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Il successo dell’accettazione
Non so se anche voi avete avuto delle ansie rispetto alla vostra intelligenza: io sì. Ansie che mi hanno accompagnato dall’infanzia. Credo che si potrebbero definire una sorta di insicurezza. “Non so se sono intelligente e quindi mi metto continuamente alla prova per verificarlo“. E quando dico mettersi alla prova era letterale. Cercavo di capire tutto. Cercavo anche, appena mi è stato possibile, dei test d’intelligenza.
In realtà nella mia famiglia la divisione era che mia sorella era bella e io intelligente. Mentre per mia sorella mi sembrava che l’appellativo fosse indubitabile – era bella – il mio sembrava molto più soggetto a rischi e pericoli. C’erano un sacco di cose che non capivo. E poi la bellezza la vedi subito. L’intelligenza la vedi al momento del bisogno e sempre dopo una prova. Inutile dire che io avrei preferito essere quella bella e, forse, mia sorella essere quella intelligente. In ogni caso se questo era un tentativo dei miei genitori di non farci entrare in competizione, dandoci due diverse sfere di competenza, non funzionava. Non ha funzionato mai e ci ha reso litigiose l’una con l’altra. Ho scoperto presto che le qualità si associano, spesso, alla competizione e non rendono affatto la vita più facile. Anche se a me sembrava bellissima – e forse io sembravo intelligentissima a lei – questo non ci ha mai impedito di accapigliarci. Mio fratello, arrivato a distanza di parecchi anni, era maschio e questo lo metteva in un posto senza concorrenza. E francamente mi pare che questa storia sia vera anche al di fuori della mia famiglia (ma questo è un altro discorso).
La storia della competizione e i due tipi di danni

Nella nostra cultura avere una qualità – che sia talento artistico, intelligenza, bellezza o altro ancora – significa automaticamente entrare in una competizione. Sembra che avere una qualità ti metta immediatamente un numero sulla pettorina. E messo il numero devi iniziare a correre, anche se non sei allenato. Questo non aiuta affatto. Le qualità sono delicate e vulnerabili: tutte. Per crescere hanno bisogno di essere curate e metterle troppo presto in competizione rischia di bruciarle in senso letterale. Lo vedo con le piante: i primi tempi sono i più delicati. Poi quando iniziano ad avere un certo rigoglio puoi anche curartene meno. Noi invece mettiamo in competizione i bambini appena ci accorgiamo che hanno una qualità e questo credo che, moltissime volte, faccia grandi danni. Due tipi diversi di danni.
Il primo tipo è quello di alimentare una visione solitaria della genialità: se sei in competizione per una caratteristica individuale è piuttosto facile che tu abbia un po’ di vuoto intorno. Sia perché ti trovano competitivo – quelli che non possono competere con te – sia perché sei competitivo con quelli che possono, invece, essere degli interlocutori. In qualche modo metti una sorta di ipoteca sulle relazioni sociali. L’altro danno però è più profondo e, talvolta, devastante. Ed è il dubbio sulle tue reali capacità. Non conosco una sola persona che non abbia un senso di fallimento interiore. Perché mettendoci continuamente alla prova, cresciamo con la grande paura del fallimento. Non è detto che avvenga ma lo temiamo. Un senso di fallimento difficilmente comprensibile perché spesso sconnesso dai reali risultati e che toglie il piacere della realizzazione. Competere mette addosso la sensazione che quello che fai non sia abbastanza, non sia mai abbastanza e, per una persona che davvero riesce a vincere tutto e di più, ce ne sono moltissime, dotate, che sono rese infelici proprio dalla loro stessa unica qualità. Nella competizione c’è una profonda non accettazione: vince solo una persona. Le altre no e passano il resto della loro vita a cercare di capire come possono vincere. Ma questo ve lo racconto più avanti.
Partiamo da un paradosso
Così partiamo da un paradosso: le nostre capacità sono anche la radice del nostro senso di insicurezza. Un po’ accade perché la nostra mente funziona in modo binario – avere una cosa si accompagna al timore di perderla – un po’ perché siamo poco protetti nello sviluppo delle nostre capacità e messi troppo presto in competizione. È qui che incominciamo a metterci in lotta con noi stessi, incominciamo a nutrire quel conflitto tra esprimersi e giudicarsi dall’esterno. Il conflitto tra spontaneità/autenticità e controllo/perfezione. Iniziamo a questo punto la nostra grande carriera di perfezionatori.
