Vi prego fate delle cose
che a guardarle fuori
si intraveda il dentro
che non nascondano
trappole o inganni
ma siano semplici aderenti
al vero prive di
doppi fondi strappi
luminose trasparenti.
Vi prego fate delle cose
somiglianti.
Francesca Gironi
mindfulness
Dove non mi hai portata
“Dove non mi hai portata” è il titolo dell’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone, che diventa il necessario antefatto del precedente, “Splendi come vita” in cui raccontava la storia della sua relazione con la famiglia adottiva e, in particolare, con la madre. Sono due libri splendidi entrambi ma con l’ultimo libro Maria Grazia fa un salto di qualità che va oltre la narrazione di una storia personale per entrare dentro un affresco collettivo che riguarda la storia delle donne in Italia e dell’appoggio legislativo dello stato italiano all’indissolubilità del matrimonio
Fino al 1968 e al 1969, in Italia l’adulterio era reato. Un reato penale che faceva da contraltare al reato di concubinato. Il reato di adulterio era il tradimento, da parte di una donna, del legittimo marito. Il reato di concubinato era il tradimento del marito che sceglieva di vivere con un’altra donna. Due reati penali la cui persecuzione era affidata alla denuncia del coniuge. Se il coniuge denunciava, la pena poteva arrivare a due anni e mezzo. La madre naturale di Maria Grazia era fedifraga ma, prima ancora che traditrice, era stata una donna vittima di una cultura e di una famiglia che le aveva tolto la facoltà di essere padrona della propria vita. La fine della storia è nota e Maria Grazia ricostruisce, con precisione da detective, tutti gli antefatti di quella storia che finisce in maniera tragica e di denuncia.
I genitori naturali di Maria Grazia l’abbandonano lo stesso giorno in cui decidono di togliersi la vita, per affidarla alla “compassione di tutti”. Una compassione che prende la forma dell’adozione, da parte dei Calandrone, e della denuncia, con una lettera all’Unità, giornale quotidiano del Partito Comunista, che dà risalto all’intera vicenda nei suoi aspetti umani e sociali. Genitori semi-analfabeti eppure consapevoli che c’era, in quello che stavano vivendo e scegliendo, un’ingiustizia doppia. L’ingiustizia di non dare a tutti le stesse opportunità e l’ingiustizia di una legislazione punitiva.
Nello scrivere Maria Grazia Calandrone tiene ben saldi due registri: quello personale, affettivo, e quello collettivo. La sua scrittura risuona della scelta narrativa fatta da Joan Didion, ne “L’anno del pensiero magico”, di Annie Ernaux ne “L’evento” ma anche di James Ellroy ne “I miei luoghi oscuri”. Questo unire alla vicenda personale una lettura sociale ci aiuta a renderci conto della molteplicità dei fattori che concorrono alla “scrittura” di una storia personale. Ci ricorda la nostra “comune umanità condivisa”, ricorda che le donne hanno millenni di ingiustizia e pregiudizi sulle spalle. Sono questi millenni che ci hanno rese forti. Siamo sopravvissute grazie ad una tenacia, una forza e una determinazione che è la nostra fiera compassione. Una storia che insegna che l’amore non è un sentimento da sottovalutare perché è rivoluzionario. Ha la forza, la tenacia, l’intenzione, di cambiare le cose. A volte ci riesce, a volte no ma non per questo perde forza o valore.
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
Lista di cose inutili
Cose apparentemente inutili conservate da mia madre
- le pagelle fino alla seconda liceo. Dopo è iniziata la mia ribellione.
- i telegrammi che le ho spedito dall’India, dal primo lungo ritiro. Nessun’altra comunicazione possibile
- un abitino azzurro taglia 4 anni
- le lettere polemiche che le ho scritto nel corso degli anni
- le lettere d’amore che le ho scritto nel corso degli anni
- un diario scolastico
- quaderni
- libri non più usabili come vecchie enciclopedie
- i miei vestiti dismessi che le portavo convinta che li indossasse e invece sono perfettamente conservati e inutilizzati
- una caterva di foto, diapositive e uno strano apparecchio per vedere immagini fissate su una rotella
Quando un oggetto ti restituisce una storia che non c’è più, si chiama memoria?. Quando le cose iniziano a vestirsi di ricordi si chiama storia?. Quando ti rendi conto che quello che non c’è più è solo dietro l’angolo, non visibile agli occhi ma vivo nel cuore, che nome puoi dare? Fantasmi del cuore potrebbe essere un nome giusto? Forse gli oggetti diventano inutili quando non suscitano più ricordi e la nostra efficienza e il nostro consumismo ci toglie il senso del conservare. Io conservo pochissimo e ora, davanti a tutto quello che lei ha conservato, mi domando perché ho buttato via così tanto. Oggi vorrei aver avuto meno cose e averne conservate di più.
