
Parlare del disturbo bipolare non è facile: è come camminare in uno stretto sentiero di montagna dove, ad ogni passo, puoi scivolare nel burrone. Cercherò di farlo tenendomi alla ferrata che in questo caso sarà molta storia clinica, un libro e qualche riflessione semiseria.
La prima cosa da dire
La prima cosa da dire è che una persona con il disturbo bipolare stanca chi la cura ma non annoia mai. Stanca perché a volte la sua energia può essere incontenibile e dare la sensazione di inseguire qualcosa che comunque non è raggiungibile e altre volte, in maniera imprevedibile, è stagnante e priva di speranza. Tutto questo senza che, apparentemente, ci siano stati eventi esterni a giustificare il cambiamento. Perché le redini di tutto questo le tiene l’umore, un umore incontrollabile che sale e scende seguendo criteri suoi.
Nel mio libro, “Mindfulness ed emozioni” ho ringraziato una mia paziente storica che aveva una diagnosi di disturbo bipolare e che mi ha insegnato moltissime cose sull’umore e sui sintomi che preannunciavano, per lei, l’episodio maniacale e, successivamente, la fase depressiva.
Lei preferiva di gran lunga la fase maniacale e spesso la fase depressiva era anche un effetto dei farmaci. I suoi familiari, invece, preferivano di gran lunga quando la sua energia era meno alta. Perché, come dicevo prima, può essere piuttosto faticosa.
La storia dei farmaci
Molti pazienti con disturbo bipolare vedono per la prima volta uno psichiatra quando entrano nel primo episodio depressivo. Perché, almeno in una buona parte dei casi, la maniacalità all’inizio è una piacevole ventata d’energia che fa apparire le persone speciali e la vita una specie di magia continua. Dalla letteratura clinica sappiamo che gli antidepressivi in adolescenza e nell’età adulta possono essere anche i responsabili di una slatentizzazione di un disturbo bipolare in soggetti predisposti. Una cosa è certa: gli antidepressivi, così diffusi e così normalizzati, non sono farmaci da poco. Per questa ragione in molti casi tremo, sia al cambiamento del farmaco antidepressivo, sia quando vedo arrivare una persona in trattamento antidepressivo che, in realtà, non ha una diagnosi di depressione così chiara. L’uso non corretto degli antidepressivi è un errore tutt’altro che raro ed è dovuto ad una diagnosi poco accurata e ad una raccolta anamnestica frettolosa. Spesso la diagnosi di disturbo bipolare avviene dopo la slatentizzazione dell’episodio maniacale dovuto al tentativo di cura dell’episodio depressivo con i farmaci antidepressivi. Purtroppo a molte persone i farmaci piacciono tantissimo e, spesso, non sono le persone che ne avrebbero più bisogno. Inoltre, attorno ai farmaci psicotropi ci sono moltissime narrazioni e pregiudizi che rivelano come il rapporto con i farmaci non sia affatto un rapporto medico ma emotivo.
Se vuoi leggere qualcosa in più ci sono due articoli: I farmaci nella psicoterapia, in cui parlo di alcuni casi clinici e l’intervista, datata 2014 al collega psichiatr Gaspare Palmieri. Farmaci e/o psicoterapia?
La letteratura aiuta
Nel libro di Fuani Marino, “Svegliami a mezzanotte”, si ha una buona e cruda descrizione di quello che può voler dire convivere con un disturbo bipolare. L’autrice racconta, infatti, la sua storia, a partire dal tentato suicidio: un tentativo molto serio che le ha lasciato alcuni danni permanenti. All’esordio la sua patologia è stata diagnosticata come depressione e trattata con farmaci antidepressivi. La gravidanza e il parto hanno aggiunto una variabile significativa al quadro clinico e solo pochi giorni prima del tentato suicidio le viene prescritto un regolatore dell’umore che lei non accetta di prendere. Troppo tardi, ho pensato io leggendolo, ma anche molto tipico. Per qualche ragione l’antidepressivo è spesso molto più accettato dello stabilizzatore dell’umore perché la fase maniacale, che l’antidepressivo può sostenere, è percepita come molto più sana e normale della fase depressiva. Purtroppo tanto più si sale in alto, tanto più si può cadere in basso. Non solo in senso metaforico ma, in questo caso, anche letterale.