Abbiamo un’abilità? Bene, adesso iniziamo a perfezionarla. Sembra un’ottima idea e, in parte lo è, basta che sia chiara la distinzione tra coltivarla e perfezionarla. Coltivarla significa comprendere la direzione di crescita, la direzione espressiva e darle sostegno, nutrimento. Proteggerla da una esposizione prematura e, anche, da un ritiro eccessivo. Perfezionarla significa avere in mente un target, un risultato, un obiettivo esterno e muoversi per conformarsi a quel target. È qui che la consapevolezza gioca un ruolo determinante.
Abbiamo bisogno di un po’ di consapevolezza
Abbiamo bisogno di un po’ di consapevolezza per distinguere tra perfezionismo e coltivazione. Se non sappiamo guardarci dentro e riconoscere le nostre personali motivazioni è molto facile fare confusione. E riconoscere le nostre motivazioni non è rimuginare su delle idee, che sono molto influenzabili. È sentire, nel corpo, la direzione delle nostre azioni.
Faccio una digressione piccola ma indispensabile. I pensieri conoscono bene l’ambivalenza: vorremmo mangiare e, anche, dimagrire. Vorremmo andare a destra e anche a sinistra.Siamo pieni di dubbi sul fatto se sia meglio fare una cosa o l’altra.Tanto che, a volte, finiamo per rimanere immobili. Nel corpo, nei gesti, c’è una direzione di movimento. Non è detto che dobbiamo seguirla ma questa direzione di movimento c’è. E, se sentiamo il corpo, se sappiamo ascoltarlo, possiamo riconoscerla. E scegliere.
Se siamo molto abituati a perfezionarci però abbiamo perso il contatto con la direzione spontanea del movimento e abbiamo solo movimenti controllati. Questi movimenti controllati si esprimono attraverso tensioni, contrazioni o dissociazioni dalla percezione corporea. Riconoscerlo è il primo passo per riprendere contatto con la nostra direzione spontanea di movimento. E ascoltarla. Torno a ripetere: non è un obbligo seguirla. Questo significherebbe essere spontaneisti. Però sapere cosa ci dice e in quale direzione ci invita ad andare è fondamentale per conoscere le nostre vere motivazioni. Fare qualcosa contro la nostra vera motivazione è come svuotare il mare con un secchiello: non funziona.
L’effetto positivo dell’impegno
Visto che ero così insicura sulla mia intelligenza ho iniziato a studiare molto. Il che mi sembrava una cosa utile ma mi lasciava aperta una domanda: “Sono intelligente o semplicemente studio più degli altri?'”. Lo so che può sembrare una domanda stupida ma i bambini hanno, dentro di sé, molte domande di questo genere. Sembrano stupide ma non lo sono affatto. In realtà, senza saperlo, avevo capito una cosa. Qualsiasi capacità, perché fiorisca, va allenata. Non c’è genio che tenga. Se non allena la sua capacità non basta avere genio. La visione romantica per cui il genio non ha bisogno di studiare perché le cose gli vengono senza impegno, ha fatto più danni di quanto possiamo pensare. Una sorta di epidemia che è molto diffusa nella scuola italiana, proprio adesso. Ci siamo preoccupati di dare molti stimoli per far crescere l’intelligenza dei nostri figli ma, se non li aiutiamo a disciplinare, con la pratica e lo studio, la loro intelligenza, rischiano di essere persone molto dotate ma incapaci di impegnarsi. Di avere quel retto sforzo che non è perfezionamento ma coltivazione.
E qui c’è – finalmente – una buona notizia. Sulla lunga distanza la costanza nell’impegno ottiene più risultati del genio. E, soprattutto, possiamo aiutare i nostri figli a sviluppare il loro potenziale senza coltivare il loro narcisismo, con l’autoregolazione.
Così ho capito che, forse, l’insicurezza mi aveva dato anche un vantaggio: la voglia di impegnarmi.
Come nasce l’accettazione
Alla fine mi è sembrato che, rendermi conto di quello che succedeva dentro di me, guardarlo anche un po’ divertita, era il modo migliore per iniziare ad accettarlo. E lo sguardo divertito mi ha salvato la vita. Perché cogliere il lato comico di quello che succede permette di trasformare la vergogna o l’imbarazzo per la propria vulnerabilità in apertura e condivisione. Nella vergogna ci nascondiamo dagli altri. Nella comicità ci apriamo agli altri. Lo sguardo passa da giudicante ad accettante. E, accettando, iniziamo a coltivare un senso di soddisfazione per l’esperienza anziché un senso di giudizio per il risultato.