Forse tutti noi sopravviviamo a infiniti lutti. Di alcuni non conserviamo più memoria. Di altri, la memoria taglia. Tutto il decluttering della mia vita, preciso, ossessivo, sistematico, non è altro che il tentativo di sfuggire alla memoria. Ma la memoria tende agguati in ogni momento.
Forse, in questo mondo di ricordi digitalizzati, diventeremo come i replicanti di Blade runner. Privi di memoria saremo solo quello che accade, momento per momento.
Niente vuole soffrire. Non il vento mentre si gratta contro la scogliera. Non la scogliera
mangiata, lentamente, dal mare. La terra non vuole subire il calpestio violento di chi vi passa sopra indifferente.
Gli alberi non vogliono subire l’ascia e non vogliono vedere le loro sorelle piante abbattute dal marciume delle radici, dalla muffa, dalla ruggine.
(…)Un sacrificio, si spera, consumato in fretta e senza troppo dolore. Danusha Lamerick
Pratica di mindfulness: Gioia e gratitudine
© Nicoletta Cinotti Scrivere storie di guarigione
Fattori di guarigione: meditazione e neuroplasticità
Quando parliamo di guarigione è necessario partire da alcune premesse spesso implicite ma essenziali: la prima premessa è che la guarigione può avvenire se c’è plasticità. La seconda premessa è relativa a cosa intendiamo per guarigione. Nel caso di una frattura possiamo parlare di guarigione quando l’osso si rinsalda; ma nel caso della psiche quand’è che possiamo parlare di guarigione? I fatti avvenuti non cambiano e il passato non si può modificare. Qual è quindi la guarigione possibile?
Dal mio punto di vista possiamo parlare di guarigione quando cessa la guerra e la difesa contro quello che è avvenuto e ha causato dolore e, molto spesso, danno.
A questo primo livello di guarigione se ne aggiunge uno successivo che è quando riusciamo a cogliere anche il lato positivo dell’evento avverso. Quello è il segnale che l’evento negativo – che non possiamo cancellare – è stato assimilato e abbiamo imparato quello che dovevamo e potevamo imparare. In ogni caso la guarigione è un processo che ha uno svolgimento temporale, proprio come accade per le malattie fisiche. Più è importante la malattia più può essere lunga la guarigione e la resistenza, intesa come difficoltà ad accettare i fatti che sono avvenuti, è un grosso ostacolo alla ripresa della salute emotiva.
Salute e malattia convivono
Inoltre va considerato un altro e fondamentale elemento: salute e malattia convivono sempre in un dialogo in cui la salute non è disegnata dall’assenza di malattia ma dalla velocità con cui ci riprendiamo da un evento difficile. Più siamo resilienti e prima riusciamo a riprenderci. Più abbiamo strumenti per affrontare le emozioni difficili e le relazioni difficili e prima riusciamo ad imparare dal dolore: l’unico modo perchè quel dolore non sia stato inutile.
Ma la guarigione ha dei correlati che possono essere riconosciuti? Fino a qualche decennio fa valeva la percezione soggettiva e la valutazione clinica. Oggi sappiamo che è possibile valutare anche un altro elemento, a cui è dedicato questo approfondimento, che riguarda la neuroplasticità. Le ricerche sulla neuroplasticità cerebrale hanno un legame molto stretto con la mindfulness per la famosa ricerca condotta da Richard Davidson e Jon Kabat-Zinn agli albori della diffusione del protocollo MBSR. Se vuoi saperne di più leggi questo approfondimento Neurobiologia, salute e mindfulness
Mindfulness e cervello
La diffusione in occidente delle pratiche meditative, ha aperto molte domande sulla loro efficacia. Questi sforzi sono stati supportati da nuove tecnologia di imaging che hanno notevolmente migliorato la nostra capacità di esplorare il cervello umano in attività. In questo caso porterò una raccolta dei dati relativi alla mindfulness, dati che sono stati raccolti primariamente dai meditanti che si ispiravano alla tradizione mindfulness theravada, com’è quella praticata nei protocolli mindfulness based.
