Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
ritiro
Cosa c’è di nuovo nella cura con la Mindfulness?
Gli ultimi vent’anni sono stati attraversati dal vento della mindfulness, nelle diverse aree di cura. Un vento che ha portato semi nuovi e diffuso un approccio diverso alla cura di disturbi sia fisici che emotivi. Troviamo così la mindfulness come medicina complementare nella patologie fisiche e nel trattamento della depressione o dei disturbi emotivi. Cosa la rende così versatile? Quali sono i suoi principi di base? Cos’è che rende diverso l’approccio mindfulness alla cura?
L’approccio difensivo alla cura
Sia in psicologia che in medicina la cura – nell’ultimo secolo – è passata attraverso la logica delle difese. Il sistema immunitario ci protegge dall’attacco di agenti patogeni; le difese psicologiche ci proteggono da attacchi di tipo emotivo. La salute è stata associata all’avere un sistema immunitario in regola e un sistema difensivo efficace. E la cura è stata vista come un modo per rafforzare l’efficacia difensiva.
Questo approccio difensivo alla cura – ha sottovalutato il costo del tenere attiva una difesa. E ha anche sottovalutato il costo – in termini energetici – di mantenere attivo preventivamente un sistema difensivo. Le difese dovrebbero funzionare nel momento in cui c’è un attacco e disattivarsi una volta che l’attacco si è concluso. In realtà, almeno psicologicamente, i sistemi difensivi rimangono attivati più del necessario e finiscono così per costruire sintomi che non sono legati al disturbo ma proprio all’attivazione difensiva.
Un esempio? I sintomi paranoidi spesso sono un effetto delle difese non della patologia che ha un carattere depressivo. Oppure, nel caso delle patologie cardiovascolari, sappiamo che il rischio di infarto miocardico è aumentato in persone che nutrono affetti negativi. Affetti negativi che sono il risultato di conflitti irrisolti e mantenuti attivi dalle difese stesse.
Abbiamo costruito una cultura della guerra e ne stiamo vedendo le conseguenze proprio in questo momento.
Passare alla logica delle risorse
Spostare l’attenzione sulle risorse personali – che è uno dei primi passi dell’approccio basato sulla mindfulness – diminuisce il senso di pericolo e sottolinea l’aspetto delle capacità mettendo – psicologicamente – in un clima positivo. Inoltre attiva le risposte del sistema connesso alla calma e alle relazioni sociali, integrando gli aspetti cognitivi e quelli emotivi.
L’uso sproporzionato della logica delle difese potrebbe essere responsabile della discrepanza che a volte viviamo tra pensiero ed emozioni
La nostra struttura di pensiero difensiva ci fa andare in una direzione che non è congruente con l’aspetto emotivo – so questa cosa ma non la sento è la frase che esprime questo conflitto – e dipende dal fatto che affidiamo in maniera eccessiva il processamento delle informazioni ai canali razionali e difensivi. Emotivamente avremmo bisogno di essere consolati ma, di fatto, – avendo attivato le nostre difese – abbiamo accesso ad una possibilità razionale di consolazione ma non affettiva.
Quali emozioni attivano le difese
Ci sono emozioni attivate dai nostri sistemi difensivi. Sono emozioni come la vergogna, l’umiliazione, l’autocritica.
Queste emozioni disinnescano le risposte legate al conforto sociale, alla calma e alla relazione tra esseri umani e spingono ad un comportamento di ritiro.
Sono emozioni presenti in una varietà di disturbi emotivi perché, come dicevo prima, sono connesse alla difesa e non al disturbo emotivo.
