Tutti siamo poeti, soprattutto quando siamo bambini. Non tutti scriviamo poesie ( e qualcuno potrebbe dire “Meno male”!).
Però tutti siamo sensibili all’energia delle parole. A volte basta una parola per infiammarci e far emergere la rabbia. Altre volte basta una parola per confortarci e farci sentire meno soli o meno addolorati. La nostra intelligenza linguistica è quella che ci fa cogliere ironicamente una situazione – e trasformarla in battuta. Quella che ci fa fare un racconto avvincente, a partire da un episodio di vita quotidiana.
Il legame tra le emozioni e le parole, nella poesia, si realizza con delicatezza e incisività. A volte non sapremmo descrivere meglio un’esperienza se non usando le parole di un poeta che ci racconta una storia nella quale traspare esattamente quello che vorremmo anche noi.
Stanotte, mentre dormivo ho fatto un sogno, benedetta illusione! Ho sognato che dentro il mio cuore c’era un alveare, e api dorate fabbricavano con le antiche amarezze, bianca cera e dolce miele. Antonio Machado
La poesia ci insegna anche una sorta di economia delle parole. Trovare la parola giusta, che esprime proprio quello che vorremmo dire, senza disperderci in troppi discorsi, è un merito della poesia contemporanea e non solo.
I protocolli mindfulness e la poesia
Quando ho iniziato a praticare mindfulness – e durante tutta la formazione – sono rimasta molto toccata dall’uso che viene fatto delle poesie. Non solo La locanda, di Rumi ma molte altre poesie spuntano qua e là durante la pratica. Sia Saki Santorelli che Florence Meleo Meyer incoraggiano la presentazione di poesie che siano connesse all’esperienza in corso. Così, quasi per caso, mi sono accorta che quelle poesie risvegliavano una sensibilità per le parole che era rimasta un po’ impolverata dalla mia abitudine a leggere prevalentemente saggistica.
Riprendere a leggere poesia mi restituiva una profondità di esperienza della quale ero assetata. Non è un effetto che riguarda solo me. Nel tempo molte persone che hanno partecipato ai protocolli mi hanno rimandato come la lettura delle poesia sia stata per loro importante. E alla fine ho trovato un passaggio di Chogyam Trungpa che mi ha ulteriormente chiarito le idee.
Mi è stato domandato quale ruolo possa avere la poesia nell’itinerario di un praticante buddista. Attraverso la poesia potete trovare il vostro stato mentale. Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche o artistiche ma si dovrebbe scrivere il proprio stato mentale su un pezzo di carta. Questo è il significato dell’espressione “il primo pensiero è il miglior pensiero”. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria. Chogyam Trungpa
Non so scrivere
Non mi ritengo una praticante buddista – e da qualche parte ho letto che nemmeno Buddha era buddista – non so scrivere poesie ma cerco di leggere la mente – mia e altrui. Capire come funziona e come cambia e cresce continuamente. Ecco, mi sono detta, perché amo tanto le poesie: perché la nostra mente è scritta come le poesie. Con poche parole che incidono un solco. E ogni parola ha il potere di evocare un’emozione, un ricordo, uno stato mentale. In breve ogni parola evoca un’esperienza. Ed è quell’esperienza che costruisce il nostro legame con la poesia. E con la musica che, molto spesso, è una poesia sonora, come mi ricorda un mio paziente che scrive canzoni e ogni tanto mene manda qualcuna: tutte bellissime!
Che rumore fa la felicità. Come opposti che si attraggono, come amanti che si abbracciano. Camminiamo ancora insieme, sopra il male sopra il bene, Ma i fiumi si attraversano e le vette si conquistano. Corri fino a sentir male con la gola secca sotto il sole. Che rumore fa la felicità ..
Le parole alleviano il dolore
Le parole sono come cuscini, messe nel modo giusto alleviano il dolore. Per questo nel programma di Mindful Self-compassion alle parole viene dedicata tanta attenzione. La ragione è semplice: perché aprono il cuore e un cuore chiuso non può incontrare né gentilezza né compassione. Possiamo disegnare un percorso tra le parole: prima quelle che ci diciamo: il nostro commentario interno che ha alcune parole chiave. Ne prendiamo qualcuna e iniziamo ad esplorarla raccogliendo le sensazioni fisiche ed emotive associate. Poi guardiamo quelle che usiamo per commentare il mondo esterno e poi iniziamo a cercare le parole che vorremmo sentirci dire. Quelle che vorremmo che ci venissero sussurrate ogni giorno della nostra vita. In questo modo finiamo per comporre un diario che è formato da brani di noi e che non ha una fine ma si presenta dinamico e aperto al cambiamento. Perchè se cambiamo le parole, cambiamo la vita!
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