La vita si aggrappa sul ciglio del mondo.
Come edera.
O meglio come una cornacchia –
con artigli affilati,
come se fosse risoluta
a restare qui per sempre.
Ma ha anche le ali.
Alexander Shurbanov
La vita si aggrappa sul ciglio del mondo.
Come edera.
O meglio come una cornacchia –
con artigli affilati,
come se fosse risoluta
a restare qui per sempre.
Ma ha anche le ali.
Alexander Shurbanov
Perdiamo così tanta energia cercando di nascondere chi siamo, quando sotto ogni attitudine è il desiderio di essere amati, e sotto ogni rabbia è una ferita da rimarginare e sotto ogni tristezza è la paura che non ci sarà abbastanza tempo. Quando esitiamo a essere diretti, senza saperlo ci infiliamo qualcosa addosso, qualche ulteriore strato di protezione che ci impedisce di sentire il mondo, e spesso quella sottile coperta è l’inizio di una solitudine che, se non dismessa, diminuisce le nostre possibilità di gioia. È come indossare guanti ogni volta che tocchiamo qualcosa e poi, dimenticando che abbiamo scelto di indossarli, lamentarci che nulla sembri reale al tatto. Ogni giorno la nostra sfida è non vestirci per affrontare il mondo ma toglierci i guanti in modo da sentire che la maniglia della porta è fredda e la maniglia dell’auto è umida e sentire che il bacio di arrivederci è come le labbra di un altro essere, morbido e irripetibile.Mark Nepo, Il Risveglio
È facile vedere come ci attacchiamo a ciò che è piacevole, ma è essenziale comprendere che ci attacchiamo anche a pensieri ed emozioni dolorose.
In tutto il mondo siamo tristemente di fronte a popoli che mantengono e nutrono intensi odi reciproci. Quando un individuo trattiene in sé l’immagine dell’altro odiato –arabo, americano, straniero –, la mente si attacca a quest’immagine nonostante l’intensa sofferenza causata dall’odio. E per venire più vicini a casa, l’irritazione con un vicino, con un collega, con un parente instaura attaccamento nella mente, e noi ci aggrappiamo alle nostre piccole e grandi ferite. L’attaccamento, che sia all’odio o al desiderio, genera tensione che diventa la base dell’insoddisfazione e del dolore.
Dall’attaccamento nascono azioni tese a porre termine alla sofferenza e a portare gratificazione. E allora condanniamo, danneggiamo o addirittura uccidiamo l’altro odiato. Che sia il prodotto del karma, del DNA o di un consolidato pattern neurale, un simile attaccamento ha radici in una storia incredibilmente sfaccettata.
Dal momento che corpo e mente sono un tutt’uno non separato, questo doloroso e instabile stato di attaccamento si manifesta sia nel corpo sia nella mente. Incontrare un’altra persona è una forma di contatto particolarmente potente, che può produrre sensazioni intense, sottili e complesse. Da queste impressioni sorge l’urgenza di afferrare, nasce quella vischiosità di cuore e mente che permea di ansietà lo stare insieme e rende dolorosa la separazione.
La prossima volta che avvertite sofferenza in una relazione, provate a vedere se vi riesce di riconoscere l’attaccamento. Vi state aggrappando a un’immagine, a un desiderio di controllo, a una speranza o a una paura? E notarlo produce cambiamenti nell’attaccamento o nel dolore?
Gregory Kramer Mindfulness Relazionale
Questa è la parte dell’anno dedicata ai buoni propositi. Anche se sappiamo che è solo simbolico pensare a dicembre come ad una conclusione, diventa inevitabile farlo. Fare un bilancio e fare i conti con quello che si è realizzato o mancato di realizzare
È spontaneo che sorga l’idea di fare qualcosa di nuovo, di meglio, di diverso, per l’anno nuovo. Dirsi “quest’anno farò….è tanto rituale quanto farsi gli auguri.
Quando lo diciamo siamo convinti e pieni di entusiasmo. Poi passano i giorni, i mesi e il nostro entusiasmo svanisce di fronte alla fatica del quotidiano. È mancanza di forza di volontà? Possiamo fare qualcosa per avere più grinta? Direi proprio di sì e a questo è dedicato questo articolo.
