Ogni giorno
penso alla morte.
Alla malattia, alla carestia,
alla violenza, al terrorismo, alla guerra,
alla fine del mondo.
Aiuta,
tiene la mente lontana dalle cose.
Roger McGough, Eclissi quotidiane, Medusa Edizioni. Traduzioni di Franco Nasi
Ogni giorno
penso alla morte.
Alla malattia, alla carestia,
alla violenza, al terrorismo, alla guerra,
alla fine del mondo.
Aiuta,
tiene la mente lontana dalle cose.
Roger McGough, Eclissi quotidiane, Medusa Edizioni. Traduzioni di Franco Nasi
C’è una storia che riguarda il Buddha. Racconta che ad un certo punto il demone Mara iniziò a rimproverarlo, “Perché sei sdraiato? Sei stordito o ubriaco? Non hai qualche obiettivo da raggiungere? “Il Buddha riconobbe Mara e disse: “Non sono ubriaco o in stato di stordimento. Ho raggiunto la meta e sono libero dal dolore. Mi sdraio pieno di compassione per gli esseri viventi”. A quel punto Mara capì che non sarebbe riuscita a smuoverlo e scomparve. Il nostro Critico interiore assomiglia a Mara: se non viene riconosciuto e contenuto, crea uno schema di commenti interiori negativi che possono minare il nostro benessere e distruggere la nostra creatività, attaccando il nostro lavoro anche quando siamo all’inizio (o soprattutto quando siamo all’inizio) finendo per distruggere quello che facciamo e/o impedirci di costruire. Se lo riconosciamo, come Mara, può svanire. Riconoscerlo vuol dire non credere alle sue parole.
Il Critico interiore attacca qualsiasi cosa gli si presenti davanti. Per esempio, se non si va a un ritiro di meditazione ci rimprovera perché non siamo andati. Se invece si va al ritiro, ci rimprovera perché abbiamo sprecato tanto tempo a sognare ad occhi aperti . “Avresti dovuto rimanere a casa, è tutto inutile”. È importante riconoscere la nostra voce critica come una singola voce tra le tante.
Noi possiamo riconoscerla come una delle voci Interiori, non come la verità, e chiedere come mai si agita tanto. Chiedergli come mai tende a rivedere i nostri errori all’infinito, forse nel tentativo di prevenire fallimenti futuri, convinta che il modo migliore per assicurarci la felicità sia il rimprovero. In realtà sta rubando la nostra innata capacità di essere felici. Con l’avanzare dell’età, può infiltrarsi nella nostra mente in modo così profondo che non ci rendiamo conto di essere caduti in uno schema di pensiero negativo su noi stessi, che suscita vergogna e inibisce le azioni e i cambiamenti. Rimaniamo bloccati per timore di venir rimproverati.
Quando accade questo le persone iniziano a pensare a sé stesse come “difettose” o “rotte”. Dobbiamo dire al critico interiore che non siamo stupidi. È utile avere una prospettiva sui danni che può provocare un forte critico interiore. Immagina di sentire un genitore che rimprovera usando le stesse parole che usa la tua voce critica. Credo che semplicemente immaginare questa scena ci faccia rendere conto di come il cambiamento diventi, in questo caso, una strada chiusa. Nessuno può prosperare sotto questo schema di attacchi negativi. Eppure permettiamo al nostro critico interiore di attaccarci in questo modo, ripetutamente.
In Alaska ci sono due tribù di Indiani Tlingit e quando una di esse ha bisogno di un edificio nuovo chiede all’altra di venire a costruirlo. Durante i lavori, la tribù che ha fatto appello, prepara i ringraziamenti per i lavoranti mettendo pesci secchi ed altre leccornie e tessendo per loro coperte di lana. A costruzione finita c’è una festa in cui vengono consegnati i doni di ringraziamento. Non perché il lavoro che è stato fatto è perfetto ma perché è stato fatto.
Grazie a questa antica tradizione, la generosità di una tribù e la gratitudine dell’altra creano un forte legame tra di esse. Immagina come sarebbe se i doni venissero consegnati come premio solo dopo aver verificato che tutto sia fatto a opera d’arte. Oppure dopo aver seguito i lavori con rimproveri e correzioni al fine che fosse di gradimento della tribù che l’aveva richiesto.
La gratitudine addolcisce gli spigoli taglienti della vita anche nelle piccole gentilezze di tutti i giorni, come uno sconosciuto che ci tiene la porta aperta o che ci fa notare le luci della macchina accese o ci cambia una banconota in monetine per la macchinetta del caffè. Quando una persona rende un servizio ad un’altra, anche nella maniera più semplice, nasce una gioia particolare da cui entrambi possono attingere. Colui che da e colui che riceve, scrisse un poeta: “Si elevano insieme al regalo”. Lo scambio è per entrambi una breve interruzione della febbrile ricerca degli scopi personali, un momento in cui siamo in quel flusso di sentimento che si stabilisce laddove c’è un dare.
I doni scambiati possono anche essere sottili – un sorriso rassicurante, una parola di conforto, al momento giusto possono essere regali preziosi. Possiamo farli a noi stessi senza aspettare che sia un’altra persona a farlo? possiamo diventare buoni genitori di noi stessi o preferiamo rimanere maestri esigenti?