Incominciamo a capire che i risultati non ci definiscono. Che il nostro diritto alla felicità non sta nella bontà dei nostri risultati ma in quanto riusciamo a gustarci quello che accade, quanto riusciamo a starci dentro, includendo anche la parte di noi che, incessantemente, giudica. Lo fa per proteggerci, alla fine anche lei fa il suo lavoro. E, insieme, siamo un bel gruppo.
Passare ad una visione condominiale
Una delle cose che più influenza la nostra capacità di auto-accettazione è avere una visione unitaria della nostra personalità. Tornando all’esempio iniziale o siamo belli o siamo intelligenti: belli e intelligenti no. L’idea che non possano esserci contraddizioni, aspetti divergenti, sfaccettature multiple, ci porta a nutrire parti assassine che cercano di eliminare le nostre incongruenze. Il punto invece è includere. Come se fossimo un condominio, con molti e diversificati vicini, e il nostro Io fosse un saggio amministratore di condominio (o il portinaio, non ho ancora deciso cosa sia meglio). Cercare di eliminare aspetti della nostra personalità è orribile. Possiamo evitare di nutrire il nostro tabagista interiore ma eliminarlo vorrebbe dire alimentare aspetti compulsivi e fuori controllo e ritrovarci con una disperata voglia di fumare appena la nostra parte rigorosa ha un cedimento.
Il punto è sentire la frizione. Per fare la lama ad un coltello è necessario passarla sulla mola. È la frizione che la rende affilata. Anche per noi è così. Non serve scappare dalla frizione: è la frizione che ci rende affilati. Quando sentiamo quella frizione che farebbe entrare in azione la squadra delle assassine – o assassini – è una buona idea fermarsi, fare una pausa ed esplorare. C’è qualcosa di interessante da accettare. Una sfaccettatura che arricchisce la nostra bellezza e luminosità. Un vero peccato cercare di rendere piatta la nostra luce!
L’arte della pausa
La pausa è un’arte perché, impulsivamente siamo organizzati per scappare. Per fuggire da quello che ci sembra pericoloso. Qui, invece, ci fermiamo per capire che cosa succede. Ecco perché è un arte – forse minore ma sempre arte – perché mette creatività ed espressione nella nostra vita. La vita non affila mai tutti nello stesso modo. Ognuno di noi incontra sfide diverse, frizioni diverse. Se non scappiamo quelle sfide diventano ciò che dà forma alla nostra vita, anziché incidenti di percorso – più o meno semplici – da risolvere.
Fare pausa non vuol dire fermarsi: vuol dire esplorare, lasciare che l’esperienza riveli se stessa. È in quel momento, quando mettiamo da parte la nostra idea di come dovrebbe essere la nostra vita che iniziamo ad amarla pienamente, così com’è. È in quel momento, quando scegliamo di non perfezionarla, che iniziamo davvero a muoverci verso un’accettazione radicale.
Il successo dell’accettazione
Così, alla fine, se proprio vogliamo parlare in termini di successo, non sarà la nostra competitività che ci permetterà di ottenere dei risultati. Sarà smettere di resistere a come siamo, sarà non far lavorare troppo le nostre parti assassine, sarà fidarsi che la frizione è quello che dà forma alla nostra vita, quello che ci permette di realizzare noi stessi, che ci darà quell’appagamento che cerchiamo con la vittoria. Non ha importanza se non siamo i primi assoluti, i meglio classificati in qualche fantomatica corsa inventata solo dalla nostra fantasia. Se siamo in grado di esistere, dando voce a chi siamo, con tutte le nostre sfaccettature, avremo vjnto tutto quello che c’era da vincere. Perché anche i grandi campioni, quando vincono, non lo fanno perché sono compatititivi ma perché sono nel fluire come racconta Bob Beamon [box] “È stato come saltare attraverso un ostacolo, come correre in una galleria, con pareti di vibrante silenzio, il tempo si è fermato, ho avuto pieno accesso a tutti i miei muscoli, a tutto il corpo, le mie sensazioni sono state brillanti, c’era un senso di gioia e di amore” Bob Beamon[/box]
Bob Beamon non riuscì più ad eguagliare il suo record – che rimase imbattuto per 45 anni. Eppure l’aveva fatto. Non perché in quel momento era in competizione ma perché era una persona in affanno che lasciò andare. Al di là del controllo si permise di essere chi era. Non ci riuscì più. Forse perché, dopo, entrò in competizione con se stesso e fece fatica a darsi una disciplina.
