Quando parliamo di tensioni – fisiche o emotive – di blocchi muscolari o psicologici, parliamo sempre di esperienze che si accompagnano alla pesantezza, alla sensazione di difficoltà o impossibilità al movimento. Perchè blocchi e tensioni non fanno altro che solidificare quello che proviamo fino a renderlo anche percettivamente pesante.
La vitalità, quando è libera, scorre come un ruscello o come un fiume. Può essere più o meno veloce, più o meno forte ma l’elemento dello scorrere è quello che contraddistingue la capacità di stare nella mutevolezza senza rimanere aggrappati al passato – piacevole o spiacevole – senza essere impegnati in una lotta contro qualcosa o qualcuno.
E il segno distintivo di questo scorrere è la leggerezza. Che non è superficialità ma la capacità di guardare avanti, di comprendere e imparare, i due precursori del perdonare.
Così quando passiamo leggeri nelle nostre giornate, non siamo superficiali: siamo consapevoli che tutto scorre e nello scorrere ci trasforma. Blocchi e tensioni sono, invece, un modo per non essere trasformati. Per rimanere ancorati al passato, all’errore.
Passare leggeri è dichiarare che i segni dell’incontro con il presente lasciano spazio al futuro.
E riconoscere che l’emozione più presente nell’anno in cui è più rapida la nostra crescita – il primo anno di vita – è la gioia. È la gioia che stabilizza l’attenzione e che ci permette di imparare con leggerezza cose che poi continueremo a fare per tutta la vita: camminare, parlare, mangiare autonomamente, iniziare ad amare qualcuno appassionatamente. Ciò che abbiamo imparato con leggerezza trasforma profondamente perchè ha il segno della libertà e del piacere.
Una delle ragioni per la mancanza di piacere nelle nostre vite è che cerchiamo di rendere divertenti cose che sono serie mentre facciamo seriamente attività che dovrebbero essere divertenti. Alexander Lowen
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2023 Scrivere la pace nel cuore
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
