Quando parliamo di guarigione è necessario partire da alcune premesse spesso implicite ma essenziali: la prima premessa è che la guarigione può avvenire se c’è plasticità. La seconda premessa è relativa a cosa intendiamo per guarigione. Nel caso di una frattura possiamo parlare di guarigione quando l’osso si rinsalda; ma nel caso della psiche quand’è che possiamo parlare di guarigione? I fatti avvenuti non cambiano e il passato non si può modificare. Qual è quindi la guarigione possibile?
Dal mio punto di vista possiamo parlare di guarigione quando cessa la guerra e la difesa contro quello che è avvenuto e ha causato dolore e, molto spesso, danno.
A questo primo livello di guarigione se ne aggiunge uno successivo che è quando riusciamo a cogliere anche il lato positivo dell’evento avverso. Quello è il segnale che l’evento negativo – che non possiamo cancellare – è stato assimilato e abbiamo imparato quello che dovevamo e potevamo imparare. In ogni caso la guarigione è un processo che ha uno svolgimento temporale, proprio come accade per le malattie fisiche. Più è importante la malattia più può essere lunga la guarigione e la resistenza, intesa come difficoltà ad accettare i fatti che sono avvenuti, è un grosso ostacolo alla ripresa della salute emotiva.
Salute e malattia convivono
Inoltre va considerato un altro e fondamentale elemento: salute e malattia convivono sempre in un dialogo in cui la salute non è disegnata dall’assenza di malattia ma dalla velocità con cui ci riprendiamo da un evento difficile. Più siamo resilienti e prima riusciamo a riprenderci. Più abbiamo strumenti per affrontare le emozioni difficili e le relazioni difficili e prima riusciamo ad imparare dal dolore: l’unico modo perchè quel dolore non sia stato inutile.
Ma la guarigione ha dei correlati che possono essere riconosciuti? Fino a qualche decennio fa valeva la percezione soggettiva e la valutazione clinica. Oggi sappiamo che è possibile valutare anche un altro elemento, a cui è dedicato questo approfondimento, che riguarda la neuroplasticità. Le ricerche sulla neuroplasticità cerebrale hanno un legame molto stretto con la mindfulness per la famosa ricerca condotta da Richard Davidson e Jon Kabat-Zinn agli albori della diffusione del protocollo MBSR. Se vuoi saperne di più leggi questo approfondimento Neurobiologia, salute e mindfulness
Mindfulness e cervello
La diffusione in occidente delle pratiche meditative, ha aperto molte domande sulla loro efficacia. Questi sforzi sono stati supportati da nuove tecnologia di imaging che hanno notevolmente migliorato la nostra capacità di esplorare il cervello umano in attività. In questo caso porterò una raccolta dei dati relativi alla mindfulness, dati che sono stati raccolti primariamente dai meditanti che si ispiravano alla tradizione mindfulness theravada, com’è quella praticata nei protocolli mindfulness based.
L’obiettivo della ricerca è stato capire quali sistemi neuronali vengono utilizzati per raggiungere gli stati meditativi e determinare gli effetti di una pratica regolare sul funzionamento e la struttura del cervello. Per fare questo è stato necessario fare una distinzione tra gli effetti di stato e gli effetti di tratto. Gli effetti di stato si riferiscono ai cambiamenti che avvengono durante il corso della meditazione, mentre gli effetti di tratto si verificano gradualmente nel tempo come effetto della pratica quotidiana e sono durevoli perché frutto di trasformazioni stabili e durature nell’attività e nella struttura cerebrale.
Il problema è che la meditazione varia momento per momento e una persona può passare da uno stato di meditazione profonda ad un momento in cui pensa ad una commissione da fare, per poi tornare di nuovo ad essere profondamente concentrato. Nessuna tecnica di ricerca può permetterci, attualmente, di registrare il passaggio da un livello profondo di concentrazione ad uno più superficiale anche se le attuali tecniche di neuroimaging possono essere in grado di rilevare variazioni minime dell’attività neuronale.