La gravidanza non è uno scherzo
A proposito di normalizzazione va detto che la gravidanza non è uno scherzo. Fino a non moltissimi anni fa la percentuale di donne che perdevano la vita al momento del parto era decisamente alta. Nel 18° secolo il tasso di mortalità materna con nati vivi era del 12%, pari a quella di molte gravi malattie. Il numero di donne che ogni anno muore a causa di complicazioni legate alla gravidanza e al parto è passato da 546 mila nel 1990 a 358 mila nel 2008, segnando una diminuzione del 34%. Si tratta di un miglioramento importante, ma per raggiungere i traguardi fissati dagli obiettivi di sviluppo del millennio, il tasso di riduzione della mortalità materna dovrebbe crescere dal 2,3% (tasso medio di riduzione annua dal 1990 a oggi) al 5,5% (dati dell’istituto superiore della sanità). Già solo questo dato potrebbe aiutarci a capire che l’evento, salutato come una gioia, ha anche un lato oscuro che può alimentare paura e depressione.
La depressione post-partum colpisce dal 10 al 15% delle donne (dati dell’istituto superiore della sanità) e insorge tipicamente dopo 4-6 settimane dal parto. L’aver avuto in precedenza disturbi depressivi è un ulteriore fattore di rischio. Per alcune donne il trattamento antidepressivo, rafforzato in seguito alla depressione post-partum, fa da innesco per la slatentizzazione del disturbo bipolare.
Il ruolo dei curanti e quello della famiglia
Nel libro Fuani chiede alla famiglia il ricovero, richiesta insolita e che non viene accolta. Si apre qui il capitolo di come la famiglia può sostenere o di come può interferire con il processo di cura. Spesso l’atteggiamento si basa su due pregiudizi: il primo pregiudizio è che la depressione sia questione di forza di volontà, che, se uno si impegna, può farcela da solo. Non è assolutamente vero ed è un pregiudizio che sviluppa moltissimi sentimenti di inadeguatezza ma è davvero duro a morire tanto che, in molte persone con una lunga storia di ricadute depressive, è uno dei pensieri automatici più tipici e distruttivi.
Il secondo pregiudizio è che il meglio per un bambino o una bambina sia stare con la mamma. È un’idea ancestrale e giustificabile sul piano teorico e umano ma non sul piano personale. Non sempre una mamma è il luogo migliore e non sempre i bisogni dei bambini devono venire prima dei bisogni della madre. Nel bellissimo film documentario,Storia del cammello che piange, ambientato nel deserto dei Gobi, una cammella rifiuta di allattare il piccolo appena nato, mettendo a serio repentaglio la sua vita. Una delle anziane della comunità capisce quale può essere il problema e cura la cammella fino a che non inizia a piangere per il dolore del parto. Vedere la cammella che piange e che, solo dopo, permette che il piccolo si attacchi al suo seno, ci racconta quanto il parto sia un dolore che condividiamo con tutti i mammiferi e un lutto che andrebbe, prima di tutto consolato. Non è un lutto per la separazione – a volte desiderata – dal neonato, ma per il cambiamento. Il cambiamento del corpo, delle responsabilità, del ruolo sociale, del tempo a propria disposizione. È un lutto per il dolore viscerale e profondo che l’accompagna.
Tornando alle persone che soffrono per un disturbo emotivo spesso incontrano due difficoltà: farsi capire da chi li cura, collaborando verso una diagnosi corretta, e farsi capire dai familiari che spesso hanno un’immagine obsoleta di loro.
L’intervento con la famiglia
Valerie Porr ha individuato molto bene il ruolo centrale della famiglia nella cura. Accade moltissime volte infatti che i familiari siano, senza volerlo e senza consapevolezza, ostacoli alla cura. Nel suo libro, Superare il disturbo borderline di personalità, mette a fuoco come le risposte della famiglia spesso rinforzino i comportamenti oppositivi o auto-lesionistici ma questo è vero per moltissime patologie. Anche Marsha Linehan, in Una vita degna di essere vissuta, esprime quanto la famiglia giochi un ruolo nell’insorgenza e nella cura. Non solo perché, a volte, la famiglia è la causa del disturbo ma perché con comportamenti disfunzionali continua ad alimentarlo o a non credere alle indicazioni della persona sofferente. L’atteggiamento della famiglia di fronte alla malattia psichica è una variabile che non andrebbe mai sottovalutata. Per questa ragione da anni sostegno la formazione in Mindful Parenting. Alla famiglia non si chiede una responsabilità speciale ma la consapevolezza. E la consapevolezza non è “pensare” ma integrare sensazioni fisiche, emotive, pensieri e aspetti relazionali. Un percorso che molto spesso richiede strumenti specifici.
