
C’è una storia che riguarda il Buddha. Racconta che ad un certo punto il demone Mara iniziò a rimproverarlo, “Perché sei sdraiato? Sei stordito o ubriaco? Non hai qualche obiettivo da raggiungere? “Il Buddha riconobbe Mara e disse: “Non sono ubriaco o in stato di stordimento. Ho raggiunto la meta e sono libero dal dolore. Mi sdraio pieno di compassione per gli esseri viventi”. A quel punto Mara capì che non sarebbe riuscita a smuoverlo e scomparve. Il nostro Critico interiore assomiglia a Mara: se non viene riconosciuto e contenuto, crea uno schema di commenti interiori negativi che possono minare il nostro benessere e distruggere la nostra creatività, attaccando il nostro lavoro anche quando siamo all’inizio (o soprattutto quando siamo all’inizio) finendo per distruggere quello che facciamo e/o impedirci di costruire. Se lo riconosciamo, come Mara, può svanire. Riconoscerlo vuol dire non credere alle sue parole.
Gli attacchi
Il Critico interiore attacca qualsiasi cosa gli si presenti davanti. Per esempio, se non si va a un ritiro di meditazione ci rimprovera perché non siamo andati. Se invece si va al ritiro, ci rimprovera perché abbiamo sprecato tanto tempo a sognare ad occhi aperti . “Avresti dovuto rimanere a casa, è tutto inutile”. È importante riconoscere la nostra voce critica come una singola voce tra le tante.
Noi possiamo riconoscerla come una delle voci Interiori, non come la verità, e chiedere come mai si agita tanto. Chiedergli come mai tende a rivedere i nostri errori all’infinito, forse nel tentativo di prevenire fallimenti futuri, convinta che il modo migliore per assicurarci la felicità sia il rimprovero. In realtà sta rubando la nostra innata capacità di essere felici. Con l’avanzare dell’età, può infiltrarsi nella nostra mente in modo così profondo che non ci rendiamo conto di essere caduti in uno schema di pensiero negativo su noi stessi, che suscita vergogna e inibisce le azioni e i cambiamenti. Rimaniamo bloccati per timore di venir rimproverati.
Quando accade questo le persone iniziano a pensare a sé stesse come “difettose” o “rotte”. Dobbiamo dire al critico interiore che non siamo stupidi. È utile avere una prospettiva sui danni che può provocare un forte critico interiore. Immagina di sentire un genitore che rimprovera usando le stesse parole che usa la tua voce critica. Credo che semplicemente immaginare questa scena ci faccia rendere conto di come il cambiamento diventi, in questo caso, una strada chiusa. Nessuno può prosperare sotto questo schema di attacchi negativi. Eppure permettiamo al nostro critico interiore di attaccarci in questo modo, ripetutamente.
La generosità di una tribù
In Alaska ci sono due tribù di Indiani Tlingit e quando una di esse ha bisogno di un edificio nuovo chiede all’altra di venire a costruirlo. Durante i lavori, la tribù che ha fatto appello, prepara i ringraziamenti per i lavoranti mettendo pesci secchi ed altre leccornie e tessendo per loro coperte di lana. A costruzione finita c’è una festa in cui vengono consegnati i doni di ringraziamento. Non perché il lavoro che è stato fatto è perfetto ma perché è stato fatto.
Grazie a questa antica tradizione, la generosità di una tribù e la gratitudine dell’altra creano un forte legame tra di esse. Immagina come sarebbe se i doni venissero consegnati come premio solo dopo aver verificato che tutto sia fatto a opera d’arte. Oppure dopo aver seguito i lavori con rimproveri e correzioni al fine che fosse di gradimento della tribù che l’aveva richiesto.
Gli spigoli taglienti
La gratitudine addolcisce gli spigoli taglienti della vita anche nelle piccole gentilezze di tutti i giorni, come uno sconosciuto che ci tiene la porta aperta o che ci fa notare le luci della macchina accese o ci cambia una banconota in monetine per la macchinetta del caffè. Quando una persona rende un servizio ad un’altra, anche nella maniera più semplice, nasce una gioia particolare da cui entrambi possono attingere. Colui che da e colui che riceve, scrisse un poeta: “Si elevano insieme al regalo”. Lo scambio è per entrambi una breve interruzione della febbrile ricerca degli scopi personali, un momento in cui siamo in quel flusso di sentimento che si stabilisce laddove c’è un dare.
I doni scambiati possono anche essere sottili – un sorriso rassicurante, una parola di conforto, al momento giusto possono essere regali preziosi. Possiamo farli a noi stessi senza aspettare che sia un’altra persona a farlo? possiamo diventare buoni genitori di noi stessi o preferiamo rimanere maestri esigenti?
I pensieri salutari
Nella pratica di mindfulness ci sono due tipi di pensieri: quelli afflittivi e quelli salutari. I pensieri afflittivi ci allontanano dalla serenità che dichiariamo di cercare: è urgente smettere di nutrire la nostra parte critica. Basta non credergli per indebolirla e invece lottiamo perché questa voce critica non si manifesti più, perdendo ulteriori energie in una missione impossibile. Il punto non è non avere più una voce critica (e, d’altra parte, l’abbiamo coltivata per anni) ma non nutrirla credendo alle sue parole.
Quando riusciamo ad ascoltare ciò che dice il Critico e a togliere la rabbia, il pungolo, i paragoni invidiosi tra noi e gli altri, allora si trasforma nella voce della saggezza e della determinazione. L’alternativa è coltivare, attraverso la pratica di metta, la gentilezza amorevole, ogni volta che arriva la voce critica, per avere almeno un coro a due voci.
Possiamo espirare le frasi di Metta: “Che io possa essere libero dall’ansia e dalla paura. Che io possa essere a mio agio“. Possiamo anche rivolgere queste frasi al Critico interiore, perché, alla fine, è proprio la parte di noi che è cronicamente ansiosa e timorosa. Ha una paura disperata di commettere un errore, di perdere il lavoro, di non essere amato o amata, di diventare un senzatetto, di invecchiare, di ammalarsi e di morire, cosa che ovviamente prima o poi accadrà.
L’ansia del critico o della critica interiore
In effetti, spesso c’è un fondo di verità in ciò che dice il Critico interiore. Magari ho avuto sonnolenza durante l’ultima meditazione. Questo non significa che sono stupida o senza speranza. Significa solo che ho avuto un periodo di sonnolenza. Quando riesco ad ascoltare ciò che dice la voce critica e togliere la rabbia, il bruciore, i paragoni ingiuriosi nei miei confronti posso riconoscere, senza scandalizzarmi, il fondo di verità che c’è. Sì, ero assonnata.
L’unica cura sicura per il Critico interiore è la pratica. La nostra parte critica è ansiosa, teme l’imperfezione, si nutre di paragoni, di pensieri sul passato e sul futuro, di errori e di ansie, senza presa sul momento presente. È l’espressione più immediata della nostra mente di povertà. La pratica sposta la nostra attenzione su quello che c’è, lascia andare quello che manca. In questo piccolo ma enorme cambio di prospettiva, è in evitabile provare gratitudine, è inevitabile riprendere a crescere, senza aver bisogno del puntello della critica. Quando la nostra mente si calma, quando ci riposiamo nel presente, non c’è passato o futuro, non ci sono paragoni. Tutto è così com’è, perfetto al suo posto, interconnesso con ogni altro pezzo del tutto.
© Nicoletta Cinotti 2024
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/gratitudine-e-cambiamento/