Tecniche di neuroimaging
Una delle tecniche più usate è la fRM, ossia la risonanza magnetica funzionale che misura i cambiamenti nel flusso sanguigno di specifiche regioni cerebrali, dando così una misura indiretta delle aree coinvolte nell’azione in corso. Altre due tecniche di osservazione dell’attività cerebrale sono la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la tomografia ad emissione di fotoni singoli (SPECT). In questo caso l’attività neuronale viene misurata registrando l’attività di un isotopo radiattivo iniettando nel sangue dei soggetti esaminati.
Reti neuronali impegnate durante la meditazione
La meditazione è una attività multiforme perchè coniuga un’intensa concentrazione con l’apertura ad esperienze sensoriali, emozioni e pensieri. Alcune tecniche poi, come la pratica di metta, comprendono lo sforzo di generare particolari stati mentali. Al fine della ricerca delle reti neurali attivate è stata fatta una distinzione tra i processi interessati alla concentrazione e quelli coinvolti con la consapevolezza. Una importante area di attivazione è risultata essere la corteccia dorsolaterale prefrontale, una zona associata all’attenzione e alle capacità esecutive decisionali. E’ stato frequentemente rilevato anche un incremento di attivazione della corteccia cingolata, una struttura che svolge un ruolo primario nel processo di integrazione tra attenzione, motivazione e controllo motorio.
Un’altre regione che si attiva durante la meditazione è l’insula anteriore che è associata all’enterocezione, cioè alla percezione delle sensazioni viscerali come la fame, la sete e al bilanciamento dell’attività cardiaca e respiratoria. L’insula è anche coinvolta nell’elaborazione delle sensazioni corporee transitorie, contribuendo alla formazione del nostro senso di “Sé”, oltre che funzionare da interruttore principale di diverse reti di attenzione. L’attività dell’insula risulta alterata nei disturbi depressivi suggerendo così come, una sua funzionalità normale, sia rilevante ai fini della salute psichica.
Neuroplasticità e mindfulness: forever young?
La vera domanda che dovremmo porci, domanda che fino agli anni ’90 avrebbe avuto una risposta certamente negativa, è se il cervello adulto può cambiare. La convinzione largamente diffusa che l’unico cambiamento possibile fosse la perdita di neuroni conseguente all’età ha iniziato a subire un radicale mutamento proprio grazie alle ricerche condotte con le nuove tecniche di neuroimaging che hanno documentato la natura altamente plastica e flessibile del cervello adulto umano.
Nel complesso la ricerca mostra che il cervello adulto è molto plastico, con cambiamenti a livello strutturale che possono avvenire nell’arco di poche settimane. Risultati incoraggianti sia per le neuroscienze che per la pratica clinica, suggeriscono che le pratiche di mindfulness sono in grado di modificare la funzione neuronale anche in tempi relativamente brevi.
Nel 2005, 20 soggetti che praticavano mindfulness da lungo tempo e 15 soggetti di un gruppo di controllo, sono stati sottoposti ad un confronto dello spessore corticale. Nei meditatori lo spessore corticale nella porzione anteriore dell’insula e nella corteccia sensoriale, risultava di gran lunga superiore ai soggetti a loro appaiati per sesso, età, razza e anni di istruzione. E’ interessante sottolineare che un ridotto volume dell’insula è collegato a diverse forme psicopatologiche come ansia sociale, fobie specifiche, sindrome post-traumatica da stress (PTSD) e schizofrenia. Nei meditatori risultava essere più sviluppata anche la corteccia prefrontale, che abbiamo visto essere dedicata ai processi decisionali. Altre ricerche successive hanno trovato modificazioni significative anche nell’ippocampo e nel giro temporale inferiore sinistro. L’ippocampo ha un ruolo centrale nei processi di memoria mentre il lobo temporale inferiore è coinvolto nella costruzione di un senso di sé come agente.
Quindi per cambiare bisogna praticare mindfulness?