Come prima cosa aboliamo il verbo “Devo” in tutte le sue declinazioni di significato. La mente è “grammaticale” cioè è sensibile alle parole come un poeta e quindi reagisce a questa ingiunzione come reagirebbe ad un ordine. La considera qualcosa di estraneo e, prima o poi, cercherà di liberarsene. E anche noi lo vivremo così. Non siamo più bambini che devono sottostare alle regole: cambiamo il linguaggio verso di noi e trasformiamo i nostri obiettivi in intenzioni.
Può sembrare una sfumatura priva di significato ma non lo è. Se ci diamo un obiettivo abbiamo solo due possibilità: lo raggiungiamo o falliamo. Se mettiamo una intenzione sappiamo che, lungo la strada, potremmo accorgerci che ci sono aspetti nuovi da prendere in considerazione che possono farci cambiare direzione. Se procediamo per obiettivi costruiamo un immagine di noi in cui basta un fallimento per considerarci perdenti. Se mettiamo un’intenzione rimarremo consapevoli del processo e non inizieremo a pensarci come persone prive di forza di volontà!
Sì, perchè uno dei problemi rispetto alle intenzioni dell’anno nuovo è proprio questa: a volte partiamo considerandoci già dei perdenti. Non farlo!
Pensare a te stesso come a qualcuno capace di superare tremende avversità spesso porta ad un comportamento che conferma questa idea. Angela Duckworth
Ve lo ricordate Alfieri? Io lo ricordo più che per le sue opere per la sua frase “vòlli, e vòlli sèmpre, e fortissimaménte vòlli” e per l’immagine di lui legato alla sedia con le corde per non farsi distrarre dallo studio. Ho sempre pensato che fosse una forma estrema e una manifestazione di come la forza di volontà possa essere follia.
In quella breve frase però Alfieri ci dice due cose importanti: la forza di volontà comporta un conflitto contro la distrazione e anche uno sforzo fisico. Lui lo faceva in modo estremo: legandosi. Però è vero che una delle misure della forza di volontà può essere proprio la facilità con cui ci distraiamo. Tutte le volte che, indipendentemente dalla situazione, non ci permettiamo di distrarci coltiviamo la forza di volontà, anche se può sembrare strano. Questa è una delle cose in cui la pratica di mindfulness può essere un grande aiuto. Perchè permette di accorgersi della nostra tendenza a distrarsi ma, senza rimprovero, ci dice, semplicemente, di tornare a casa. Quindi è necessario stabilire un punto in cui tornare e un punto in cui vorremmo arrivare che è la nostra intenzione. Il punto a cui tornare ha bisogno di essere sufficientemente stabile per permetterci l’orientamento. L’intenzione, ossia la direzione, può essere suscettibile di modifiche lungo il percorso, ma deve rimanere chiara.
[box] Stabilire un’intenzione
1. Scrivi su un foglio che cosa desideri per la tua vita. Metti giù 25 cose, anche le più disparate tra loro.
2. Di queste 25 scegline 5: le più importanti.
3. Considera le 20 che hai lasciato fuori una distrazione. Ti torneranno in mente tante volte: ricordati che non le hai scelte e quindi lascia perdere. Tutto non si può fare!
4. Guarda se tra le 5 rimaste c’è un filo comune e costruisci così la tua intenzione.
Liberamente tratto da Grinta di Angela Duckworth[/box]
Il primo punto quindi potrebbe essere non chiedere troppo a noi stessi e metterci in condizioni in cui, se vogliamo essere concentrati, gli stimoli siano ridotti. Immagino che Alfieri non si legasse ad una sedia pretendendo di studiare in piazza ad Asti ma lo facesse nella sua stanza. Quindi la prima condizione potrebbe essere proprio mettere a fuoco quello che davvero è importante per noi.
Molto spesso mettiamo alla prova la nostra forza di volontà con cose che detestiamo (tipo le diete: ditemi che non posso mangiare una cosa e improvvisamente avrò voglia di mangiare solo quello!). Prova a partire da un punto di vista diverso: che cosa ti sta davvero a cuore? Che cosa vorresti davvero per la tua vita? Qual è la tua passione segreta? Seguila – magari come hobby – ma nel seguirla coltivi la tua forza di volontà perchè è lì che si impara determinazione e perseveranza: dall’amore.
