo stesso strumento: la consapevolezza, solo in modo più preciso. La nostra consapevolezza richiede l’appoggio della concentrazione.
E insieme concentrazione e consapevolezza sviluppano saggezza e amore.
Ognuno di noi ha una naturale propensione che vi auguro di scoprire in modo che la saggezza sollevi la mente e le permetta di sperimentare l’amore. E che l’amore sollevi il cuore così che possa sperimentare saggezza. Gregory Kramer
Pratica del giorno: Lavorare con le emozioni
© Nicoletta Cinotti 2024 Mindfulness ed emozioni. Ritiro di bioenergetica e self-compassion
La depressione e il corpo
La depressione è una delle difficoltà psichiche più diffuse e, contrariamente a quello che viene comunemente detto, più presenti nella storia dell’uomo.
Questo disturbo infatti è tutt’altro che un frutto dei nostri tempi. Difficile non pensare a Leopardi o a Baudelaire come personalità depresse e, ancora più anticamente, non pensare alla poetica di Saffo come una poetica che reca in sé elementi depressivi.
Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo …… Saffo (poetessa greca 640 a.c)
In parte questa continuità è strettamente connessa al sentimento che anima la depressione, che è un sentimento di amore e di perdita (vera o temuta) del legame d’amore. Inoltre alcuni autori sostengono che la depressione è uno stato d’animo funzionale alla elaborazione cognitiva e proprio per questo le siamo debitori del progresso scientifico che ha caratterizzato la nostra cultura. Un modo gentile per dire che, per tollerare molte ore di studio, dobbiamo essere un pò depressi!
Freud e la depressione
Freud sottolineò che il lutto svolge una funzione necessaria perché consente di ritirare gli affetti investiti nell’oggetto d’amore e di renderli disponibili per altre relazioni. La mente però, come sappiamo, ha la tendenza a rimanere aggrappata all’oggetto perduto e a negare la realtà della perdita, per evitare di sentire il dolore della separazione. Questa negazione fa si che il dolore non venga completamente “espresso” e “scaricato” e, paradossalmente prolunga sia il dolore che il lutto stesso. Il risultato è una maggiore difficoltà ad investire in nuove relazioni e un sentimento che potremmo definire melanconia.
La bioenergetica e la depressione
Nel lutto possiamo dire che c’è una alta carica energetica che esprime il dolore per la perdita con il pieno appoggio dell’ego della persona. Nella melanconia e nella depressione l’ego è invece minato e ridotto dal collasso energetico del corpo che si traduce in una condizione di scarsa vitalità e di assenza di risposte.
Cos’è quindi che trasforma il lutto in melanconia? cos’è che interferisce con l’espressione e la scarica del dolore?
Essenzialmente è la negazione, a livello emotivo, della perdita. In parte la persona continua a funzionare come se la perdita non avesse avuto luogo, perché ha incorporato l’oggetto d’amore dentro di sé. Questo altera anche la percezione del senso di mancanza o di connessione e contatto con le altre persone. Spesso infatti nella depressione, malgrado la persona viva una perdita, non è spinta a rivolgersi ad altre relazioni ma rimane chiusa nel rapporto interno con chi ha perduto.
La depressione porta quindi in sè un paradosso: da una parte si nega un dolore, dall’altro, negandolo, si vive più a lungo con lo stesso dolore. Questa repressione conduce, dal punto di vista bioenergetico, ad una riduzione di tutti gli aspetti vitali: la vita emotiva si impoverisce per mantenere la repressione del dolore.
La depressione e il corpo
In bioenergetica ovviamente l’esplorazione clinica rispetto alla depressione non è limitata agli aspetti psicologici ma si amplia anche al livello fisico, che ordinariamente risulta estremamente condizionato da questa perdita della capacità di sentire. Questo portò Lowen a fare una affermazione decisamente radicale “La sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa”. Questa affermazione è supportata, per Lowen, dalle ricerche di Spitz sulla depressione anaclitica dei bambini in orfanotrofio e dalle ricerche di Bowlby (La depressione e il corpo ed. it. 1980, p. 99) sull’attaccamento.
A partire da queste considerazioni scientifiche Lowen si pone tre quesiti:
1) Cos’è successo nella situazione presente di vita della persona per scatenare una reazione depressiva?
2) Cos’è successo nel passato che ha innescato questa predisposizione?
3) Che relazione c’è tra presente e passato?
Cosa innesca questa predisposizione
Partiamo dalla seconda domanda che permette di chiarire il ruolo dell‘illusione nella clinica bioenergetica e nella depressione. La reazione depressiva si verifica allorché un’illusione crolla di fronte alla realtà del proprio presente. Molto spesso l’illusione si basa su una perdita di contatto con la realtà. Il contatto – dice Lowen – non è qualcosa di solo psicologico ma è, soprattutto una esperienza infantile primaria e una esperienza vissuta. I bambini hanno bisogno del contatto con il corpo della madre, per funzionare normalmente. Questo contatto stimola la pelle del bambino, la respirazione e gli occhi brillano nello scambio con la madre. Il contatto visivo – e soprattutto la qualità del contatto visivo con la madre – poi è fondamentale per lo sviluppo della relazione visiva del bambino con il mondo. In assenza di questa qualità di contatto l’energia del bambino viene ritirata dalla periferia, ossia dagli arti, al centro del corpo. Questo ritiro energetico forma il nucleo primario della predisposizione depressiva a livello corporeo.
Cosa c’è
in fondo ai tuoi occhi
dietro il cristallino
oltre l’apparenza?
Dove il tempo
d’improvviso
si ferma. Poesia di Saffo
Cosa accade nel presente?