L’obiettivo della ricerca è stato capire quali sistemi neuronali vengono utilizzati per raggiungere gli stati meditativi e determinare gli effetti di una pratica regolare sul funzionamento e la struttura del cervello. Per fare questo è stato necessario fare una distinzione tra gli effetti di stato e gli effetti di tratto. Gli effetti di stato si riferiscono ai cambiamenti che avvengono durante il corso della meditazione, mentre gli effetti di tratto si verificano gradualmente nel tempo come effetto della pratica quotidiana e sono durevoli perché frutto di trasformazioni stabili e durature nell’attività e nella struttura cerebrale.
Il problema è che la meditazione varia momento per momento e una persona può passare da uno stato di meditazione profonda ad un momento in cui pensa ad una commissione da fare, per poi tornare di nuovo ad essere profondamente concentrato. Nessuna tecnica di ricerca può permetterci, attualmente, di registrare il passaggio da un livello profondo di concentrazione ad uno più superficiale anche se le attuali tecniche di neuroimaging possono essere in grado di rilevare variazioni minime dell’attività neuronale.
Tecniche di neuroimaging
Una delle tecniche più usate è la fRM, ossia la risonanza magnetica funzionale che misura i cambiamenti nel flusso sanguigno di specifiche regioni cerebrali, dando così una misura indiretta delle aree coinvolte nell’azione in corso. Altre due tecniche di osservazione dell’attività cerebrale sono la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la tomografia ad emissione di fotoni singoli (SPECT). In questo caso l’attività neuronale viene misurata registrando l’attività di un isotopo radiattivo iniettando nel sangue dei soggetti esaminati.
Reti neuronali impegnate durante la meditazione
La meditazione è una attività multiforme perchè coniuga un’intensa concentrazione con l’apertura ad esperienze sensoriali, emozioni e pensieri. Alcune tecniche poi, come la pratica di metta, comprendono lo sforzo di generare particolari stati mentali. Al fine della ricerca delle reti neurali attivate è stata fatta una distinzione tra i processi interessati alla concentrazione e quelli coinvolti con la consapevolezza. Una importante area di attivazione è risultata essere la corteccia dorsolaterale prefrontale, una zona associata all’attenzione e alle capacità esecutive decisionali. E’ stato frequentemente rilevato anche un incremento di attivazione della corteccia cingolata, una struttura che svolge un ruolo primario nel processo di integrazione tra attenzione, motivazione e controllo motorio.
Un’altre regione che si attiva durante la meditazione è l’insula anteriore che è associata all’enterocezione, cioè alla percezione delle sensazioni viscerali come la fame, la sete e al bilanciamento dell’attività cardiaca e respiratoria. L’insula è anche coinvolta nell’elaborazione delle sensazioni corporee transitorie, contribuendo alla formazione del nostro senso di “Sé”, oltre che funzionare da interruttore principale di diverse reti di attenzione. L’attività dell’insula risulta alterata nei disturbi depressivi suggerendo così come, una sua funzionalità normale, sia rilevante ai fini della salute psichica.
Neuroplasticità e mindfulness: forever young?
La vera domanda che dovremmo porci, domanda che fino agli anni ’90 avrebbe avuto una risposta certamente negativa, è se il cervello adulto può cambiare. La convinzione largamente diffusa che l’unico cambiamento possibile fosse la perdita di neuroni conseguente all’età ha iniziato a subire un radicale mutamento proprio grazie alle ricerche condotte con le nuove tecniche di neuroimaging che hanno documentato la natura altamente plastica e flessibile del cervello adulto umano.
Nel complesso la ricerca mostra che il cervello adulto è molto plastico, con cambiamenti a livello strutturale che possono avvenire nell’arco di poche settimane. Risultati incoraggianti sia per le neuroscienze che per la pratica clinica, suggeriscono che le pratiche di mindfulness sono in grado di modificare la funzione neuronale anche in tempi relativamente brevi.
