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amore
Amministratori di condominio o portinai?
Racconto spesso la storia della personalità come un condominio, in cui ogni appartamento è un aspetto della nostra personalità: sfaccettata, multiforme e, a volte, imprevedibile. Una storia in cui l’importante non è quanto sono calmi questi diversi aspetti ma quanto riusciamo a metterli in dialogo. Allora, ogni tanto qualcuno mi chiede: “ma quindi poi c’è un’altra persona. C’è anche l’amministratore di condominio, che è la parte migliore di tutte?”
L’amministratore di condominio mette in dialogo tutte le parti e le integra:non è una persona in più. È la consapevolezza. È solo attraverso la piena consapevolezza che possiamo riconoscere come nostri, tratti diversi della nostra personalità. E che possiamo riconoscere come nostra la variazione che abbiamo nelle diverse relazioni della nostra vita. È la consapevolezza che integra e mette in comunicazione. Che ci permette una visione più ampia.
È per questo che è così importante dedicare tempo alle pratiche di consapevolezza: perché sono assemblee condominiali. A volte dobbiamo prendere decisioni importanti e più condomini sono presenti, più abbiamo in chiaro la situazione. Può darsi che questo apra confitti, proprio come nelle assemblee condominiali. Ma conoscere la situazione è meglio che non conoscerla. Amarla è meglio che disprezzarla. Tenere il dialogo è meglio che evitare.
Questo è il senso della parola migliore. Una parola che non amo perché fa subito pensare che ci sia un peggiore. Il portinaio è importante ma non ha il compito dell’integrazione: ha solo la funzione di testimone. Un testimone utile perché sa quello che succede ma non mette insieme le cose: non è il suo compito.
Forse in questo momento della tua vita sei pronto per lavori straordinari: vuoi rifare il tetto o la facciata. Oppure l’ascensore. Non far decidere solo al vicino dell’attico (la testa). Senti il parere di tutti e trova un’amorevole strada di integrazione. Saranno i lavori più belli del mondo.
La mindfulness così è stata, per me, una specie di dialogo con la mia parte più autentica. Un dialogo fatto di molti silenzi e di parole semplici ed essenziali. E’ difficile stare in silenzio con qualcuno, anche quando siamo noi stessi. Sorgono ogni forma di impedimenti: il torpore, la noia, l’irrequietezza, una fame improvvisa, una fantasia creativa che spinge all’azione immediata e così via. Eppure praticando questo ascolto silenzioso, questo andare al di là delle solite storie sull’argomento “me”, ho ritrovato un fare che nasce dall’essere e che non esaurisce ma integra e restituisce un senso nuovo anche alle cose più ripetitive. Nicoletta Cinotti
Pratica del giorno: La classe del mattino (per tenere insieme mente e corpo, attico e piani bassi)
© Nicoletta Cinotti 2017 Il protocollo MBCT
Farmaci e meditazione
Qualche settimana fa ho pubblicato un post – che ha ricevuto moltissima attenzione – su meditazione e/o psicoterapia.
Proseguo l’approfondimento con questo brano di Tara Brach su farmaci e psicoterapia. Molte persone mi chiedono, se prendo farmaci posso meditare lo stesso? Oppure se medito posso eliminare i farmaci? Ecco cosa dice la nostra autrice, insegnante di meditazione e psicoterapeuta.
Per alcune persone, indipendentemente da quanto seriamente si impegnano, la meditazione non basta. È necessario qualcosa d’altro per potersi sentire sicuri e avere un livello gestibile di paura.
Sia che la causa sia un trauma che una predisposizione genetica, la chimica dei neuromediatori e la conformazione del sistema nervoso porta alcune persone a livelli intollerabilmente alti di paura. Per loro la prescrizione aggiuntiva di ansiolitici e antidepressivi può offrire un aiuto, a volte cruciale, nel trovare quella sicurezza che permette di fidarsi degli altri e di seguire una pratica meditativa.
L’uso di antidepressivi per persone che meditano è un tema caldo. A volte le persone mi chiedono “prendo il Prozac, non sarebbe meglio se smettessi? Oppure “Il fatto che continuo a prendere antidepressivi non è come ammettere che la meditazione non funziona?” Molte persone sono spaventate all’idea di poter diventare dipendenti dal farmaco e di non poterne più fare a meno. Altri sono preoccupati che il farmaco diminuisca l’efficacia della pratica “I farmaci non offuscano la mia esperienza riducendo così l’accettazione?”. Una volta una persona mi ha chiesto addirittura “Non è impossibile che io arrivi allo stato di liberazione (lo stato di realizzazione massima nelle pratiche meditative n.d.t.) se continuo a prendere farmaci? È difficile immaginare che il Buddha prendesse Prozac sotto l’albero della Bodhi (L’albero sotto il quale ha raggiunto l’illuminazione n.d.t.).