Nella pratica di mindfulness ci sono due tipi di pensieri: quelli afflittivi e quelli salutari. I pensieri afflittivi ci allontanano dalla serenità che dichiariamo di cercare: è urgente smettere di nutrire la nostra parte critica. Basta non credergli per indebolirla e invece lottiamo perché questa voce critica non si manifesti più, perdendo ulteriori energie in una missione impossibile. Il punto non è non avere più una voce critica (e, d’altra parte, l’abbiamo coltivata per anni) ma non nutrirla credendo alle sue parole.
Quando riusciamo ad ascoltare ciò che dice il Critico e a togliere la rabbia, il pungolo, i paragoni invidiosi tra noi e gli altri, allora si trasforma nella voce della saggezza e della determinazione. L’alternativa è coltivare, attraverso la pratica di metta, la gentilezza amorevole, ogni volta che arriva la voce critica, per avere almeno un coro a due voci.
Possiamo espirare le frasi di Metta: “Che io possa essere libero dall’ansia e dalla paura. Che io possa essere a mio agio“. Possiamo anche rivolgere queste frasi al Critico interiore, perché, alla fine, è proprio la parte di noi che è cronicamente ansiosa e timorosa. Ha una paura disperata di commettere un errore, di perdere il lavoro, di non essere amato o amata, di diventare un senzatetto, di invecchiare, di ammalarsi e di morire, cosa che ovviamente prima o poi accadrà.
In effetti, spesso c’è un fondo di verità in ciò che dice il Critico interiore. Magari ho avuto sonnolenza durante l’ultima meditazione. Questo non significa che sono stupida o senza speranza. Significa solo che ho avuto un periodo di sonnolenza. Quando riesco ad ascoltare ciò che dice la voce critica e togliere la rabbia, il bruciore, i paragoni ingiuriosi nei miei confronti posso riconoscere, senza scandalizzarmi, il fondo di verità che c’è. Sì, ero assonnata.
L’unica cura sicura per il Critico interiore è la pratica. La nostra parte critica è ansiosa, teme l’imperfezione, si nutre di paragoni, di pensieri sul passato e sul futuro, di errori e di ansie, senza presa sul momento presente. È l’espressione più immediata della nostra mente di povertà. La pratica sposta la nostra attenzione su quello che c’è, lascia andare quello che manca. In questo piccolo ma enorme cambio di prospettiva, è in evitabile provare gratitudine, è inevitabile riprendere a crescere, senza aver bisogno del puntello della critica. Quando la nostra mente si calma, quando ci riposiamo nel presente, non c’è passato o futuro, non ci sono paragoni. Tutto è così com’è, perfetto al suo posto, interconnesso con ogni altro pezzo del tutto.
© Nicoletta Cinotti 2024
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/gratitudine-e-cambiamento/
In un esperimento condotto da alcuni psicologi dell’Università del Maryland, pubblicato nel 2001 ( Friedman R.S., Forster J., “The Effects of Promotion and Prevention Cues on Creativity”, Journal of personality and Social Psychology, 81, 2001), si chiese a degli studenti di fare un semplicissimo gioco con un labirinto. Forse qualcuno di voi lo ricorda per averlo fatto da bambino: bisognava tracciare una riga con una matita dal centro del labirinto fino all’uscita, senza staccare la matita dal foglio. Si chiedeva ai partecipanti, divisi in due gruppi, di risolvere il rompicapo, e l’obiettivo era quello di aiutare un topolino disegnato a raggiungere sano e salvo la sua tana.
C’era una variante, però: un gruppo si impegnava su una versione del labirinto che aveva anche un pezzo di formaggio dall’aspetto delizioso davanti alla tana, subito dopo l’uscita del labirinto stesso. In linguaggio tecnico questo è noto come enigma positivo o “orientato all’avvicinamento”. Nella versione dell’altro gruppo non c’era il formaggio, c’era invece la figura di una civetta che si librava, pronta a piombare sul topo in ogni istante e a catturarlo con i propri artigli. Quest’ultimo è noto come enigma negativo o “orientato all’evitamento”.
I due labirinti erano facili da percorrere e tutti li completarono nel giro di un paio di minuti. Gli effetti successivi del gioco sugli studenti, invece, furono ben diversi fra loro. Dopo averlo completato, i ragazzi erano stati invitati a fare un altro test, in apparenza scollegato, che misurava la creatività. Quelli che avevano evitato la civetta diedero risultati peggiori del 50% rispetto a quelli che avevano aiutato il topolino a trovare il formaggio. Venne fuori che, nella mente degli studenti, l’evitamento aveva spento la capacità di accedere alle diverse opzioni; aveva attivato in loro i circuiti di “avversione” lasciandoli con una persistente sensazione di paura e aumentando in loro la vigilanza e la cautela. Quello stato mentale aveva il duplice effetto di indebolire la creatività e ridurre la flessibilità della mente stessa.