Il protocollo MBCT e la consapevolezza
Il protocollo MBCT (Mindfulness based cognitive therapy) offre un percorso di sostegno alla consapevolezza delle ricadute e strumenti per prevenirle e per affrontarle quando dovessero ripresentarsi. È utile chiarire due possibili equivoci.
Molte persone si iscrivono al protocollo MBCT con la convinzione (e la speranza) che questo prevenga il ripetersi delle ricadute. Non è questo l’oggetto del protocollo MBCT. Il protocollo ha l’intenzione di dare strumenti per prevenire le ricadute, strumenti per affrontare le ricadute ma fa parte della struttura stessa del disturbo psichico la possibilità di recidivare. Quello che si cerca di fare con la psicoterapia, con il trattamento farmacologico è di ridurre il rischio di recidiva e di ridurre il tempo di durata di una recidiva perché più recidive si hanno più aumenta la possibilità di averne. I disturbi emotivi sono come la scarlattina: se l’hai avuta una volta non ti lascia immune, come la varicella, e aumenta la possibilità che si possa riprenderla un’atra volta.
L’impegno è quello di conoscere i segnali di ricaduta, prevenire i fattori di ricaduta, intervenire tempestivamente quando questa si dovesse verificare e collaborare a periodi di sospensione e ripresa della copertura farmacologica. Perché non per tutti e non per sempre è necessario mantenere la terapia farmacologica in modo continuativo e questa è una decisione da prendere insieme alla psichiatra. Inoltre, ogni cosa ha un lato positivo, come affermava un film dedicato al disturbo bipolare e uscito qualche anno fa, Il lato positivo.
Le persone che soffrono di disturbo bipolare sono spesso personaggi indimenticabili per le loro qualità. Sono “cavalli di razza” che, se riescono a domare il loro lato selvaggio, regalano gli aspetti splendenti dell’essere umani. Dobbiamo ricordare anche che, in fondo, un po’ umorali lo siamo tutti e quello che differenzia l’essere umorali dall’essere bipolari sta in un continuum. Quando il nostro umore è alto splendiamo tutti di più!
Del nostro essere umorali fa parte la tendenza a sottovalutare gli aspetti positivi e ingigantire quelli negativi e la nostra “vulnerabilità narcisistica”: il reagire troppo a qualsiasi “offesa”. in fondo sbagliamo da professionisti, come diceva Paola Conte!
Personaggi che hanno dichiarato pubblicamente il loro bipolarismo
Jim Carey (Attore), Carrie Fisher (Attrice), Linda Hamilton (Attrice), Ben Stiller (Attore), Bruce Sprinsgsteen (Cantante), Indro Montanelli (Giornalista), Robin Williams (Attore), Vivien Leigh (Attrice), Jean-Claude Van Damme (Attore), Catherine Zeta-Jones (Attrice), Francesco Cossiga (Presidente della Repubblica Italiana), Sinead O’Connor (Cantante), Vittorio Gassman (Attore)
Tim Burton (Regista), Francis Ford Coppola (Regista), Ted Turner (Imprenditore, TV e Cinema), Buzz Aldrin (Astronauta), Peter Gabriel (Musicista), Jimi Hendrix (Musicista),Jaco Pastorius (Musicista). Kurt Cobain (Musicista), Sting, (Cantante), Tom Waits (Cantante, Musicista)
© Nicoletta Cinotti 2023
Bibliografia di riferimento
Nicoletta Cinotti, Scrivere la mente, Morelli e Yoga Journal editore
Nicoletta Cinotti Mindfulness ed emozioni, Gribaudo Editore
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© Nicoletta Cinotti 2023