È vero che alcuni dei più usati antidepressivi possono creare un senso di distanza dallo stato più acuto di paura, una sorta di ovattamento emotivo. È anche possibile sviluppare una dipendenza psicologica da un farmaco che produce un senso di sollievo.. Ma quando la paura è troppo grande, l’intervento medico, almeno per un certo periodo di tempo, può essere la risposta più compassionevole che possiamo dare. Come l’insulina per un diabetico, i farmaci ridanno equilibrio riportando uno stato dis-regolato verso la normalità.
Per alcune persone questo può essere un passo saggio e fondamentale sul sentiero spirituale. Ho visto persone che, dopo aver iniziato la terapia farmacologica, iniziavano finalmente a guardare a se stessi con consapevolezza e gentilezza amorevole. I farmaci, per alcune persone, rendono possibile il fermarsi e praticare.
I farmaci e la meditazione possono funzionare insieme. Mentre il farmaco riduce l’esperienza biologica della paura, la pratica di mindfulness può aiutare a sciogliere quel complesso di pensieri reattivi e sentimenti che vengono attivati dal loop della paura. Tara Brach
©www.nicolettacinotti.net “Addomesticare pensieri selvatici” Foto di © Carmen Moreno Photography
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Gli alti, i bassi e la frizione della vita
Quando ci innamoriamo spesso mettiamo l’oggetto del nostro amore in alto. Non tanto alto da essere irraggiungibile ma abbastanza in alto da sembrarci depositario di un sacco di buone qualità. Molto spesso di quelle qualità che vorremmo portare nella nostra vita e che non ci sembra di possedere in maniera adeguata. O in quantità adeguata.
Nel momento in cui l’innamoramento inizia a trasformarsi in amore – o almeno dovrebbe – queste qualità iniziano ad esser viste più realisticamente. Come dico spesso, inizia l’atterraggio. E l’atterraggio, si sa, è uno dei momenti più delicati del volo.
È delicato perché, in molte situazioni, odiamo la discesa, l’abbassarsi dello standard. E, soprattutto, facciamo fatica a regolare l’altezza: o è alta, oppure diventa velocemente troppo bassa. Tanto bassa da non sembrare più interessante. Non è qualcosa che riguarda la persona: riguarda il nostro modo di trattare l’altezza e il nostro modo di trattare i graffi, le imperfezioni, i fallimenti. Riguarda la tendenza, spesso davvero faticosa, a passare dall’idealizzazione alla svalutazione. La tendenza a passare dall’euforia alla tristezza, velocemente, troppo velocemente.
Riguarda la tendenza a sentire il nostro valore determinato dall’esterno: dalle persone che frequentiamo, dal lavoro che facciamo, dall’approvazione o disapprovazione che riceviamo. E fino a che sarà l’esterno a dare valore alla nostra vita non avremo altra scelta che cercare, affannosamente, di stare sempre in alto.
Eppure se guardiamo dentro di noi, con interesse e curiosità, non è una landa desolata quella che ci aspetta: è un terreno fertile, non modificato dalle alterne vicende della nostra vita. È un luogo in cui, il nostro valore è sempre pronto a splendere. Basta accettare – in modo radicale – che gli alti, i bassi e la grigia monotonia riguardano tutti. E che lo splendore nasce dalla nostra disponibilità ad accettare la frizione che esercitano su di noi. Perché quella frizione scopre il diamante che è in noi. Così come l’archetto sprigiona le note del violoncello.
Possiamo dire che non ha importanza quanto abbiamo tradito l’accettazione nei nostri confronti. Né quante capacità abbiamo. Potremmo accorgerci che stare sul cuscino da meditazione e incontrare noi stessi è un vero tormento. Perché ci mette di fronte ai nostri punti di frizione. A quello che, nella nostra vita, stride con l’idea che ci eravamo fatti di come sarebbero andate le cose. Anzi, potremmo scoprire che è un tormento anche se non ci mettiamo seduti sul cuscino. Perché la nostra voce autocritica è sempre accesa. Eppure, alla fine, non è importante da dove partiamo: è importante quante volte ci ricordiamo che accettarci – e accettare – è possibile. Che possiamo farlo. Proprio qui. Proprio ora. Nicoletta Cinotti
Pratica di mindfulness: Esplorare rifiuto e accettazione
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso una accettazione radicale
Poesia illegittima
Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.