Sono emozioni trans-diagnostiche: ossia le provi sia se hai un disturbo ossessivo-compulsivo, che un disturbo dell’alimentazione, una depressione maggiore o semplicemente una condizione cronica di stress.Spostare l’attenzione sugli aspetti legati alle regolazione attraverso emozioni positive, delle emozioni relazionali, ha un duplice effetto: riduce la sensazione di pericolo e porta in contatto con gli altri proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di uscire dal ritiro prodotto dalla paura connessa alla minaccia.Facciamo un piccolo excursus e vediamo che cosa comporta avere attivo un sistema di autocritica
Il sistema di autocritica
Una delle ipotesi più accreditate sul nostro funzionamento ipotizza che esistano tre diversi schemi di risposta neuro-psico-fisiologica: 1) un sistema difensivo (attacco, fuga, freezing o accondiscendenza); 2) un sistema di ricerca delle risorse connesso all’eccitazione e alla ricerca di risposte connesse ai nostri desideri e un 3) sistema affiliativo connesso alle emozioni di calma, relazione e connessione. L’autocritica si attiva in collegamento con quello difensivo e comporta una disattivazione del sistema di calma e connessione sociale. Quando è attiva l’autocritica – o la critica – sembra che le nostre capacità di connessione sociale siano spente. Il pensiero diventa competitiva e le modalità cooperative passano in secondo piano. Diminuiscono gli scopi condivisi e aumentano gli scopi personali; se la cooperazione aumenta le risposte relazionali, la competitività sviluppa una sorta di contro – empatia che rende più difficile – se non impossibile – l’accesso alle modalità di calma e connessione relazionale.
La percezione della minaccia disattiva la riflessione
Di questo quadro fa parte anche il fatto che quando ci sentiamo minacciati da una minaccia interna – autocritica – o esterna – critica o attacco – la nostra capacità riflessiva decresce in maniera estremamente rilevante.
Essere riflessivi, quando si è in pericolo, non è detto che sia una buona qualità e quindi diamo la precedenza alle risposte impulsive e rapide.
Se questa condizione è transitoria non ci sono particolari problemi: al ripristinarsi della situazione di sicurezza, torna attiva anche la capacità riflessiva.
Se, invece, le nostre difese rimangono attive anche dopo che il pericolo è passato, è molto probabile che, con il tempo, si sviluppi un atteggiamento non riflessivo e non affettivo rispetto alle difficoltà che incontriamo.
Minaccia e depressione
La serotonina – neuromediatore connesso alle patologie depressive – svolge un ruolo nel sistema difensivo. Sappiamo che la depressione si accompagna ad una ridotta captazione della serotonina presente o ad una riduzione nella produzione di serotonina. La captazione della serotonina influenza lo stato di attivazione, la sua durata e le risposte usate per calmare la sensazione di pericolo. Meno serotonina abbiamo in circolazione, più prolungata sarà la sensazione di minaccia relativa ad uno stimolo percepito come pericoloso. La risposta depressiva però non è mediata solo dalla serotina. Anche la dopamina partecipa alle complesse modalità reattive che possono essere presenti in una situazione di depressione. Una aumentata produzione di dopamina attiva il sistema motivazionale legato al desiderio, all’eccitazione e alla realizzazione dei propri bisogni. In questo modo però abbiamo ben due sistemi che si attivano e che escludono la possibilità di modulazione legata al sistema della calma e della connessione sociale: il sistema difensivo e il sistema di ricerca delle risorse. Paradossalmente, più ci sentiamo infelici più possiamo tentare di spostare la soluzione sul piano motivazionale, aumentando il numero di azioni che possono comportare soddisfazione.
Le relazioni sociali e l’appagamento
Quello che accade con la mindfulness è che l’attenzione si sposta decisamente sul sistema connesso alla calma, alla connessione relazionale e alle sensazioni di appagamento. Passiamo quindi dalla ricerca di sicurezza (safety seeking) alla sensazione di sicurezza (safeness). Questo sistema genera uno stato di sollievo, offrendo una sensazione di quiete e serenità che aiuta a recuperare il nostro equilibrio. La felicità non è data da modalità competitive ma dalla sensazione di appagamento per ciò che è presente.