Nel 2005, 20 soggetti che praticavano mindfulness da lungo tempo e 15 soggetti di un gruppo di controllo, sono stati sottoposti ad un confronto dello spessore corticale. Nei meditatori lo spessore corticale nella porzione anteriore dell’insula e nella corteccia sensoriale, risultava di gran lunga superiore ai soggetti a loro appaiati per sesso, età, razza e anni di istruzione. E’ interessante sottolineare che un ridotto volume dell’insula è collegato a diverse forme psicopatologiche come ansia sociale, fobie specifiche, sindrome post-traumatica da stress (PTSD) e schizofrenia. Nei meditatori risultava essere più sviluppata anche la corteccia prefrontale, che abbiamo visto essere dedicata ai processi decisionali. Altre ricerche successive hanno trovato modificazioni significative anche nell’ippocampo e nel giro temporale inferiore sinistro. L’ippocampo ha un ruolo centrale nei processi di memoria mentre il lobo temporale inferiore è coinvolto nella costruzione di un senso di sé come agente.
Quindi per cambiare bisogna praticare mindfulness?
Ad essere del tutto onesti i risultati neuoscientifici sono molto favorevoli alla pratica di mindfulness. Perché quindi non incontra unanime ed universale diffusione (la domanda è ironica)? Ci sono delle obiettive difficoltà che non riguardano gli aspetti fisici ma bensì quelli emotivi, visto che è di guarigione emotiva che ci stiamo occupando. Potremmo riassumerli in 4 aspetti:
- l’effetto dell’avversione Quando abbiamo un problema e una difficoltà ci sembra inevitabile provare avversione: proviamo avversione per la fonte di disagio esterna o per la fonte di disagio interna o entrambe le cose. L’avversione produce due movimenti primari istintivi, nei confronti dei quali abbiamo poco da controbattere: ci fa andare via dalla fonte del disagio e/o ce la fa attaccare. Questo perché alla base dell’avversione ci sono due sentimenti primari come la rabbia o la paura. In questo caso costruiamo una specie di antidoto al cambiamento anche se vorremmo proprio cambiare
- la disciplina e la ripetizione La pratica non ha un effetto immediato ma richiede ripetizione e una disciplina minima ma fondamentale. Non è una disciplina imposta dall’esterno ma regolata dalla quantità di avversione che proviamo. più proviamo avversione e più faremo fatica ad essere disciplinati
- la risposta corporea Le difese emotive hanno un corrispettivo sul piano corporeo perché ogni emozione si esprime attraverso uno schema di risposta muscolare. Quindi il nostro corpo diventa teso e contratto se proviamo rabbia e paura e stanco perché opponiamo una corrispettiva forza muscolare per controllare queste due emozioni senza lasciarle uscire.
- la chimica dello stress Fisicamente il segnale di pericolo espresso dall’avversione, viene registrato nello stesso modo che se fossimo in un pericolo reale. Aumenta la produzione di cortisone e adrenalina. Aumentano quindi cortisolo e noradrenalina che ci immettono nel circuito di risposta allo stress. Se lo stress finisce, i livelli di questi due ormoni tornano alla normalità ma se continuiamo a sentirci minacciati – vera o presunta che sia la minaccia – i livelli di questi due ormai rimangono alti e interferiscono con la captazione della serotonina: ossia diventiamo sempre più esauriti e privi di energia da combattimento. E siccome ci sentiamo deboli diventiamo sempre più spaventati alimentando così un circolo vizioso.
In conclusione
Tirando le fila di questo discorso possiamo dire, un pò sinteticamente, che siamo organizzati per guarire, e non potrebbe che essere così, ma che, molto spesso, il problema viene mantenuto attivo da una modalità disfunzionale di difesa emotiva che comporta una risonanza anche a livello fisico. La nostra tendenza alla fuga ci salva quando siamo di fronte ad alcuni pericoli ma ci stressa quando siamo di fronte a pericoli che ci fanno “sentire minacciati” anche se la minaccia reale è relativa. Potrebbe sembrare una prospettiva poco lusinghiera ma saperlo ci permette di dirigere la nostra intenzione verso le scelte salutari. È questo è il fattore di guarigione di cui parleremo nel prossimo numero!
© Nicoletta Cinotti 2023
PS: Le immagini sono tratte dal mio libro “Mindfulness ed emozioni”, Gribaudo Editore e sono disegnate da Sara Seravalle
Questi dati sono stati tratti da “Mindfulness e neuroplasticità” in Baer R.A., Come funziona la mindfulness, Cortina editore.
Per ulteriori approfondimenti si consiglia:
Cahn K.L., Polich J., (2006), Meditation states and traits: EEG, ERP and neuroimaging studies, in Psichological Bullettin, 132, 180-211.
