Abbiamo tutti chiaro che sentirsi importanti, sottolineare il proprio valore, credere di essere meglio di altri, siano aspetti che sottolineano e rafforzano la personalità. Quella stessa personalità che, in altri momenti, ci dà guai e dolori. Così il vantaggio di sentirsi meglio degli altri viene ben presto compensato dal dolore che un’eccesso di personalità porta con se.
Poche volte però consideriamo che lo stesso fenomeno avviene anche quando ci sentiamo peggio degli altri. Quando pensiamo che siamo gli ultimi o quasi, quando abbiamo l’idea di non valere un granché. Quando guardiamo con ammirazione (o forse anche invidia) qualcuno che fa la stessa cosa che a noi non riesce, con grazia e leggerezza. Anche dirsi “Sono il peggiore del mondo” rafforza il nostro senso dell’Io. Anche qui sta, silenziosa, la stessa trappola: una mente che paragona e che – proprio perché paragona – dichiara una dualità e considera l’inevitabile alternarsi di momenti di gioia e dolore, come fallimenti.
Gioia e dolore coesistono, facilità e difficoltà pure. Siamo tutti soggetti ad entrambi. E continuamente si alternano con la loro scia di gratificazione e imprigionamento. Alimentare la mente che paragona è come tentare di riempire una vasca lasciando il tappo aperto. È uno spreco – doloroso – della nostra vita.
Il paradosso della valutazione sta proprio qui: non ci rende migliori, ci rende solo più legati ad una illusione di miglioramento.
Ogni cambiamento ha due facce: da un lato ha la faccia del desiderio e dall’altro ha la faccia della perdita. Il desiderio può darci la motivazione e la forza per fare un cambiamento; la perdita, invece, ci mette di fronte a quello che ci lasciamo dietro le spalle. Gratitudine e cambiamento
Pratica di mindfulness:Gratitudine: parole che guariscono
© Nicoletta Cinotti 2024 Orientamento al programma di Mindful self-compassion residenziale