[box] In questo senso la mindfulness è un ottimo esercizio per la forza di volontà: ci distraiamo continuamente e continuamente siamo richiamati a tornare allo stesso oggetto d’esplorazione. Mille volte vaghiamo, mille volte torniamo. Congratulandoci per essere tornati presenti coltiviamo l’attenzione e i vantaggi del mantenere un’attenzione prolungata su un unico oggetto.[/box]
Rimane però un tema: come fare per non essere trascinati continuamente da nuove distrazioni?
Dietro alla distrazione e alla relativa mancanza di forza di volontà c’è una sorta di abbandono. Iniziamo qualcosa, magari entusiasti e poi arriva qualcos’altro e appena l’entusiasmo diminuisce passiamo ad una nuova attività. Apparentemente questa è mancanza di forza di volontà. Con una piccola aggiunta: a volte siamo sopraffatti da moltissimi stimoli e quindi non solo non basta la forza di volontà ma quasi non ci accorgiamo che stiamo seguendo uno dei tanti desiderata che avremmo dovuto mettere in secondo piano se abbiamo fatto l’esercizio del mettere un’intenzione che è nel box sopra. Un buon modo per non farsi trascinare è prendere un tempo prima di iniziare qualcosa di nuovo: quel tempo permetterà di chiederci se è davvero questo quello che vogliamo fare. Lo stesso vale per prendersi del tempo quando finiamo qualcosa: ci permetterà di chiederci se è proprio il momento per concludere o se non stiamo abbandonando troppo presto un’attività. In più ci permetterà di mettere una specie di segnalibro: ottimo quando torneremo su quell’attività
[box] Cerca di fare una pausa proprio prima di iniziare e proprio dopo aver finito qualcosa di nuovo. Anche se è qualcosa di semplice come mettere la chiave per aprire la porta. Questa pausa è un breve momento, eppure ha l’effetto di decomprimere il tempo e di centrarti. David Steindl-Rast[/box]
Cos’è che forma la nostra forza di volontà? Angela Duckworth non ha dubbi: sono la passione e la perseveranza che formano la nostra forza di volontà. Che lei chiama, in modo più accattivante, grinta.
La passione alimenta la nostra motivazione e la rende resistente alla distrazione, alla noia e alla frustrazione che si incontrano sempre quando vogliamo approfondire una qualità. Sì, perchè avere una passione significa essere soddisfatti anche quando siamo insoddisfatti. Significa non mollare perchè le cose non vanno nella direzione giusta ma insistere perchè ci sembra che quello che arriverà dopo sarà un bel premio anche se ci è costato fatica. La passione non ha solo determinazione ma ha anche una direzione: vogliamo arrivare da qualche parte e lo facciamo con perseveranza. Queste due qualità sono nutrite dai successi ma diventano essenziali di fronte alle difficoltà e agli insuccessi. La forza di volontà infatti riguarda più quello che facciamo quando qualcosa non funziona che quello che facciamo quando va tutto bene. Quando le cose vanno a gonfie vele siamo motivati…abbiamo bisogno della forza di volontà nei momenti difficili.
Se la passione può essere considerata qualcosa di intimo e personale la perseveranza è invece una qualità che può essere coltivata. Come? Secondo Robert Eisenberg, che lavora all’università di Houston, dando compiti duri. Due popolazioni di topi con le stesse caratteristiche genetiche possono sviluppare comportamenti di perseveranza molto diversi a seconda del tipo di addestramento ricevuto. Eisenberg propone ad un gruppo una ricompensa – in genere cibo – ottenuta attraverso 20 ripetizioni di una singola azione e ad un altro gruppo dopo 2 ripetizioni. Dopo un periodo di addestramento con questo esercizio ai topi viene proposto un compito difficile. I topi che sono stati addestrati ad avere più difficoltà per ottenere il cibo sono più abili nei compiti successivi di quelli che hanno avuto “la vita facile”. Anche se sono compiti di altra natura.
Ecco perchè è importante partire dalla passione: coltiva la tua forza di volontà facendo qualcosa che ami. Questo rafforzerà la tua determinazione anche nel fare le cose che non ami particolarmente perchè le nostre abilità sono trasversali.