Venendo a noi
La storia di Bob Beamon è una incredibile storia umana prima che sportiva ma, venendo a noi, possiamo dire che non ha importanza quanto abbiamo tradito l’accettazione nei nostri confronti. Né quante capacità abbiamo. Potremmo accorgerci che stare sul cuscino da meditazione e incontrare noi stessi è un vero tormento. Perché ci mette di fronte ai nostri punti di frizione. A quello che, nella nostra vita, stride con l’idea che ci eravamo fatti di come sarebbero andate le cose. Anzi, potremmo scoprire che è un tormento anche se non ci mettiamo seduti sul cuscino. Perché la nostra voce autocritica è sempre accesa. Eppure, alla fine, non è importante da dove partiamo: è importante quante volte ci ricordiamo che accettarci – e accettare – è possibile. Che possiamo farlo. Proprio qui. Proprio ora
© Nicoletta Cinotti 2017
Eventi correlati
Verso un’accettazione radicale, Ritiro di bioenergetica e mindfulness, 22 – 24 Settembre, Giaiette, Genova
Vivere nell’ispirazione non è solo per i poeti
Oggi la citazione è di Wislawa Szymborska. Trovi il testo completo nella raccolta “I momenti speciali“(pdf) la collezione delle poesie inviate dai lettori nelle ultime settimane. Sono le poesie che hanno segnato un momento speciale della nostra vita
Cos’è l’ispirazione?
Ho menzionato l’ispirazione. Alla domanda su cosa essa sia, ammesso che esista, i poeti contemporanei danno risposte evasive. Non perché non abbiano mai sentito il beneficio di tale impulso interiore. Il motivo è un altro. Non è facile spiegare a qualcuno qualcosa che noi stessi non capiamo. Anch’io talvolta, di fronte a questa domanda, eludo la sostanza della cosa.
L’ispirazione non è un privilegio da poeti
Ma rispondo così: l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire una incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi.
L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.
Di persone così non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurarsi da vivere, lavora perché deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro.
Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.
Posso dire pertanto che se è vero che tolgo ai poeti il monopolio del- l’ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dal- la sorte.
A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno basta loro una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società.
L’importanza di non sapere
Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”.
Piccole, ma alate.
Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra.
Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so” sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.
(Trovi il testo completo di questo discorso fatto durante la cerimonia di assegnazione del premio Nobel qui oppure nella raccolta di poesie I momenti speciali)
© www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici 2017
La differenza tra rimuginare e riflettere
La linea di divisione tra il vano rimuginare e le riflessioni produttive sta in questo: se approdiamo a qualche intuizione o a un tentativo di soluzione e quindi abbandoniamo quei pensieri, oppure se continuiamo a ritornare ossessivamente sulle stesse preoccupazioni.
Quando perdiamo la concentrazione, il nostro rendimento cala in maniera proporzionale. Per esempio, un test condotto su atleti di alcuni college ha individuato una correlazione significativa fra la loro minore o maggiore tendenza a lasciarsi distrarre dall’ansia e i risultati, positivi o negativi, che otterranno nella stagione successiva. La capacità di mettere a fuoco un singolo oggetto ignorando tutto il resto risiede nelle regioni prefrontali del cervello, dove alcuni circuiti neurali specializzati rafforzano i segnali su cui vogliamo concentrarci (quella specifica e-mail) e smorzano quelli che scegliamo di ignorare (le persone che stanno chiacchierando al tavolo accanto).
Dato che per concentrarci dobbiamo mettere a tacere anche le nostre distrazioni emotive, il circuito neurale dell’attenzione selettiva include quello per l’inibizione delle emozioni: ciò significa che le persone che si concentrano meglio sono relativamente immuni ai tumulti emotivi, hanno minore difficoltà a mantenersi imperturbabili nei momenti di crisi e restano stabili in mezzo al flusso di emozioni della vita.