Danny Penman, Mark Williams
© www.nicolettacinotti.net Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici” Foto di ©Giorgiodorian
Tutti noi abbiamo convinzioni paradossali. Sono paradossali perché quando le vediamo negli altri ci accorgiamo della loro follia. Peccato però che quando le pensiamo noi ci sembrano perfette verità. Ne faccio un elenco aggiornato: questo è il mio elenco ma, forse, può riguardare anche te!
Mi ripasso tutti i giorni questa lista e tutti i giorni mi stupisco di come, questi slogan, appaiono tra un pensiero e l’altro e di come chiudono la mente. Solo la nostra ricerca della felicità ci impedisce di vederla. La felicità è già qui e ci aspetta. Lei non ha altro da fare, nessun luogo da raggiungere, nessun miglioramento in agenda.
La felicità non può essere trovata
attraverso un grande sforzo e volontà
ma è già presente, nel rilassamento e nel lasciare andare. Lama Ghendun Rimpoche
Pratica di mindfulness: Lasciar andare
© Nicoletta Cinotti 2024 Le radici della felicità Ritiro di primavera
Quando pratichiamo, senza che ci sia una ragione chiara, iniziano a sorgere momenti di lucida consapevolezza. Momenti in cui qualcosa di nuovo ci appare nella sua chiarezza e verità. Non l’abbiamo cercato ma, respiro dopo respiro, è venuto a galla. Questa verità ha una forza che non possiamo negare o nascondere. Una forza che va al di là del dubbio. Chogyam Trungpa diceva che questi momenti di verità sono rari ma ci sono e possono arrivare in qualunque momento, indipendentemente dall’esperienza di chi pratica. Sono il nostro piccolo premio per la fedeltà alla pratica.
Questi momenti – verità non sono però solo un premio: sono le basi sulle quali facciamo crescere la nostra saggezza. Non possiamo maturare e crescere in saggezza se non abbiamo guardato la verità. La nostra verità soggettiva. La verità su di noi.
Così, momento-verità dopo momento-verità impariamo a guardare alle cose che accadono da una diversa prospettiva. Quella della saggezza che nasce dall’aver maturato un’esperienza e non solo dall’averla fatta.
Se non abbiamo idea della nostra verità non avremo saggezza e dovremo sempre ricorrere al parere degli esperti che ci diranno una verità buona per tutti ma non specifica per noi.
Così praticare è coltivare verità e saggezza.
La saggezza non è qualcosa che ha a che fare con le risposte. Piuttosto è il potere di fare domande e sviluppare una capacità esplorativa che attraversi le menzogne su di noi. Lion’s Roar
Pratica di Mindfulness: Be water
© Nicoletta Cinotti 2024 Il Programma di Mindful Self-compassion
Quando incontriamo una tensione o difficoltà, il primo livello di risposta, forse quello più istintivo, è un estendersi della tensione in tutto il corpo. Può non essere una tensione forte ma diventa una specie di rumore di sottofondo che dichiara una situazione di allerta. Ci predispone alla lotta e alla difesa. E attiva una reazione avversativa rispetto a qualcosa che è già entrato nella nostra vita. Questo è l’interruttore: non abbiamo controllato cosa stava succedendo. Ce lo siamo ritrovato davanti e il senso d’impotenza che può generare ci spinge a combattere.
Surrender, la resa, non è però una posizione impotente: è una posizione di fiera dignità che abbraccia la realtà così com’è. È un momento definito quello in cui avviene la resa e, spesso, è un momento luminoso. Mentre l’impotenza è fatta di paura, passività e impossibilità, la resa alla realtà così com’è dichiara che abbiamo visto ciò che c’era da vedere, compreso quella che c’era da comprendere.
La resa non è il momento della sconfitta: è il momento del cambiamento. Quello in cui rinunciamo a coltivare le nostre illusioni e iniziamo a muovere le nostre forze nella giusta direzione.
Possiamo coltivare questo atteggiamento interiore in ogni momento attraverso la cura del corpo. Perché è il corpo il primo rilevatore della nostra avversione verso la realtà, costruendo tensioni reattive. E tensione dopo tensione, quasi senza accorgercene, ci mettiamo nella lotta. Una lotta che ci allontana dalla realtà. Così, più volte al giorno, possiamo prenderci cura della nostra resa al momento presente, abbassando il rumore della tensione con brevissimi momenti di pratica. Non occorre chiudere gli occhi: occorre sentire il corpo.
L’idea della resa è impopolare per l’individuo moderno, il cui orientamento si basa sull’idea che la vita sia una lotta, un combattimento, o quanto meno una contesa. Molte persone considerano la vita un’attività che tende a un qualche conseguimento, a un qualche successo. L’identità personale spesso è più legata all’attività della persona che al suo essere.(…)Noi non viviamo in virtù della nostra volontà: la volontà è impotente a regolare o coordinare i complessi processi biochimici e biofisici del corpo, è impotente a influire sul metabolismo del corpo, da cui dipende la nostra vita. E questo è un concetto molto rassicurante perché, se fosse vero il contrario, la vita si spezzerebbe al primo fallimento della volontà. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: Addolcire, confortarsi aprire
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBCT online
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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