Questo sistema è connesso all’affetto e alla gentilezza ed è mediato dalle endorfine e dall’ossitocina e ha una funzione modulatrice sulle emozioni attivate dagli altri due sistemi. Se cerchiamo di lavorare solo sul sistema difensivo possiamo sottovalutare il fatto che, prima di tutto, abbiamo bisogno di calmarci.
[box] Potete non avere colpa per com’è la vostra mente, per le passioni, le paura e gli accessi d’ira che si agitano in essa, ma solo voi potete assumervi la responsabilità di addestrarla nella direzione della vostra felicità e quella degli altri. È come un giardino. Potete lasciare che il vostro giardino cresca e crescerà: vi germoglieranno erbacce e fiori ma potrebbe non piacervi il groviglio che si crea se lo abbandonate a se stesso. La stessa cosa accade con la mente. Quindi coltivare, praticare, focalizzarsi sugli aspetti della nostra mente che vogliamo incrementare è la strategia chiave se scegliamo di assumerci il controllo di essa. Paul Gilbert[/box]
Il cambiamento come cura e coltivazione
In questa prospettiva il cambiamento non è orientato dal sistema difensivo; è piuttosto una azione di coltivazione, di cura, in cui ognuno è responsabile del nutrimento che offre alla propria mente e del tipo di emozioni che coltiva nella propria vita quotidiana. Le strategie di autoregolazione emotiva funzionano quando sono connesse al sistema di regolazione appropriato. Quindi non sono i pensieri ad essere pericolosi ma la loro ripetizione. In questo senso l’azione di coltivazione è semplice e duplice: 1) spostare l’attenzione dai processi di pensiero a quelli sensoriali. 2) Focalizzare l’attenzione sul presente.
La rifocalizzazione dell’attenzione diventa un elemento basilare: permettere all’attenzione di vagare è come lasciare che le erbacce invadano il proprio giardino.
La retroazione
Le emozioni problematiche si mantengono attraverso un meccanismo di retroazione che coinvolge il corpo – con le tensioni fisiche – e i pensieri, con l’attivazione delle strategie difensive. Qui si inserisce il diverso approccio della mindfulness: l’autocritica, la ruminazione che caratterizzano la nostra attività mentale sono responsabili del prolungarsi del sistema difensivo. La ripetizione rafforza queste connessioni. La mindfulness le indebolisce rafforzando il sistema affiliativo basato sulla calma, sulla consolazione e sulle connessioni sociali.
Lo fa attraverso la capacità di distanziarsi, in modo compassionevole, dalle proprie tempeste emotive; disattivando la ripetizione degli stessi schemi di pensiero, sviluppando una base interiore di compassione e accettazione.
Imparare a consolarsi
Inutile dire che parte del nostro apprendimento alla consolazione deriva dalla nostra infanzia; dai nostri genitori. Così domande come “Come ti dimostravano affetto i tuoi genitori?“; “Come ti consolavano?“; “Come ti parlavano delle emozioni ?”, “Quando soffrivi come ti aiutavano?” sono domande che possono offrire molte informazioni sulle nostre capacità di auto-consolazione e reparenting. Se desideriamo spostare l’attenzione dal sistema difensivo alle abilità di consolazione è necessario esplorare come queste abilità funzionano e si realizzano. Potremmo scoprire così che una parte della cura mindfulness consiste in una progressiva esposizione verso ciò che temiamo. Perché questo sia possibile è necessario avere fiducia nelle nostre capacità di consolarci: altrimenti non ci esporremo mai alla ripetizione di vecchi traumi o alla realizzazione di nuove paure.
Alla fine di tutte queste domande – una resta suprema: Cosa potrebbe succedere se abbandonassimo l’autocritica come sistema di protezione? Chi diventeremmo se non usassimo più il bastone della vergogna e dell’umiliazione nei confronti di noi stessi?
Rispondere a queste domande ci permetterà di spostare la prevalenza dal sistema difensivo al sistema affiliativo di consolazione. Dal binomio passato/futuro, al presente. Dalla critica alla comprensione. Dalla severità alla compassione.