Geoffrey Canada è uno scienziato sociale che si occupa di bambini che crescono in situazioni disagiate, per favorire uno sviluppo pieno del loro potenziale di crescita. Non si comporta come Eisenberg con i topi, facendoli lavorare duro per poter mangiare. Fa una cosa ancora più bella. Li fa lavorare duro per la loro passione: che sia ballare o giocare a basket non ha importanza. Parte da lì per sviluppare i loro comportamenti di perseveranza. Nella convinzione – abbastanza dimostrata – che se accetti la fatica da qualche parte poi la saprai usare anche per il resto della sua vita. E i dati gli stanno dando ragione!
Vogliamo che i nostri figli siano felici e così esageriamo: esageriamo nell’offrire loro un ambiente eccessivamente comodo. In questo modo non gli permettiamo di sperimentare le loro passioni a fondo, né di fargli trovare quella perseveranza che nasce dal lavorare duro per qualcosa che ami. Il punto però è partire dalla loro passione e metterli in condizione di capire che la passione vale la pena del lavoro duro che, a volte, comporta.
Il vero ostacolo, per strano che possa sembrare, è il talento. Abbiamo una cultura che dà estrema importanza al talento e rischia di sottovalutare l’importanza dell’impegno. Per quanto una persona sia talentuosa nessuno può fare a meno di esercitarsi. Ne sono un esempio gli sportivi o i musicisti. Quando li vediamo in gara rimaniamo estasiati dal loro talento e crediamo che sia un miracolo, frutto di una fortunata coincidenza tra struttura fisica e condizioni ambientali. In realtà dietro ci sono tantissime ore di allenamento e una vita passata a studiare.
Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo, soffri ora ma vivi il resto della vita come campione! Muhammad Alì
Questa frase è un po’ come quella dell’Alfieri: non sottovaluta la fatica e la accetta in vista di un risultato futuro. Il punto di partenza però è il cuore.
I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità. Muhammad Alì
È vero che i bambini, fin da neonati, hanno comportamenti molto diversi. E che questi comportamenti sembrano avere una base innata. È vero però che la forza di volontà risponde all’apprendimento e – buona notizia – è un apprendimento che può essere fatto in qualsiasi momento. Angela Duckworth dà alcuni suggerimenti che io ho un po rielaborato.
Per me lo scopo della forza di volontà non è l’eccellenza ma la pratica. Lo scopo è aiutare le persone a trovare il proprio ritmo e la propria continuità nella pratica. Quando ho fatto la supervisione con Carolyn West del Center for Mindfulness le sue parole sono state molto gentili su questo argomento “Rilassati: non possiamo fare niente perchè le persone pratichino. Deve essere una loro scelta”.
È vero: la pratica non può che essere una scelta personale ma poiché sperimento ogni giorno i benefici della pratica, ogni giorno mi piace ricordare che abbiamo la possibilità di compiere un retto sforzo: non per amore dell’eccellenza ma just for love. E la mia pratica non sarebbe così ricca se non sapessi che la faccio ogni giorno insieme a te. Per cui grazie: sei la radice della mia determinazione. (Grazie anche se hai letto fino a qui: sono un po’ lunga!)
© Nicoletta Cinotti 2022
[box] Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e commerciale della vita. Carlo Maria Martini[/box]
Dicembre sembra essere il mese in cui il tempo si accorcia e non solo perchè si riducono le ore di luce. Le ore di lavoro aumentano in vista delle prossime vacanze. Gli impegni extra-lavorativi crescono, sempre per la stessa ragione. È il momento dell’anno in cui ho più chiara la limitatezza del tempo. Non credo che capiti solo a me. In più, come se non bastasse, ci sono un sacco di cose da organizzare: acquisti natalizi, menù, regali. Insomma se pianificare è qualcosa che dà a sensazione di avere poco tempo rispetto a tutto quello che dobbiamo fare, durante questo periodo di attesa possiamo arrivare a sentire che di tempo proprio non ne abbiamo.
Se sentirci padroni del tempo dà un’illusione di potenza, il fatto che svanisca così facilmente tra le mani finisce per darci una sorta di pacata impotenza. La sensazione di essere persi in partenza. Così non ho trovato di meglio da fare, per riprendere tempo che semplificare. Semplificare la lista delle cose da fare lasciando quelle davvero essenziali. Semplificare mi ha fatto un regalo: mi sono accorta di quanta stagnazione appesantiva la mia vita.