Austin J.H., (1998), Zen and the brain: Toward an understanding of meditation and consciousness. MIT Press, Cambridge, MA
Austin J.H., (2006), Zen-brain reflections. MIT Press, Cambridge, MA<
Parole semplici
C’è bisogno di molto silenzio, di silenzio
fuori e dentro di noi,
per udire la voce,
la flebile, timida e sommessa voce
dei colombi,
delle formiche,
della gente,
dei cuori
e delle loro pene
in mezzo a ingiustizie e guerre
in mezzo a tutto quello
che non è
pane, amore
e nemmeno bontà.
Silenzio,
silenzio. Solo i cuori
seguano il tempo
e traccino il cammino.
Tone Pavček
Be bop a lula: parole sul disturbo bipolare
Parlare del disturbo bipolare non è facile: è come camminare in uno stretto sentiero di montagna dove, ad ogni passo, puoi scivolare nel burrone. Cercherò di farlo tenendomi alla ferrata che in questo caso sarà molta storia clinica, un libro e qualche riflessione semiseria.
La prima cosa da dire
La prima cosa da dire è che una persona con il disturbo bipolare stanca chi la cura ma non annoia mai. Stanca perché a volte la sua energia può essere incontenibile e dare la sensazione di inseguire qualcosa che comunque non è raggiungibile e altre volte, in maniera imprevedibile, è stagnante e priva di speranza. Tutto questo senza che, apparentemente, ci siano stati eventi esterni a giustificare il cambiamento. Perché le redini di tutto questo le tiene l’umore, un umore incontrollabile che sale e scende seguendo criteri suoi.
Nel mio libro, “Mindfulness ed emozioni” ho ringraziato una mia paziente storica che aveva una diagnosi di disturbo bipolare e che mi ha insegnato moltissime cose sull’umore e sui sintomi che preannunciavano, per lei, l’episodio maniacale e, successivamente, la fase depressiva.
Lei preferiva di gran lunga la fase maniacale e spesso la fase depressiva era anche un effetto dei farmaci. I suoi familiari, invece, preferivano di gran lunga quando la sua energia era meno alta. Perché, come dicevo prima, può essere piuttosto faticosa.
La storia dei farmaci
Molti pazienti con disturbo bipolare vedono per la prima volta uno psichiatra quando entrano nel primo episodio depressivo. Perché, almeno in una buona parte dei casi, la maniacalità all’inizio è una piacevole ventata d’energia che fa apparire le persone speciali e la vita una specie di magia continua. Dalla letteratura clinica sappiamo che gli antidepressivi in adolescenza e nell’età adulta possono essere anche i responsabili di una slatentizzazione di un disturbo bipolare in soggetti predisposti. Una cosa è certa: gli antidepressivi, così diffusi e così normalizzati, non sono farmaci da poco. Per questa ragione in molti casi tremo, sia al cambiamento del farmaco antidepressivo, sia quando vedo arrivare una persona in trattamento antidepressivo che, in realtà, non ha una diagnosi di depressione così chiara. L’uso non corretto degli antidepressivi è un errore tutt’altro che raro ed è dovuto ad una diagnosi poco accurata e ad una raccolta anamnestica frettolosa. Spesso la diagnosi di disturbo bipolare avviene dopo la slatentizzazione dell’episodio maniacale dovuto al tentativo di cura dell’episodio depressivo con i farmaci antidepressivi. Purtroppo a molte persone i farmaci piacciono tantissimo e, spesso, non sono le persone che ne avrebbero più bisogno. Inoltre, attorno ai farmaci psicotropi ci sono moltissime narrazioni e pregiudizi che rivelano come il rapporto con i farmaci non sia affatto un rapporto medico ma emotivo.
Se vuoi leggere qualcosa in più ci sono due articoli: I farmaci nella psicoterapia, in cui parlo di alcuni casi clinici e l’intervista, datata 2014 al collega psichiatr Gaspare Palmieri. Farmaci e/o psicoterapia?
La letteratura aiuta
Nel libro di Fuani Marino, “Svegliami a mezzanotte”, si ha una buona e cruda descrizione di quello che può voler dire convivere con un disturbo bipolare. L’autrice racconta, infatti, la sua storia, a partire dal tentato suicidio: un tentativo molto serio che le ha lasciato alcuni danni permanenti. All’esordio la sua patologia è stata diagnosticata come depressione e trattata con farmaci antidepressivi. La gravidanza e il parto hanno aggiunto una variabile significativa al quadro clinico e solo pochi giorni prima del tentato suicidio le viene prescritto un regolatore dell’umore che lei non accetta di prendere. Troppo tardi, ho pensato io leggendolo, ma anche molto tipico. Per qualche ragione l’antidepressivo è spesso molto più accettato dello stabilizzatore dell’umore perché la fase maniacale, che l’antidepressivo può sostenere, è percepita come molto più sana e normale della fase depressiva. Purtroppo tanto più si sale in alto, tanto più si può cadere in basso. Non solo in senso metaforico ma, in questo caso, anche letterale.