© Nicoletta Cinotti 2022
Questo articolo è tratto da Mindfulness ed emozioni, il mio ultimo libro. Se desideri approfondire lo trovi qui (Clicca sulle parole in grassetto)
Bibliografia
Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
Rebecca Crane, La terapia cognitiva basata sulla mindfulness
Christina Feldman, Compassion
Paul Gilbert, La terapia focalizzata sulla compassione
Paul Gilbert, The compassionate mind
Shambhala Publications, Radical Compassion (Scaricabile gratuitamente in formato kindle)
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/
Riprendere i sensi in bioenergetica
Forse, semplificando, potremmo dire che, tutto il lavoro bioenergetico è un modo per riprendere i sensi. In questo modo però mancheremmo di riconoscere che c’è un percorso che facciamo – nello sviluppo della classe – e che questo percorso ha alcune pietre miliari.
Consapevolezza, padronanza, espressività
Il sé corporeo – ossia quella percezione di sé come corpo – si organizza attorno a tre aspetti. Quelli che Lowen chiama le tre colonne del Sé corporeo: consapevolezza, padronanza ed espressività. Immaginiamo questi tre aspetti come separati ma reciprocamente interconnessi e alla ricerca di un continuo equilibrio tra di loro. Essere consapevoli in sé e per sé non è sufficiente se non è accompagnato da padronanza (ossia capacità di contenimento emotivo) e capacità di espressione. In realtà molto spesso noi viviamo uno squilibrio in uno di questi tre aspetti che influenza le nostre possibilità di funzionamento; magari siamo molto consapevoli e padroni di noi ma poco capaci di trovare delle forme espressive per ciò che sentiamo e pensiamo. Oppure siamo molto espressivi e consapevoli ma abbiamo poca padronanza e quindi quello che diciamo finisce per ritorcersi come un boomergang contro di noi.
Perché l’espressività è centrale?
Il fatto che parliamo di Sé corporeo ci può far – erroneamente – credere che stiamo parlando del singolo corpo, così come si esprime nello spazio e nel tempo. In realtà la capacità espressiva è così centrale perchè è l’anello che ci mette in relazione con il mondo: è l’aspetto comunicativo della nostra personalità. Inoltre tutte le tensioni si organizzano in risposta ad uno stimolo ambientale (almeno in bioenergetica. Per Freud invece molte difese erano in risposta alla forza degli stimoli interni) e quindi possiamo dire che l’aspetto espressivo è anche quello che – facendo da interfaccia con l’ambiente – fa da interruttore nell’organizzazione delle difese.
Guardando il nostro corpo possiamo comprendere non solo come ci sentiamo e qual è la nostra storia ma anche qual è la storia delle nostre relazioni. Quanto ci siamo protesi verso gli altri; quante risposte positive abbiamo incontrato; quante frustrazioni abbiamo sperimentato. Quanto siamo in grado di “sentire empaticamente” noi stessi e gli altri fa parte anch’esso del nostro Sè corporeo
[box] La capacità di sentire ciò che sta accadendo ad un’altra persona, capacità che ho definito empatia, si fonda sul fatto che il nostro corpo entra in risonanza con altri corpi viventi. La spiritualità del corpo di Alexander Lowen[/box]
Riprendere i sensi in bioenergetica
In bioenergetica quello che limita la nostra capacità percettiva sono le difese che si esprimono attraverso il collasso o la contrazione; riprendere i sensi significa quindi ammorbidire le contrazioni e confortare le parti collassate ( il collasso è una difesa più grave e spesso più primitiva della contrazione e incide direttamente sul senso di sé come essere agente efficace) ristabilendo una capacità espressiva, consapevolezza e padronanza.
Lowen indica – in questo percorso – alcuni elementi salienti oltre alla base costituita dal grounding e dal respiro. Questi punti potrebbero essere definiti – poeticamente – “lasciar scendere”, “allungarsi”, “essere in contatto”,”protendersi”.