Semplificare il menù, semplificare i regali. Sostituire qualche regalo con del tempo passato insieme a chiacchierare. Una cosa però che mi ha restituito tempo è stato mettere mano alla stagnazione: cose lasciate immobili, un po’ abbandonate e molto dimenticate. Oggetti, progetti, aspetti a cui dedicare attenzione e che invece ho lasciato impolverare dal tempo e dalla distrazione. Come se aspettassero qualcosa e visto che questo è il tempo dell’attesa ho voglia di dare a questa stagnazione un po’ di movimento.
È strano ma associo la stagnazione alla solitudine. Forse mi ricordo di qualche vecchio film da bambini in cui i giocattoli non più usati si sentono soli. Forse considero la stagnazione una sorta di abbandono di parti di noi che suscitano imbarazzo o che non vogliamo guardare. La solitudine non è una esperienza rara: è l’esperienza che ci permette di definirci e, in questo senso, è necessaria e positiva. L’abbandono non lo è: non è positivo né creativo. È un modo per aggirare il lasciar andare e il dolore della fine. In realtà a Natale non abbiamo bisogno di sentirci buoni: abbiamo bisogno di non sentirci soli e di sentirci liberi dalla polvere della stagnazione. Una polvere che si manifesta come noia. Anche la perfezione può essere noiosa perchè manca del senso della scoperta e della novità.
Questo è il momento in cui possiamo essere tentati dalla perfezione. Dall’idea che le cose possano o debbano essere perfette: giuste, preparate, adatte. Aumentano le aspettative e quindi aumenta il rischio di delusione. Essere consapevoli della propria spinta perfezionistica e degli ideali che abbiamo sul il giorno di Natale può aiutarci a ridimensionare un po’ le cose. Un modo utile per non cadere nella trappola della perfezione.
Non lasciamoci condizionare dall’immagine patinata che ci viene offerta: la realtà è diversa. Forse, nella sua complessità, è anche più bella. Perchè è più autentica, ma non è patinata.
Qualsiasi festa è celebrata dal cibo e questa stagione è quasi dovunque una esaltazione del cibo. Cibo regalato, cibo comprato, cibo cucinato. Cibi esotici, cibi tipici. Cibo! Il cibo può essere anche un modo per aumentare la stagnazione e per compensare la noia della stagnazione perché correla con due aspetti: avidità e senso di colpa, ingredienti essenziali di ogni stagnazione.
A volte penso che il vero problema legato al cibo non sia tanto il sovrappeso – di cui solo alcuni sono colpiti – ma il senso di colpa che, invece, riguarda la maggioranza di noi. Salutisti in prima linea, che trasformano i pasti in un conteggio di colesterolo, trigliceridi, glicemia, in un misto di deprecazione per quello che mangiano gli altri e senso di colpa per quello che mangiano loro. C’è un bellissimo libro di Thich Nhat Hanh che consiglio Savor (Mangiare in consapevolezza) delizioso quanto un cibo prelibato. In alternativa – sul cibo non riesco a trattenermi – possiamo usare l’ABCDE
Potremmo usare l’ABCDE anche per la stagnazione, come antidoto a questa stasi:
Abbastanza: quello che eccede diventa stagnante
Basta così: riconoscere il limite nel dare e nel ricevere restituisce movimento
Creatività: quando la nostra vita è stagnante è perchè manca di creatività
Donare: quello che è stagnante per noi può essere utile per altri. Regalarlo lo rimette in circolazione
Esprimere: una parte rilevante di stagnazione è legata alle cose che non diciamo. Per paura o per compiacenza, poco importa: esprimere cambia il senso e il significato delle cose.