La gravidanza non è uno scherzo
A proposito di normalizzazione va detto che la gravidanza non è uno scherzo. Fino a non moltissimi anni fa la percentuale di donne che perdevano la vita al momento del parto era decisamente alta. Nel 18° secolo il tasso di mortalità materna con nati vivi era del 12%, pari a quella di molte gravi malattie. Il numero di donne che ogni anno muore a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto è passato da 546 mila nel 1990 a 358 mila nel 2008, segnando una diminuzione del 34%. Si tratta di un miglioramento importante, ma per raggiungere i traguardi fissati dagli obiettivi di sviluppo del millennio, il tasso di riduzione della mortalità materna dovrebbe crescere dal 2,3% (tasso medio di riduzione annua dal 1990 a oggi) al 5,5% (dati dell’istituto superiore della sanità). Già solo questo dato potrebbe aiutarci a capire che l’evento, salutato come una gioia, ha anche un lato oscuro che può alimentare paura e depressione.
La depressione post-partum colpisce dal 10 al 15% delle donne (dati dell’istituto superiore della sanità) e insorge tipicamente dopo 4-6 settimane dal parto. L’aver avuto in precedenza disturbi depressivi è un ulteriore fattore di rischio. Per alcune donne il trattamento antidepressivo, rafforzato in seguito alla depressione post-partum, fa da innesco per la slatentizzazione del disturbo bipolare.
Il ruolo dei curanti e quello della famiglia
Nel libro Fuani chiede alla famiglia il ricovero, richiesta insolita e che non viene accolta. Si apre qui il capitolo di come la famiglia può sostenere o di come può interferire con il processo di cura. Spesso l’atteggiamento si basa su due pregiudizi: il primo pregiudizio è che la depressione sia questione di forza di volontà, che, se uno si impegna, può farcela da solo. Non è assolutamente vero ed è un pregiudizio che sviluppa moltissimi sentimenti di inadeguatezza ma è davvero duro a morire tanto che, in molte persone con una lunga storia di ricadute depressive, è uno dei pensieri automatici più tipici e distruttivi.
Il secondo pregiudizio è che il meglio per un bambino o una bambina sia stare con la mamma. È un’idea ancestrale e giustificabile sul piano teorico e umano ma non sul piano personale. Non sempre una mamma è il luogo migliore e non sempre i bisogni dei bambini devono venire prima dei bisogni della madre. Nel bellissimo film documentario,Storia del cammello che piange, ambientato nel deserto dei Gobi, una cammella rifiuta di allattare il piccolo appena nato, mettendo a serio repentaglio la sua vita. Una delle anziane della comunità capisce quale può essere il problema e cura la cammella fino a che non inizia a piangere per il dolore del parto. Vedere la cammella che piange e che, solo dopo, permette che il piccolo si attacchi al suo seno, ci racconta quanto il parto sia un dolore che condividiamo con tutti i mammiferi e un lutto che andrebbe, prima di tutto consolato. Non è un lutto per la separazione – a volte desiderata – dal neonato, ma per il cambiamento. Il cambiamento del corpo, delle responsabilità, del ruolo sociale, del tempo a propria disposizione. È un lutto per il dolore viscerale e profondo che l’accompagna.
Tornando alle persone che soffrono per un disturbo emotivo spesso incontrano due difficoltà: farsi capire da chi li cura, collaborando verso una diagnosi corretta, e farsi capire dai familiari che spesso hanno un’immagine obsoleta di loro.