Lasciar scendere
Tutto il grounding è un processo in cui lasciamo scendere ma questo processo – corporeo – significa anche – emotivamente – aprire uno spazio di accoglienza e accettazione verso l’esperienza e la sua novità. Lasciar scendere significa permettere una comprensione profonda e non reattiva dell’esperienza.
[box] Lasciar uscire l’aria significa lasciarsi andare. Il ventre viene contratto e tenuto in dentro per reprimere sentimenti di tristezza, per controllare le lacrime. Se lo lasciamo andare siamo soggetti ad avere un vero pianto di pancia ma apriamo anche la porta alla possibilità di una vera risata di pancia. Alexander Lowen[/box]
Tutto il lavoro corporeo parte da questo principio: non si tratta di voler fare una posizione ma di lasciar essere una posizione naturale del corpo.
[box] Non si tratta di voler respirare ma di lasciar svolgere spontaneamente la respirazione. Ogni turbamento della respirazione naturale è dovuto a qualche atteggiamento inconscio del trattenere o a tensioni muscolari. Alexander Lowen[/box]
Allungarsi ed essere in contatto
Questi due movimenti sono complementari tra di loro. Ritirarsi comporta una perdita di contatto: allungarsi apre alla possibilità che questo contatto si ristabilisca e si metta in relazione con il protendersi. Potremmo chiederci in contatto con che cosa? In contatto con tutto ciò che si trova nel raggio di portata delle percezioni sensoriali. Ogni percezione sensoriale ha inizio con una percezione del proprio corpo; è per mezzo di questo che si percepisce ciò che avviene nel mondo esterno poiché l’ambiente investe i corpi e i sensi. Più si è vitali e più chiare sono le nostre percezioni. È una considerazione semplice quella che, quando stiamo bene, la nostra percezione e presenza alle cose è più vivida. Per aumentare la capacità percettiva bisogna accrescere la vitalità ma potremmo anche affermare l’opposto: se la nostra percezione sensoriale è limitata e ristretta, diminuisce anche la vitalità.
[box] Essere in contatto significa essere consapevoli di ciò che accade dentro di voi e intorno a voi. È qualcosa di completamente differente dall’attività intellettuale anche se può esserne la base.[/box]
Essere in contatto però non è un movimento che riguarda solo la parte anteriore del corpo. Senza avere la percezione della parte posteriore del corpo è molto difficile impostare correttamente la propria posizione. Non basta avere una colonna vertebrale: bisogna anche sentirla. Sentire se è troppo rigida o troppo morbida e pieghevole. E sentire come questo influenza la nostra possibilità di contatto.
[box] Se la schiena è troppo rigida non riusciamo ad abbandonare la pretesa e cedere in situazioni nelle quali questo tipo di risposta all’ambiente sarebbe quella giusta. Se è troppo morbida, non offrirà abbastanza tenuta per mantenere la propria posizione in condizioni di stress. Alexander Lowen[/box]
Protendersi
Il movimento di base di ogni essere vivente è retto da una pulsazione tra il ritiro e la protensione. È facile osservare questo aspetto nei neonati che passano da una posizione raccolta – quella sperimentata nell’utero – ad un progressivo allungamento e protensione. Protendersi verso la mamma o il papà, protendersi verso un caregiver è un aspetto fondamentale della nostra capacità di entrare in relazione con il mondo esterno. Le difese tendono a farci rimanere troppo a lungo in una posizione di ritiro rinforzando così il nostro senso di isolamento ed esclusione e il nostro narcisismo. La qualità della percezione narcisistica è limitata proprio perchè è definita dallo spazio della nostra dimensione personale. Sentiamo noi stessi ma non sentiamo gli altri e il mondo quando non siamo capaci di protendersi. Il neonato che piange non sa valutare come potrebbe rispondere la mamma e il papà ma un bambino può comprendere se è il momento di aspettare. Protendersi quindi raccoglie i movimenti precedenti in un unico gesto: quello dell’entrare in contatto e in relazione con il mondo esterno.