Ad essere del tutto onesti i risultati neuoscientifici sono molto favorevoli alla pratica di mindfulness. Perché quindi non incontra unanime ed universale diffusione (la domanda è ironica)? Ci sono delle obiettive difficoltà che non riguardano gli aspetti fisici ma bensì quelli emotivi, visto che è di guarigione emotiva che ci stiamo occupando. Potremmo riassumerli in 4 aspetti:
- l’effetto dell’avversione Quando abbiamo un problema e una difficoltà ci sembra inevitabile provare avversione: proviamo avversione per la fonte di disagio esterna o per la fonte di disagio interna o entrambe le cose. L’avversione produce due movimenti primari istintivi, nei confronti dei quali abbiamo poco da controbattere: ci fa andare via dalla fonte del disagio e/o ce la fa attaccare. Questo perché alla base dell’avversione ci sono due sentimenti primari come la rabbia o la paura. In questo caso costruiamo una specie di antidoto al cambiamento anche se vorremmo proprio cambiare
- la disciplina e la ripetizione La pratica non ha un effetto immediato ma richiede ripetizione e una disciplina minima ma fondamentale. Non è una disciplina imposta dall’esterno ma regolata dalla quantità di avversione che proviamo. più proviamo avversione e più faremo fatica ad essere disciplinati
- la risposta corporea Le difese emotive hanno un corrispettivo sul piano corporeo perché ogni emozione si esprime attraverso uno schema di risposta muscolare. Quindi il nostro corpo diventa teso e contratto se proviamo rabbia e paura e stanco perché opponiamo una corrispettiva forza muscolare per controllare queste due emozioni senza lasciarle uscire.
- la chimica dello stress Fisicamente il segnale di pericolo espresso dall’avversione, viene registrato nello stesso modo che se fossimo in un pericolo reale. Aumenta la produzione di cortisone e adrenalina. Aumentano quindi cortisolo e noradrenalina che ci immettono nel circuito di risposta allo stress. Se lo stress finisce, i livelli di questi due ormoni tornano alla normalità ma se continuiamo a sentirci minacciati – vera o presunta che sia la minaccia – i livelli di questi due ormai rimangono alti e interferiscono con la captazione della serotonina: ossia diventiamo sempre più esauriti e privi di energia da combattimento. E siccome ci sentiamo deboli diventiamo sempre più spaventati alimentando così un circolo vizioso.
In conclusione
Tirando le fila di questo discorso possiamo dire, un pò sinteticamente, che siamo organizzati per guarire, e non potrebbe che essere così, ma che, molto spesso, il problema viene mantenuto attivo da una modalità disfunzionale di difesa emotiva che comporta una risonanza anche a livello fisico. La nostra tendenza alla fuga ci salva quando siamo di fronte ad alcuni pericoli ma ci stressa quando siamo di fronte a pericoli che ci fanno “sentire minacciati” anche se la minaccia reale è relativa. Potrebbe sembrare una prospettiva poco lusinghiera ma saperlo ci permette di dirigere la nostra intenzione verso le scelte salutari. È questo è il fattore di guarigione di cui parleremo nel prossimo numero!
© Nicoletta Cinotti 2023
PS: Le immagini sono tratte dal mio libro “Mindfulness ed emozioni”, Gribaudo Editore e sono disegnate da Sara Seravalle
Questi dati sono stati tratti da “Mindfulness e neuroplasticità” in Baer R.A., Come funziona la mindfulness, Cortina editore.
Per ulteriori approfondimenti si consiglia:
Cahn K.L., Polich J., (2006), Meditation states and traits: EEG, ERP and neuroimaging studies, in Psichological Bullettin, 132, 180-211.
Austin J.H., (1998), Zen and the brain: Toward an understanding of meditation and consciousness. MIT Press, Cambridge, MA
Austin J.H., (2006), Zen-brain reflections. MIT Press, Cambridge, MA<
Nel libro Fuani chiede alla famiglia il ricovero, richiesta insolita e che non viene accolta. Si apre qui il capitolo di come la famiglia può sostenere o di come può interferire con il processo di cura. Spesso l’atteggiamento si basa su due pregiudizi: il primo pregiudizio è che la depressione sia questione di forza di volontà, che, se uno si impegna, può farcela da solo. Non è assolutamente vero ed è un pregiudizio che sviluppa moltissimi sentimenti di inadeguatezza ma è davvero duro a morire tanto che, in molte persone con una lunga storia di ricadute depressive, è uno dei pensieri automatici più tipici e distruttivi.