Il Natale è una festa familiare e, a dire la verità, non per tutti questa è una buona notizia. Riemergono vecchie tensioni, vecchie modalità di stare in relazione. Inoltre per molte famiglie la stagnazione è la regola: ti vedono sempre nello stesso modo, un modo di essere che non esiste più. Le famiglie possono aver paura degli aggiornamenti che testimoniano che il tempo passa e che le cose finiscono. Non è salutare mantenere troppa stabilità. Difficoltà e rancori possono tornare a galla. Ogni famiglia ha il suo modo di gestire le difficoltà. C’è chi preferisce l’indifferenza, parente stretta della stagnazione, chi esplode in un conflitto. Quanto più una famiglia è incapace di dare riconoscimento del cambiamento dei suoi membri, tanto più vira verso modi dis-funzionali di funzionamento.
Io a Natale cambio. È come se, dopo l’autunno in cui sto abbastanza in letargo, mi svegliassi con l’inizio dell’Avvento. Ogni anno è così. Faccio bilanci, cambio cose, mi riempio di ricordi, riflessioni. Verso lacrime : alcune di gioia e altre amare. Ogni anno il Natale mi ribalta. Vecchie memorie attivano nuove risorse: quest’anno il tema è liberarmi dalla stagnazione. Mi sono accorta che lascio delle cose stagnanti come se mi dovessi rassicurare che non cambierà nulla. Non è così e ho deciso di liberarmi dalla stagnazione. Vorrà dire buttar via qualcosa, scegliere cosa tenere ma soprattutto mettere insieme le mie due nature: il vecchio Bukowski e l’acuta Szymborska. Il vecchio Bukowski che abita in me è quella parte franca e diretta che mi fa dire la verità come se fossi sbronza anche quando sono sobria, anzi sobrissima visto che non bevo. Prende allegro il sopravvento e mette per un po’ in sordina Wislawa (Szymborska). Si stanno simpatici – gran fumatori entrambi anche se io non fumo – ma hanno caratteri diversi. Lui è la mia anima ribelle che ogni Natale torna, regalo spesso indesiderato quanto vitale e necessario. Lei è ironica e leggera e transita meglio la primavera. Lui, spesso, è un po’ dissacratorio, giusto per il piacere di scandalizzare. Poi arriva Gennaio e le cose tornano a posto. In modo diverso però perchè il Natale, per me, è la festa della creatività.
© Nicoletta Cinotti 2022
La meditazione interpersonale svela in modo decisamente più diretto la sofferenza che si associa alla vita nella relazione e nella società nel suo insieme. Si può rivelare di grande efficacia nel mostrare desideri e paure riguardo all’essere visti, le dinamiche della solitudine e i processi potenti ancorché nascosti che ci portano a costruire la nostra immagine. La meditazione interpersonale ci offre anche una via più immediata per sciogliere i nodi della confusione e della sofferenza relazionale. Prevede dinamiche affini a quelle della meditazione personale tradizionale: coltiviamo gradualmente consapevolezza e tranquillità; si tratta di qualità che permettono di assimilare la natura momento-per-momento dell’esperienza; e una tale comprensione ci libera.
In aggiunta a ciò la meditazione interpersonale, proprio perché lavora con l’esperienza momento-per-momento dell’interazione con un altro, introduce la dinamica liberatoria della meditazione nella vita interpersonale. Da qui migra verso la società nel complesso. La pratica che si evolve nell’Insight Dialogue –in ritiro o in un gruppo settimanale –è semplice: dopo un periodo di meditazione silenziosa i partecipanti vengono invitati a disporsi in coppia o in gruppi più grandi per riflettere insieme su argomenti come il cambiamento, la morte, il dubbio. Vengono offerte istruzioni essenziali su come fare pausa per essere consapevoli e come rilassarsi di fronte alla reattività. Nell’Insight Dialogue i meditanti hanno maggiori stimoli alla reattività o all’attaccamento che non nella pratica silenziosa. Accanto a questa sfida però, essi scoprono il dono unico del reciproco supportarsi per vedere le cose così come sono. Insieme, le linee-guida, la pratica, le intuizioni affrontano le dinamiche della relazione con altri esseri umani: è per questo che si integrano con facilità e naturalezza nella vita quotidiana, accompagnandoci passo passo. Gregory Kramer
Il prossimo protocollo di Mindfulness Interpersonale – inizierà online il 30 Gennaio 2023. Serata di orientamento 23 gennaio 2023 alle 21. Iscrizione a tariffa early bird fino al 31 Dicembre 2022
©www.nicolettacinotti.net Rubrica “Addomesticare pensieri selvatici”
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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