Nei casi più gravi, l’incapacità di abbandonare un oggetto di attenzione per soffermarsi su altri può far sì che la mente si ritrovi a rimuginare senza fine ripercorrendo sempre gli stessi circoli di preoccupazioni, in uno stato di ansia cronica. Agli estremi della patologia clinica, ciò può voler dire perdersi in quelle sequenze di pensieri di disperazione, impotenza e autocommiserazione che caratterizzano la depressione, o in quelle interminabili ripetizioni di idee o atti rituali (come toccare cinquanta volte la porta prima di uscire) che contraddistinguono la sindrome ossessivo-compulsiva.
La capacità di distogliere l’attenzione da una cosa per spostarla su un’altra è fondamentale per il nostro benessere. Quanto più è forte la nostra attenzione selettiva, tanto più possiamo rimanere assorbiti da quello che stiamo facendo: farci travolgere da una scena commovente di un film, per esempio, o lasciarci colpire in profondità da un passo poetico particolarmente coinvolgente. Una forte concentrazione permette ai ragazzi di «perdersi» in YouTube o nei loro compiti fino al punto di non accorgersi dell’eventuale trambusto attorno a loro.Le persone concentrate possono essere individuate con facilità in una festa: sono quelle che riescono a immergersi in una conversazione, tenendo gli occhi fissi sul loro interlocutore e recependo tutte le sue parole anche se, magari, vicino a loro c’è qualcuno che canta a squarciagola l’ultimo successo dei Beastie Boys. Le persone non concentrate, invece, sono in perenne agitazione: i loro occhi vagano spostandosi su tutto ciò che li attira e la loro attenzione non si ferma su niente.
Richard Davidson, un neuroscienziato della University of Wisconsin, annovera la concentrazione in un piccolo gruppo di abilità vitali essenziali, ognuna basata su un sistema neurale separato, le quali ci guidano attraverso le turbolenze della nostra esistenza interiore, delle nostre relazioni e di tutte le sfide che la vita ci pone davanti. Secondo le ricerche di Davidson, nei momenti di acuta concentrazione i circuiti chiave della corteccia prefrontale entrano in uno stato di sincronia, da lui definito «aggancio di fase», con l’oggetto di quel fascio di consapevolezza: se una persona preme un bottone quando sente un determinato suono, i segnali elettrici nella sua area prefrontale si accendono in perfetta sincronia con quel suono. L’aggancio neurale si rafforza con l’aumentare della concentrazione; se però al posto di quest’ultima c’è un’accozzaglia di pensieri, la sincronia svanisce. Questa perdita di sincronia è il tratto caratteristico delle persone affette dalla sindrome da deficit di attenzione.
Quando la nostra attenzione è focalizzata, impariamo meglio. Se ci concentriamo su quello che stiamo studiando, il cervello mappa le informazioni su ciò che già conosciamo creando nuove connessioni neurali. Se prendete un bambino piccolo e nominate un oggetto a cui state prestando entrambi attenzione, ne imparerà il nome; ma se mentre lo pronunciate la sua attenzione sta vagando, non se lo ricorderà. Quando la nostra mente è distratta, il cervello attiva una serie di circuiti neurali riferiti a cose che non hanno nulla a che fare con ciò che stiamo cercando di apprendere. In assenza di concentrazione, non viene immagazzinato nessun nuovo ricordo di quello che stiamo imparando. I fattori di distrazione più potenti sono le nostre emozioni: tutto ciò che è in grado di suscitare in noi forti sensazioni attira la nostra attenzione. Le persone più concentrate sono comunque in grado di resistere a questa attrazione magnetica e di mantenere focalizzata altrove la loro attenzione.
Daniel Goleman, Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione
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www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici
Verso un’accettazione radicale
Parlare di accettazione non è semplice. ci sono molte cose che nella nostra vita suscitano avversione, ribellione, rabbia o rifiuto. E ci sembra di avere pienamente ragione a non volerle.
Eppure sono già lì. Forse non sappiamo nemmeno come ci sono entrate. Forse ci colpevolizziamo proprio perché, in qualche modo, ci sembra di essere stati noi ad aprire la porta all’indesiderato. In entrambi i casi lottare sarebbe, come dice Danna Faulds un modo per farsi trascinare dalla corrente, dalla forza che ciò che esiste ha in sé e per sé.
Così l’accettazione declina diversi passaggi: il riconoscere ciò che è presente. Il riconoscere i modi in cui noi abbiamo permesso che diventasse presente, senza entrare nel biasimo o nel senso di colpa. E l’accettare che non abbiamo il controllo sulla nostra vita né su quella degli altri. Che l’indesiderabile può arrivare e questo non significa che non abbiamo valore. Né che abbiamo fallito.