Vivere nella sfida: la via per riscoprire la nostra innata fiducia.
Siamo tutti leader, nel senso che tutti guidiamo la nostra vita.

Un articolo di Sakyong Mipham Rinpoche.
Non abbiamo scelta. Prendiamo decisioni momento dopo momento, persino se si tratta di imburrare la nostra fetta di pane. Per vivere bene le nostre vite, abbiamo bisogno di essere intimamente coinvolti nel nostro viaggio.
Meditare è salutare perché è un modo per sviluppare saggezza. Possiamo prendere l’adeguata postura, permetterci di essere, ed entrare in contatto con la salute incondizionata della mente. Questa è meditazione.
Anche agli inizi, mentre lottiamo via via con pensieri, emozioni e percezioni sensoriali, sperimentiamo un barlume di non-aggressività che ci permette di essere in pace. Quando ci sentiamo sconvolti, depressi o frustrati, questo sentimento di spaziosità e adattabilità vacilla e anche la nostra relazione con esso cambia. Meditare è un modo, privo di pregiudizi, per rafforzare la nostra fiducia nella possibilità di stare.
La fiducia in questa non-aggressività innata non può essere acquisita, ma solo riscoperta. Se sentite di doverla creare, state sperimentando una punta di aggressività (intesa come spinta a fare n.d.t). Parliamo di un’aggressività che si manifesta come un sentimento innato di disarmonia e disagio. Ha una radice duale che ci porta all’avere difficoltà. Siamo, in qualche modo, insoddisfatti da quello che stiamo sperimentando.
Il concetto di gentilezza nella tradizione Shambhala implica il non dover creare uno stato di fiducia aggressiva. In questo caso, la fiducia è qualcosa che abbiamo già. La parola Tibetana è ziji, dove zi significa “gloria, brillantezza”, ji è “splendore”. Questa parola descrive l’innata radiosità del cuore umano. Malgrado avere fiducia in sé stessi possa essere utile, ziji è differente. Questo tipo di fiducia incarna la nostra naturale radiosità e la capacità di estenderla naturalmente agli altri.
Ziji è un segno che ci fidiamo del nostro essere, cosa che ci permette di abbracciare pienamente la vita. Dissolve il velo fra lo spirituale e il genuino. Questo significa che siamo disposti a mettere il naso un po’ più in là nel vento dell’incertezza. Gli insegnamenti Shambhala lo chiamano “Vivere della sfida”. Le persone che sono a proprio agio con questo senso di non sapere sono in grado di fare cose eroiche. Quando guardano alle sfide, emergono le soluzioni.
Dal punto di vista Buddhista, il nirvana è raggiunto tramite la sofferenza, ma perché questo succeda, dobbiamo sviluppare le nostre menti, dobbiamo connetterci agli altri. Entrambe le cose sono sfidanti per ragioni differenti. È difficile connettersi con le proprie emozioni perché possono essere destabilizzanti.
La mente è uno spazio vasto in cui è facile perdersi. Relazionarci con gli altri ci provoca, e talvolta le persone sono semplicemente difficili. Dobbiamo connetterci con come si sentono. Per poterlo fare, dobbiamo prima sapere come ci sentiamo noi. Soffrire è inevitabile, ma è difficile proseguire quando si cerca di non essere feriti. Le grandi vite sono condotte senza paura, applicando la gentilezza amorevole di un cuore e una mente aperti. È così che possiamo essere sia resilienti che di aiuto.
Vivere nella sfida significa che è più facile accettare di fare errori. Se siamo in grado di tenere anche solo un poco di distanza psicologica e accettare un errore come una salutare parte del cammino, siamo in grado di imparare da esso e andare avanti. Questi errori sono come la pietra che si usa per affilare una lama. Se vogliamo la spada affilata, dobbiamo sempre avere la percezione di quello che ci strofina contro. È qui che la riflessione su di sé entra in gioco. La usiamo per stabilire la nostra intenzione. Quando vi svegliate, magari spendete del tempo per riflettere su aree della vostra vita che volete sviluppare o migliorare, incluse le relazioni con gli amici e la famiglia: Come voglio vivere la mia vita oggi? Più siete in grado di apprezzare la preziosità della vostra esistenza e più raggiante sarà la giornata.