L’intervento con la famiglia
Valerie Porr ha individuato molto bene il ruolo centrale della famiglia nella cura. Accade moltissime volte infatti che i familiari siano, senza volerlo e senza consapevolezza, ostacoli alla cura. Nel suo libro, Superare il disturbo borderline di personalità, mette a fuoco come le risposte della famiglia spesso rinforzino i comportamenti oppositivi o auto-lesionistici ma questo è vero per moltissime patologie. Anche Marsha Linehan, in Una vita degna di essere vissuta, esprime quanto la famiglia giochi un ruolo nell’insorgenza e nella cura. Non solo perché, a volte, la famiglia è la causa del disturbo ma perché con comportamenti disfunzionali continua ad alimentarlo o a non credere alle indicazioni della persona sofferente. L’atteggiamento della famiglia di fronte alla malattia psichica è una variabile che non andrebbe mai sottovalutata. Per questa ragione da anni sostegno la formazione in Mindful Parenting. Alla famiglia non si chiede una responsabilità speciale ma la consapevolezza. E la consapevolezza non è “pensare” ma integrare sensazioni fisiche, emotive, pensieri e aspetti relazionali. Un percorso che molto spesso richiede strumenti specifici.
Il protocollo MBCT e la consapevolezza
Il protocollo MBCT (Mindfulness based cognitive therapy) offre un percorso di sostegno alla consapevolezza delle ricadute e strumenti per prevenirle e per affrontarle quando dovessero ripresentarsi. È utile chiarire due possibili equivoci.
Molte persone si iscrivono al protocollo MBCT con la convinzione (e la speranza) che questo prevenga il ripetersi delle ricadute. Non è questo l’oggetto del protocollo MBCT. Il protocollo ha l’intenzione di dare strumenti per prevenire le ricadute, strumenti per affrontare le ricadute ma fa parte della struttura stessa del disturbo psichico la possibilità di recidivare. Quello che si cerca di fare con la psicoterapia, con il trattamento farmacologico è di ridurre il rischio di recidiva e di ridurre il tempo di durata di una recidiva perché più recidive si hanno più aumenta la possibilità di averne. I disturbi emotivi sono come la scarlattina: se l’hai avuta una volta non ti lascia immune, come la varicella, e aumenta la possibilità che si possa riprenderla un’atra volta.
L’impegno è quello di conoscere i segnali di ricaduta, prevenire i fattori di ricaduta, intervenire tempestivamente quando questa si dovesse verificare e collaborare a periodi di sospensione e ripresa della copertura farmacologica. Perché non per tutti e non per sempre è necessario mantenere la terapia farmacologica in modo continuativo e questa è una decisione da prendere insieme alla psichiatra. Inoltre, ogni cosa ha un lato positivo, come affermava un film dedicato al disturbo bipolare e uscito qualche anno fa, Il lato positivo.
Le persone che soffrono di disturbo bipolare sono spesso personaggi indimenticabili per le loro qualità. Sono “cavalli di razza” che, se riescono a domare il loro lato selvaggio, regalano gli aspetti splendenti dell’essere umani. Dobbiamo ricordare anche che, in fondo, un po’ umorali lo siamo tutti e quello che differenzia l’essere umorali dall’essere bipolari sta in un continuum. Quando il nostro umore è alto splendiamo tutti di più!
Del nostro essere umorali fa parte la tendenza a sottovalutare gli aspetti positivi e ingigantire quelli negativi e la nostra “vulnerabilità narcisistica”: il reagire troppo a qualsiasi “offesa”. in fondo sbagliamo da professionisti, come diceva Paola Conte!
Personaggi che hanno dichiarato pubblicamente il loro bipolarismo
Jim Carey (Attore), Carrie Fisher (Attrice), Linda Hamilton (Attrice), Ben Stiller (Attore), Bruce Sprinsgsteen (Cantante), Indro Montanelli (Giornalista), Robin Williams (Attore), Vivien Leigh (Attrice), Jean-Claude Van Damme (Attore), Catherine Zeta-Jones (Attrice), Francesco Cossiga (Presidente della Repubblica Italiana), Sinead O’Connor (Cantante), Vittorio Gassman (Attore)
Tim Burton (Regista), Francis Ford Coppola (Regista), Ted Turner (Imprenditore, TV e Cinema), Buzz Aldrin (Astronauta), Peter Gabriel (Musicista), Jimi Hendrix (Musicista),Jaco Pastorius (Musicista). Kurt Cobain (Musicista), Sting, (Cantante), Tom Waits (Cantante, Musicista)
© Nicoletta Cinotti 2023
Bibliografia di riferimento
Nicoletta Cinotti, Scrivere la mente, Morelli e Yoga Journal editore
Nicoletta Cinotti Mindfulness ed emozioni, Gribaudo Editore
Eventi correlati
© Nicoletta Cinotti 2023
