[Leggi di più…] infoNon arrenderti troppo velocemente alla solitudine
ritiri
Siate lì tutto il tempo
A volte le persone trovano che essere teneri e schietti sia qualcosa di minaccioso e apparentemente sfiancante. L’apertura gli appare come una cosa impegnativa che richiede energia, dunque preferiscono ricoprire il loro cuore tenero.
La vulnerabilità a volte può rendere nervosi. È fastidioso sentirsi così reali, dunque si preferisce stordirsi. Cercate qualche anestetico, qualsiasi cosa vi procuri intrattenimento. A quel punto potete dimenticare la scomodità della realtà.
Le persone non vogliono vivere la loro schiettezza di base nemmeno per un quarto d’ora. Per il guerriero (il meditante per Chogyam Trungpa era il vulnerabile guerriero n.d.r) l’impavidità è l’esatto opposto di questo approccio. L’impavidità è questione di imparare ad essere. Siate lì tutto il tempo: questo è il messaggio. È qualcosa di impegnativo in quello che chiamiamo mondo crepuscolare, il mondo della comodità nevrotica, dove usiamo ogni cosa per riempire lo spazio. Chogyam Trungpa
© www.nicolettacinotti.net Addomesticare pensieri selvatici Rubrica settimanale di citazioni
La storia del vicino di casa e i confini
La casa dove tengo i ritiri è al limitare di un bosco, molto fertile per i funghi. Poco distante abitava un signore, una di quelle persone dell’entroterra ligure, difficili da descrivere se non dicendo che era piuttosto chiuso e ostinato. Un uomo con un forte senso della proprietà.
Francamente non so se il bosco circostante gli appartenesse ma lui era certo che fosse così e che, quindi, anche i prodotti del bosco fossero suoi. Per questa ragione tagliava, con chirurgica precisione, le gomme di chi parcheggiava nei dintorni per andare a funghi. Non le gomme delle persone del posto. No, le loro macchine erano salve. Quelle dei “foresti” che venivano a turbare la zona. Anche noi della casa di ritiri eravamo salvi perché, lui diceva, io sono uno rispettoso. Non coglieva l’evidente contraddizione tra tagliare le gomme ed essere rispettoso. Non la coglieva perché aveva, a modo suo, un fortissimo senso dei confini. Soprattutto di quello che è giusto e sbagliato.
Peccato che fosse lui il depositario del confine di giusto o sbagliato. Questo signore potrebbe sembrare molto diverso da noi, evoluti cittadini. Non lo è. Anche noi ci arroghiamo il diritto di stabilire le regole, di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Di intervenire sulla base del nostro senso dei confini, senza domandarci se, per caso, abbiamo un confine troppo ampio rispetto alla nostra persona. Se, per caso, non finiamo per considerare nostro anche lo spazio dell’altro e la sua autonomia. Anche noi, a volte, vorremmo dettare le regole di quello che si può o non si può fare sulla base del nostro fatidico senso di giustizia.
Peccato che il senso di giustizia dimentichi, molto spesso, il senso della relazione. Dimentichi i sentimenti di chi, a nostro parere, viola il nostro criterio. Peccato che, anche noi, vedendo che la macchina davanti a noi parcheggia, pensiamo “mi ha preso il posto” anziché “era prima di me”.
Così, dovete sempre ricordare che tutte le colorazioni tipo “io”, “me”, “mio”, sono semplici correnti del pensiero che posso influire negativamente sullo stato d’animo e sulla precisione dell’esperienza diretta. Rammentarsene mantiene vitale la pratica proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno e siamo più disposti a contravvenire. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: La meditazione del fiume
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© Nicoletta Cinotti 2017 Il protocollo MBSR Prezzo ridotto per iscrizioni entro il 29 Settembre
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Farmaci e meditazione
Qualche settimana fa ho pubblicato un post – che ha ricevuto moltissima attenzione – su meditazione e/o psicoterapia.
Proseguo l’approfondimento con questo brano di Tara Brach su farmaci e psicoterapia. Molte persone mi chiedono, se prendo farmaci posso meditare lo stesso? Oppure se medito posso eliminare i farmaci? Ecco cosa dice la nostra autrice, insegnante di meditazione e psicoterapeuta.
Per alcune persone, indipendentemente da quanto seriamente si impegnano, la meditazione non basta. È necessario qualcosa d’altro per potersi sentire sicuri e avere un livello gestibile di paura.
Sia che la causa sia un trauma che una predisposizione genetica, la chimica dei neuromediatori e la conformazione del sistema nervoso porta alcune persone a livelli intollerabilmente alti di paura. Per loro la prescrizione aggiuntiva di ansiolitici e antidepressivi può offrire un aiuto, a volte cruciale, nel trovare quella sicurezza che permette di fidarsi degli altri e di seguire una pratica meditativa.