Una volta adulti questa predisposizione rimane silente fino a che non avviene una perdita affettiva, come la fine di una relazione, la rottura di una amicizia, la perdita del proprio lavoro o bruschi cambiamenti nella propria vita come trasferimenti o cambiamenti di stile di vita. E la prima qualità di risposta avviene a livello fisico con un ritiro dell’energia dalla periferia al centro del corpo. Diventiamo stanchi in un modo eccessivo, abbiamo freddo anche quando siamo ben riscaldati, ci ammaliamo più frequentemente e abbiamo più difficoltà a fare attività fisiche intense (anche se dopo ci rendiamo conto che ci fanno stare meglio!).
Questo permane per un periodo di tempo che equivale alla fase di lutto. Se però abbiamo imparato a negare la realtà del nostro sentire – e del nostro dolore – rimaniamo “appesi” a questa condizione psicofisica per un tempo che porta a sviluppare un quadro clinico depressivo.
La mente, il corpo e la depressione
La situazione di perdita di contatto è pericolosa per il bambino che cerca di sviluppare delle misure compensative a livello mentale che contribuiscano a negare l’importanza e il danno della perdita. Molto spesso questa compensazione è realizzata attraverso la proliferazione mentale e attraverso la volontà – che si esprime emotivamente con l’insistenza, l’ostinazione e la determinazione. La persona crea l’illusione che non tutto è perduto e che anzi, se provasse ad essere diverso, tutto tornerebbe come prima. Spesso i genitori alimentano queste illusioni attribuendo ad una colpa del bambino il ritiro del loro amore. ” se fai così non ti voglio più bene” è una minaccia a volte dichiarata esplicitamente, a volte implicitamente.
E’ qui che diventa essenziale tornare al corpo per invertire questa tendenza al ritiro anche a livello fisico. Altrimenti quello che accade è mentalmente comprensibile ma non riusciamo ad uscire da questa modalità disfunzionale di risposta. In questo senso il protocollo MBCT, lavorando per riportare la consapevolezza al corpo e alle qualità delle risposte emotive, permette di passare attraverso un cambiamento che nasce dall’apertura, dalla consapevolezza e dall’accettazione anziché dalla ricostruzione biografica.
Per Lowen il corpo perde la capacità di protendersi in senso relazionale e in senso fisico ed è necessario tornare a questo movimento spontaneo, così tipico di tutti i bambini, per poter riattivare questa apertura alla vita e al piacere.
La rabbia – nelle sue diverse declinazioni ed intensità e nella costellazione di sentimenti collegati dell’invidia, gelosia, odio – diventa un sentimento strettamente connesso alla depressione e nasce proprio dalla sensazione di non riuscire a provare piacere, quello stesso piacere che sembra presente nella vita degli altri. “Credo che possiamo comprendere perché la depressione colpisca molte persone proprio quando realizzano i propri obiettivi. Avendo lavorato duramente per ottenere condizioni che sembravano adatte a rendere possibile il piacere, scoprono improvvisamente che questo non è possibile. Non c’è piacere per loro perché non hanno la capacità di protendersi a prenderlo”. Il piacere – inteso in senso generale e non come mero piacere sessuale – non è solo un atto mentale: è un atto che viene fatto con il corpo e se manca nel corpo manca anche nel cuore.
Protendersi
Ci sono due movimenti che esprimono il protendersi nei bambini: la suzione e il protendere le braccia per essere presi in braccio. Nella vita adulta queste due azioni sono il bacio e l’abbraccio e tutti i gesti di contatto che possiamo fare con le nostre braccia. Braccia che spesso penzolano inerti, bloccate dalle tensioni del cingolo scapolare. Se non riusciamo a protenderci dobbiamo manipolare l’ambiente in modo che ci venga offerto il piacere che tanto desideriamo. Sinché questo atteggiamento negativo non è reso conscio ed espresso, l’atto del protendersi rimarrà velleitario ed incompleto. Inoltre il protendersi, perché non venga vissuto come una pericolosa perdita di equilibrio, necessità della capacità di avere un buon radicamento a terra che fornisca la sicurezza necessaria ad asserire apertamente le proprie emozioni. In bioenergetica questo avviene attraverso il grounding.
Il grounding
Spesso in bioenergetica il grounding è ritenuto l’esercizio di partenza o di base, sia nella terapia individuale che di gruppo. In realtà il percorso per essere radicati nella propria vita è un percorso che parte dall’inizio della vita e dall’inizio della terapia. E’ anche quello che segna spesso il fine ultimo della psicoterapia bioenergetica perché ci permette di affermare che siamo radicati nella nostra realtà e che non abbiamo più bisogno di aggrapparci a delle illusioni.
“Restituire al paziente la sensazione di essere radicato in terra attraverso i piedi è la fase finale della terapia. Ciò consente al paziente di riacquistare la propria posizione eretta in qualità di persona. Gli conferisce la piena mobilità e motilità corporea. Che significa che può muoversi liberamente nella vita”.(ibidem, p. 108)
La relazione tra passato e presente
La relazione tra passato e presente che mantiene attiva la risposta depressiva passa quindi attraverso il mantenimento delle tensioni muscolari che hanno lo scopo – paradossale – di proteggerci dalla frustrazione del bisogno di contatto. Abbiamo bisogno di contatto ma, temendo che si ripeta il trauma e la frustrazione del nostro desiderio, ci ritiriamo.
Per riparare questa frattura nella fiducia relazionale abbiamo quindi bisogno di tornare al corpo, “là dove siamo nati” (Allen Ginsberg).
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© Nicoletta Cinotti 2024
