C’è un legame gentile tra la mindfulness e le parole. Non sta solo nella notazione di quello che proviamo. Sta anche nel cercare le parole per raccontare il proprio dolore. Non per raccontare un’epica del dolore. No, quelle parole diventano roboanti e alimentano un senso grandioso quanto ferito di sé. Quello che dobbiamo cercare sono le parole giuste, che hanno l’esatta misura di quello che sentiamo. Né più piccole né più grandi. In quella misura sta la possibilità delle parole di guarirci.
Io cerco quelle parole come un cane da tartufo. Le cerco per me e per gli altri. A volte mi sembra che una sessione potrebbe essere fatta solo di una parola. Però parlare così, cercare le parole giuste non è qualcosa che ci insegnano. Ci insegnano a raccontar storie ma non a parlare della verità. Io non ho trovato altro modo, per imparare a dire la verità, che la meditazione e la poesia. La meditazione mi dà gentilezza e precisione e così navigo in profondità come se non ci fosse una fine, né un principio. La poesia invece rende, alle mie parole, corpo. Dà alle parole muscoli e sangue e soprattutto battito vitale.
Così, a volte, dopo una seduta piena di dolore condiviso ne leggo una (a volte ne leggo una anche in seduta, poveri pazienti! che pazienza che hanno con me sempre piena di tecnologia e poesie). Non potrei vedere nessun altro se non leggessi una poesia che mi fa da intermezzo. Ce n’è una che mi cura come un balsamo. Dice così “Il dolore degli altri non mi sta in mano e nemmeno in gola, più che altro sta nel petto, nella sua memoria, luogo schivo che fa stazione, che scartavetra le fughe“.
Scartavetra le fughe: un’azione così semplice eppure non è proprio lì, nelle fughe, che si raccoglie il sedimento di ciò che accade?
Così posso dire – dopo ogni giornata – indipendentemente da quello che ho ascoltato, che la vita è potabile, perchè abbiamo la possibilità di trasformare ogni dolore, ogni passo difficile, in qualcosa di straordinariamente vivo. In qualcosa di straordinariamente presente
Anche se l’aria è piena di canti la mia testa rimbomba della fatica delle parole. Anche se la stagione è ricca di frutti, la mia lingua brama la dolcezza del parlare. Anche se il faggio è d’oro non posso stargli accanto muto, ma devo dire “È d’oro”, mentre le foglie fremono e cadono con un suono che non è un nome. È nel silenzio che sta la mia speranza, e il mio fine. Wendel Berry
Pratica di mindfulness: Be water
© Nicoletta Cinotti 2022 Il protocollo di Mindfulness Interpersonale