L’uso di antidepressivi per persone che meditano è un tema caldo. A volte le persone mi chiedono “prendo il Prozac, non sarebbe meglio se smettessi? Oppure “Il fatto che continuo a prendere antidepressivi non è come ammettere che la meditazione non funziona?” Molte persone sono spaventate all’idea di poter diventare dipendenti dal farmaco e di non poterne più fare a meno. Altri sono preoccupati che il farmaco diminuisca l’efficacia della pratica “I farmaci non offuscano la mia esperienza riducendo così l’accettazione?”. Una volta una persona mi ha chiesto addirittura “Non è impossibile che io arrivi allo stato di liberazione (lo stato di realizzazione massima nelle pratiche meditative n.d.t.) se continuo a prendere farmaci? È difficile immaginare che il Buddha prendesse Prozac sotto l’albero della Bodhi (L’albero sotto il quale ha raggiunto l’illuminazione n.d.t.).
È vero che alcuni dei più usati antidepressivi possono creare un senso di distanza dallo stato più acuto di paura, una sorta di ovattamento emotivo. È anche possibile sviluppare una dipendenza psicologica da un farmaco che produce un senso di sollievo.. Ma quando la paura è troppo grande, l’intervento medico, almeno per un certo periodo di tempo, può essere la risposta più compassionevole che possiamo dare. Come l’insulina per un diabetico, i farmaci ridanno equilibrio riportando uno stato dis-regolato verso la normalità.
Per alcune persone questo può essere un passo saggio e fondamentale sul sentiero spirituale. Ho visto persone che, dopo aver iniziato la terapia farmacologica, iniziavano finalmente a guardare a se stessi con consapevolezza e gentilezza amorevole. I farmaci, per alcune persone, rendono possibile il fermarsi e praticare.
I farmaci e la meditazione possono funzionare insieme. Mentre il farmaco riduce l’esperienza biologica della paura, la pratica di mindfulness può aiutare a sciogliere quel complesso di pensieri reattivi e sentimenti che vengono attivati dal loop della paura. Tara Brach
©www.nicolettacinotti.net “Addomesticare pensieri selvatici” Foto di © Carmen Moreno Photography
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Tenerezza sul filo della pelle
La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci.
La tenerezza non c’è dove c’è severità, giudizio, malevolenza. Per me è un po’ come una sorella minore della compassione, meno notevole, meno in prima linea, è un po’ timida la tenerezza, ha il muso di un animale dei boschi, è schiva e delicata.
Quando diciamo di un bambino che è tenero è perché lo vediamo disarmato, senza furbizia, sprovveduto. Anche i vecchi ci muovono queste onde piccole di tenerezza, anche il loro è un disarmo, una vacuità di strategie, un’inadeguatezza a farcela sempre, a essere a livello delle aspettative.
Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri, è sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è frontale. Così raro oggi, che giri l’angolo e trovi un guru, ma devi girare tutto il mondo per trovare un amico sincero che pianga con te, rida con te e non ti voglia spiegare la vita e risolvere i suoi misteri.
Ecco la tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi. Chandra Livia Candiani
Scorrere come l’acqua
A volte ho l’impressione di portare uno zaino sulle spalle. Uno zaino con la mia storia. Anzi forse tutti portiamo uno zaino sulle spalle con dentro la nostra storia. È uno zaino che pesa e nel quale sono finite dentro cose che potremmo fare a meno di portare con noi. Cianfrusaglie di ricordi, biglietti di vecchi concerti. E poi quelle due o tre cose essenziali che non vorremmo mai dimenticare.
Come tutti gli zaini pesa ma, dopo un po’ non lo senti più. Torna a pesare quando qualcosa ti costringe a rovistarci dentro. Quello è un momento di svolta. Rovistando dentro infatti possiamo scegliere se continuare a tenere quel ricordo nello zaino o lasciarlo andare. Che non vuol dire dimenticare. Vuol dire piuttosto non coltivare le emozioni e le tensioni che quel ricordo attiva. Vuol dire prendere atto che ne è passata di acqua sotto i ponti e che, nel frattempo siamo cambiati. Forse vuol dire misurare la distanza tra allora e adesso. La nostra mente è associativa e quindi pesca vecchi ricordi, vecchie storie, un po come un jukebox. E, per un attimo, quel disco torna a suonare di nuovo. Le stesse tensioni nel corpo e nella mente. Che possiamo scegliere di lasciar andare.
Possiamo farlo portando un’attenzione sensoriale, non narrativa, che segua il flusso di continuo cambiamento della nostra percezione. Se rimaniamo in questa flessibilità del corpo, in questo continuo mutare delle percezioni, smettiamo di rinforzare la catena di associazioni attraverso i pensieri.
Possiamo così scegliere cosa mettere nello zaino, scoprire che più lo zaino è leggero e più noi siamo leggeri. Che più lasciamo scorrere e più siamo aperti a quella fresca novità del momento presente che ci aspetta, più siamo nel presente. Senza troppi pesi che ci aggrappano al passato.
Non è il passato che è un problema: lo è il modo con cui ci aggrappiamo, lo ripetiamo, lo rigurgitiamo, principalmente per dare a noi stessi un senso di consistenza e identità. Roger Housden
Pratica di mindfulness: [fblivevideoembed id=”1″] oppure Be water
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