Questo movimento, il movimento del corpo e della mente che è legato al permettere, consente di tornare in possesso della propria forza, e consente di dirigere le nostre energie verso la crescita, anziché verso la lotta. Ecco come nasce il ritiro di settembre “Verso un’accettazione radicale”. Si terrà a Giaiette, in provincia di Genova. Al limitare del bosco, vicino ad un piccolo lago zen che ha accolto già tante ore di pratica.
Sarà a settembre perché quello è un mese di transizione tra le vacanze e la ripresa dell’attività e nella transizione noi siamo più aperti. Sarà in gruppo perché niente è più grande della pratica condivisa.
E poi, siccome il fiore inizia a muoversi molto prima di arrivare a spuntare dalla terra, dal momento in cui ti iscriverai riceverai file audio di pratica. Per coltivare il momento dell’inizio. Per accompagnare il momento dopo la fine del ritiro.
Per iscriverti guarda la scheda evento (Clicca sulle parole in grassetto)
Buona estate!
©Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
La voce critica, le intenzioni e il futuro del sé
Nella diretta di sabato su Instagram ho letto qualche brano di una poesia di Roger McGough, Il blocco dello scrittore. Un atteggiamento di critica interiore è, spesso, una specie di sottofondo delle nostre giornate, proprio rispetto a ciò che ci rende più vulnerabili, come la procrastinazione. La nostra voce critica a volte è più intensa, a volte più sottile, raramente assente. Facciamo una scelta e la nostra voce interna critica quello che abbiamo fatto.
Oppure promuove improvvisamente la decisione opposta; perchè una caratteristica della critica interiore è proprio il fatto che non è giusto andare a destra ma nemmeno a sinistra. In una parola qualsiasi cosa scegliamo ha il merito di essere sbagliata! I danni che la nostra auto-critica può produrre sono seri: può minacciare il nostro benessere, svalutare e distruggere la nostra creatività, attaccando quello che stiamo facendo quand’è solo all’inizio e quindi tenero e vulnerabile.
La nostra voce auto-critica attacca qualsiasi cosa gli stia davanti. È per questo che la prima cosa che dobbiamo fare è riconoscerla per quello che è: l’espressione della nostra paura di vivere.
Come possiamo affrontare la nostra voce critica?
Il primo passo è proprio riconoscerla: prendere atto che è l’ennesima espressione dell’ostilità che proviamo nei nostri confronti. Ostilità nei nostri confronti? Si, proprio così! Anche se è difficile ammetterlo noi siamo piuttosto ostili nei confronti di noi stessi. Non tolleriamo l’imperfezione, non tolleriamo i fallimenti, non tolleriamo gli scarsi risultati. Tutto quello che ci accade e che imputiamo ad una nostra personale inadeguatezza ci suscita ostilità e va ad alimentare la nostra voce critica interiore. Potremmo anche darle un nome. La mia la riconosco piuttosto bene. So quando arriva e, soprattutto, so quanto rompe….Darle un nome mi è stato utile: mi ha permesso di cogliere l’ironia della situazione e la sia incontentabilità.
Sicuramente la nostra voce interiore è una sorta di eredità della nostra infanzia quando il nostro Sé ideale si andava formando e ci dava consigli su come crescere. Lo scopo era quello di darci una indicazione di comportamento, mantenendo una parte di noi libera da errori. Una funzione protettiva e una sorta di introiezione del genitore. Poi il gioco le ha preso la mano. O meglio ad un certo punto, anziché trasformarsi in saggezza e capacità di riflessione è diventata un aspetto un po’ automatico. Un piccolo, o grande, brontolio costante.
Il futuro
Lo scopo è anche quello di prevenire danni futuri nella convinzione che la nostra felicità possa essere coltivata attraverso il rimprovero relativo ai nostri errori. La nostra proiezione del futuro diventa così una sorta di Super Super ego brontolone e falsamente saggio. Non viene proprio voglia di andare avanti! Inoltre a volte diventa così pervasivo che è proprio questa voce autocritica la ragione del nostro fallimento. Quanti di noi hanno avuto ottimi risultati in allenamento e pessime prestazioni in gara? Quanti di noi si sono preparati benissimo per un incontro importante e hanno fatto una gaffe clamorosa? Molto spesso dobbiamo proprio ringraziare la nostra voce autocritica che, ad un certo punto, fa talmente crescere il nostro senso di ansia che non riusciamo a fare nulla: rimaniamo paralizzati anziché esprimere liberamente la nostra creatività.