La fiducia nel nostro andare avanti infonde la vita di curiosità, meraviglia e gioco. Queste qualità emergono da una mente priva di dubbi sulla propria innata pace e forza. Questa fiducia trasforma le tendenze egoistiche in altruistiche, naturalmente espresse attraverso un attitudine di leggerezza nel cuore, un segno di una mente aperta, uno spazio spazioso e gentile in cui possiamo vedere più chiaramente. Questo è il significato della parola illuminazione: “piena illuminazione”. Quando qualcosa è pienamente illuminato, vediamo ogni sua parte. Un’illuminazione parziale è ricca di ignoranza.
Quando la nostra fiducia è oscurata, ingaggiare la vita diventa un processo di speranza e paura. Se riusciamo a liberarci da questa trappola claustrofobica, abbiamo saggezza. Possiamo immaginare il successo. Diventiamo guerrieri senza paura che vedono dove stanno andando. Quando crediamo nella dignità umana, possiamo immaginare una buona esistenza umana. Immaginando il successo, cavalchiamo la punta della freccia per qualunque essere umano. Non solo possiamo condurre la nostra vita in maniera elevata, ma possiamo sollevare anche la vita degli altri. Questo è cavalcare il vento – l’intrinseca fiducia nella fondamentale bontà di quello che sta succedendo, opposta all’attitudine in cui le cose andranno solo peggio. È difficile avere una buona visione se abbiamo paura di guardare avanti. In quel caso, anziché irradiare fiducia, tendiamo a spargere ansia, agitazione e paura.
Per sviluppare questa visione senza paura, non dobbiamo essere spaventati dal riconoscere lo spazio. Prima, nella meditazione, esperiamo il senso di una completa profondità sempre disponibile. Questo spazio in cui qualunque cosa può essere accettato è saturato di non-aggressività, una naturale parte del nostro essere. Quando accettiamo tutto, apprezziamo tutto; nessun dettaglio è superfluo. La familiarità con questo spazio ci dà precisione e potere nel condurre le nostre vite.
Qualche volta diventiamo troppo miopi per permetterci di esperire la nostra vastità. È così che costruiamo tunnel prefabbricati in cui giriamo intorno all’infinito. Questi tunnel psicologici sono quelli che definiamo pattern abituali, e non abbiamo altro secondino che noi stessi. Quando “pensiamo in questa vastità” si disgregano di fronte alla brillantezza e alla compassione.
La nostra spaziosità e radiosità accadono in ogni momento, ma i pattern abituali solitamente li oscurano. La meditazione e la riflessione su di sé sono la chiave per rivelarli. Quando vi sentite inspirati, sollevati o a terra – semplicemente guardate la qualità della vostra mente e del vostro cuore. Richiamate il momento in cui qualcuno vi ha ispirati a non scappare dalla vita, ma a condurla genuinamente. Poi rilassatevi, permettete a questa lucentezza di uscire.
Come meditanti, non possiamo semplicemente nasconderci nelle nostre realizzazioni. Questa personale esperienza interiore è sacra, ma solo per essere umani, abbiamo la responsabilità di metterla a frutto. A prescindere dalla fase della nostra vita e della pratica, possiamo sempre sviluppare le nostre capacità di leadership in questo senso, l’abilità di ingaggiare in maniera genuina le nostre vite e ispirare gli altri. Se possiamo aprire le nostre menti, ci possiamo aprire a quello che ci succede proprio davanti agli occhi. È così che guadagniamo conoscenza e realizzazione.
Come leader genuini della vita, siamo in grado di elevare qualsiasi ambiente connettendoci con la nostra magnanimità e permettendo alle altre persone di entrare nel nostro campo di esperienza. Dobbiamo essere umili e fare quello che possiamo, e allo stesso tempo concederci di pensare in grande. In ogni momento in cui siamo in grado di contattare la nostra fiducia, stiamo anche creando un senso di comunità: stiamo toccando quella qualità senza tempo in tutti.
Traduzione: Niccolò Gorgoni
Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2014/11/living-in-the-challenge-the-path-to-uncovering-our-innate-confidence/