[box] La maggior parte di noi si protende con le braccia e con le mani ma non con le spalle. Sentite il torace ammorbidirsi mentre vi protendete e vi rendete conto che il movimento di protendersi sembra provenire dal cuore? Alexander Lowen[/box]
Stare nel mondo
Riprendere i sensi in bioenergetica significa, quindi, riprendere la capacità di sentirsi e di sentire. Ristabilire quell’amoroso dialogo con la vita che accresce la nostra possibilità di avere una vita piena e pienamente vissuta.
[box] È un principio bioenergetico fondamentale che si perda il contatto con la parte del corpo in cui esiste una tensione muscolare cronica. Il corpo rigido diminuisce la sensibilità della persona che diventa sempre più simile ad una macchina. Al tempo stesso l’attività cerebrale aumenta e il senso di sé comincia ad essere basato sui soli processi mentali: il corpo diventa poco più di un apparato per il trasporto della testa e la messa in atto dei suoi pensieri. Nelle persone di questo tipo non c’è molta vita e neppure molta spiritualità. Alexander Lowen.[/box]
© Nicoletta Cinotti 2016 ri-editato nel 2020
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La storia del passeggino
Qualche tempo fa, camminando per Camogli, ho visto una giovane donna che spingeva faticosamente un passeggino. Camogli, si sa, è piena di scale, salite, discese. Poco adatto ai passeggini: molto adatto ai bambini.
La fatica che faceva però mi sembrava inconsueta. Sorpassandola mi sono accorta che aveva il freno del passeggino tirato. Le ruote quindi facevano attrito sul freno, rendendo la salita davvero faticosa.
Pensando che non se ne fosse accorta le ho fatto notare che c’era il freno alle ruote. Lei mi ha guardato, con quello sguardo misto di imbarazzo, timidezza e fatica che hanno le giovani mamme (quando non sono superdonne) e mi ha risposto “Lo so, lo lascio inserito per ché non si sa mai…se perdessi il controllo del passeggino sono sicura che non scivolerebbe via!”
Francamente avrei voluto dirle che la probabilità di quell’evento non giustificava la fatica che stava facendo. Che l’ipotesi che perdesse il controllo del passeggino, dimenticandosi di inserire il freno, era un rischio trascurabile. Che facendo così, alla fine, avrebbe bruciato i freni rendendoli inservibili proprio nel momento in cui sarebbero serviti. Avrei voluto dirle tante cose. Forse le avrei offerto volentieri un caffè e avrei ascoltato volentieri perché aveva tanta paura. Invece ci siamo guardate per un attimo, sorprese entrambe. Non faccio parte della categoria superdonne, quelle che tirano dritte pensando che tutto il resto del mondo sia fatto di “sfigati”. Abbiamo fatto ancora due passi insieme e poi ci siamo salutate. Soddisfatte di quella silenziosa solidarietà.
Non ero solidale perché anch’io avrei tenuto il freno del passeggino tirato. Ero solidale perché ogni giorno, anch’io, mi ricordo di non tirare il freno, in maniera preventiva, per pericoli che non sono mai accaduti e che, molto probabilmente non accadranno mai. Eravamo solidali perché il freno è un ottimo strumento: da usarsi solo in qualche occasioni. Non sempre.
Eravamo solidali perché, dentro ciascuno di noi, c’è una parte che tira il freno e ci rende più piccoli di quello che siamo. Non si può fare discorsi diretti a quella parte. Bisogna solo ricordarle che lasciar andare non comporta un disastro. Comporta l’apertura alla nostra libertà espressiva. Comporta il rischio squisito di essere vivi.
“La vita è una serie di cambiamenti spontanei e naturali. Non cercare di resistere a questi cambiamenti. Resistere crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà e che le cose prendano il loro corso naturale.” –Lao-Tzu
Pratica di mindfulness: Lasciar andare (Meditazione live)
© Nicoletta Cinotti 2017
Questa settimana sarò in ritiro. Questa è la ri-edizione di uno dei post migliori del 2017
Cosa vuol dire portare grazia nelle relazioni?