Quante volte rivedere un vecchio film?
Capita a tutti di andare a vedere il film di un regista che amiamo e rimanere delusi. Magari lo rivediamo un’altra volta per capire se davvero non c’è piaciuto ma non passiamo il resto della nostra vita a rivederlo per criticare come è stato fatto. Bene con i nostri errori facciamo così: li ripassiamo in moviola più volte e quando siamo di cattivo umore andiamo a ripescarli così, tanto per farci male. Abbiamo bisogno di imparare dai nostri errori ma visto un paio di volte l’errore abbiamo anche bisogno di andare avanti e di far crescere modalità diverse di relazione con il futuro. Ecco perchè mettere le intenzioni è così importante.
Abbiamo bisogno di imparare dai nostri errori e di cambiare la relazione con il nostro Sè futuro: non possiamo lasciare il futuro del nostro Sé sia in mano alla nostra voce critica. Se facciamo così ci distruggiamo. Cambiare la relazione tra l’errore e l’apprendimento, il passato e il futuro, procedere mettendo le intenzioni sarà il tema del prossimo gruppo residenziale: perchè, a volte per mettere in pratica questi cambiamenti abbiamo bisogno di un supporto esterno!
Non dare energia ai pensieri distruttivi
Non possiamo dire che la nostra intelligenza sia uno strumento da poco: ci permette tantissime cose. Dobbiamo però ammettere che la mente produce pensieri, proprio come i polmoni respirano, i reni filtrano liquidi e il cuore batte. Non tutti i pensieri che produce la mente sono buoni. Ci sono dei pensieri che ci sostengono e altri che ci abbattono. Sarebbe una buona idea sostenere i primi e lasciar andare i secondi. Per farlo è importante che anche il nostro corpo sia disponibile a cedere, a lasciar andare, ad ammorbidirsi e a svegliarsi a nuove percezioni. Se smettiamo di alimentare la critica interiore, nutrendola con ulteriore attenzione, stiamo meglio. Molto meglio
Possiamo ascoltare la nostra voce critica e togliere la rabbia, il tormento, i confronti invidiosi tra noi e gli altri e vedere cosa rimane se la alleggeriamo. Forse in questo modo possiamo far emergere la nostra saggezza e la nostra determinazione. Possiamo portare la nostra intenzione nella nostra pratica e considerare l’emergere degli ostacoli non come un segno del nostro fallimento ma come una espressione della nostra possibilità di andare oltre. Di andare in una direzione che sia finalmente scelta senza farsi fermare dagli ostacoli. Fanno parte del percorso. Basta dargli una dimensione.
Possiamo portare le intenzioni della nostra pratica di Metta per curare la nostra parte critica, perchè alla fine esprime la nostra ansia e la nostra paura. Cosa mi succederà se sbaglio, se fallisco, se perdo la mia capacità di lavorare? Ricordandoci che, spesso, è proprio la nostra assurda paura di sbagliare che ci fa sbagliare.
Un fondo di verità
Spesso la nostra voce critica ha un fondo di verità ma questo non giustifica l’ostilità verso di noi né la violenza con la quale si esprime. Un fondo di verità non è tutta la verità. È una parte dello scenario che si basa su una visione defettiva del Sé. Si basa sull’idea che il nostro sé sia limitato e che le nostre azioni possano ulteriormente limitarlo. Si nutre di paragoni, comparazioni, misure tra passato e futuro senza nessuna reale aderenza al momento presente e alla sua realtà. Non è questa la visione che coltiviamo negli approcci contemplativi alla psicoterapia. Quando la nostra mente diventa quieta e riposiamo nel momento presente, non c’è passato o futuro che contino, non ci sono paragoni. È da quella quieta e da quella immobilità che nasce la retta azione. E la nostra visione limitata di noi stessi si espande fino a diventare un enorme spazio di consapevolezza in cui sensazioni, pensieri, voci possono andare e venire. Ogni cosa è proprio com’è, perfetta com’è. Parte di una completezza più ampia di noi. E in questo luogo che possiamo dire che la nostra perfezione sta nell’interezza, nella temporanea coesistenza di tanti aspetti diversi di quello che chiamiamo il nostro sé.