Cosa vuol dire portare grazia nelle relazioni? Ovvero due idee per arrivare a San Valentino
Ci avviciniamo a San Valentino e mi sembra una buona idea entrare per qualche giorno nel tema delle relazioni, perchè anche le nostre relazioni hanno bisogno di grazia e non di perfezione. Così ho scelto questa citazione per la nostra rubrica settimanale “Addomesticare pensieri selvatici”: arriveremo a San Valentino pieni di idee!
“Incontri qualcuno grazie all’alchimia dell’attrazione. È una dolce inferenza ed è sempre una sorpresa. Ti senti aperto alle possibilità, alla speranza, sollevato dalle faccende terrene e portato in un mondo di emozioni e incanti. L’amore ti afferra e ti senti invincibile. Adori la sensazione e vuoi tenertela stretta. Hai anche paura: più ti leghi, più hai da perdere.
Perciò cominci a rendere l’amore più sicuro: cerchi di fissarlo, di renderlo affidabile. Prendi i primi impegni e rinunci allegramente a un po’ di libertà in cambio di un po’ di stabilità. Crei meccanismi di conforto: abitudini, rituali, nomignoli, che portano l’agognata sicurezza. Ma l’eccitazione era legata ad una certa misura di insicurezza. L’euforia derivava dall’incertezza e ora, nel tentativo di imbrigliarla, finisci per prosciugare la vitalità del rapporto. Ti piace la comodità ma deplori il fatto di sentirti costretto. Ti manca la spontaneità. Nel tentativo di controllare i rischi della passione l’hai esclusa dalla tua vita. La noia coniugale (che colpisce i rapporti e non si limita a chi è sposato n.d.c) è arrivata.
Nel promettere sollievo dalla solitudine l’amore acuisce anche la nostra dipendenza da una persona. È intrinsecamente vulnerabile. Tendiamo a sedare le nostre ansie con il controllo. Ci sentiamo più al sicuro se possiamo ridurre le distanze, aumentare le certezze, minimizzare le minacce e contenere l’ignoto.
Eppure alcuni si difendono dall’incertezza dell’amore con tanto zelo da privarsi della sua ricchezza. Esther Perel
© www.nicolettacinotti.net Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”
A scuola di grazia e non di perfezione: Ritiro di primavera 2 – 4 Marzo 2018
Foto di © Pier/ off
Portare la mindfulness nelle relazioni: andare al cuore delle cose
Quando ho iniziato a praticare Insight Dialogue ho passato giorni e giorni – in quel ritiro – a piangere. Non era tristezza: era sollievo. il sollievo di aver incontrato dei compagni di pratica. La solitudine – che fermenta e matura – è un ingrediente difficile in molti momenti. Per me è un ingrediente conosciuto, amato e temuto insieme.
Medito da quando avevo vent’anni e ho percorso la solitudine tante volte, anche per lunghissimi periodi di tempo. Niente però mi aveva fatto immaginare il sollievo di avere un compagno di pratica. Di aprire gli occhi e vedere gli occhi della persona che mi stava di fronte. È un dono che non avrei mai immaginato potesse essere così tenero e profondo.
Così il protocollo di Mindfulness interpersonale (Clicca per andare alla pagina), che inizierà mercoledì 31 Gennaio alle 19.30 è un regalo che ogni anno apro con trepidazione: non è mai prevedibile cosa incontreremo quando ci apriamo ad un’altra persona. Mai prevedibile cosa impareremo quando quell’incontro è mediato dalla pratica. È un modo non solitario, per coltivare la mente del principiante. È un modo relazionale, per imparare da noi stessi come comunichiamo e come stiamo in relazione.
Hai perso la serata di presentazione? Chiamami, ti racconterò a voce cosa faremo. Intanto qui trovi il consenso informato (pdf) che ti racconterà il resto!
Ti aspetto!
Nicoletta
