Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.
Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.
Quando siamo liberi di esprimerci, qualsiasi sia la comunicazione che stiamo dando all’altro, ne ricaviamo una sensazione piacevole e fondamentale: la sensazione di essere sé stessi e di poter essere liberi in questa espressione personale. La piacevolezza di questa espressione nasce dalla possibilità di lasciar uscire, senza trattenere, quello che siamo e sentiamo, in un flusso espressivo che comunica un senso di libertà. Ma non sempre è così: a volte siamo ambivalenti; altre volte vogliamo che accada qualcosa ma anche l’opposto. Rimaniamo incerti sulla direzione da prendere, su cosa vogliamo davvero e su cosa desideriamo fare.
Abbiamo paura a mostrare i nostri veri sentimenti, paura della disapprovazione e paura delle conseguenze nel mostrarsi così come siamo. Cerchiamo l’approvazione come segnale dell’accettazione e, in fondo, anche come segnale di non pericolo.
Ma cosa significa essere autentici e spontanei e in che modo questo è legato al Reparenting?
La congruenza è la corrispondenza fra quello che si pensa e si sente ed il proprio comportamento; essere congruente vuol dire essere coerente con le proprie emozioni, con i propri valori ed essere in grado di affermarli in maniera adeguata.
La congruenza è essere disponibile ai propri sentimenti, essere perciò capace di viverli, di essere in rapporto con loro e di comunicarli, se è opportuno. Carl Rogers
Secondo Rogers, perché sia possibile esprimerli in maniera congruente, dobbiamo averne consapevolezza. il punto però è proprio qui: la consapevolezza.
[box] Le parti esiliate sono parti che hanno provato dolore, che sono state abusate in senso psicologico o fisico, che sono state fortemente disapprovate da qualcuno che amavamo. Ce ne vergogniamo anche se non hanno fatto alcun crimine I nostri protettori cercano di prevenire il ripetersi di quella situazione dolorosa. Si comportano come i manager di un’azienda: l’efficienza prima di tutto. A volte lo fanno con comportamenti costruttivi. A volte, pur di non far riemergere il dolore del passato, agiscono forme di anestesia, con comportamenti compulsivi, dipendenti o incongruenti. In questo caso i protettori, che altro non sono che le nostre difese, diventano reattivi e pericolosi per il nostro benessere [/box]
Diciamo che, se siamo congruenti siamo consapevoli di tutti i sentimenti ma se temiamo di venir rifiutati, rifiutate è molto possibile che parti di noi scompaiano dalla nostra consapevolezza, diventando parti esiliate. Esiliate non vuol dire assente. Vuol dire che agiscono senza che ci sia possibile una piena padronanza e comprensione. A volte agiscono quasi a nostra insaputa. Sono molte le persone che mi raccontano situazioni in cui hanno avuto comportamenti percepiti come “altro da sé”. Questo esilio e questa perdita di consapevolezza è una specie di sacrificio dedicato all’essere accettati dagli altri e da noi stessi. Una condizione che, in forma più o meno evidente, quasi tutti noi sperimentiamo. Tutti noi abbiamo amato qualche personaggio pubblico perché ci permetteva di vivere, in modo vicario, parti di noi che rimanevano nascoste e non espresse.
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Io, Raymond Carver e Charles Bukowsky. Chi mi conosce sa bene che sono una persona con pochi vizi, quasi noiosa nel mio salutismo. Eppure non posso pensare alla mia vita senza questi due scrittori, ubriaconi e autentici che, per me, sono stati una compagnia indispensabile, tra i miei migliori amici. Forse perché i miei genitori gestivano un bar ristorante nella campagna toscana, dove il vino scorre a fiumi, e così sono cresciuta tra ubriaconi, pazzi autentici, che mi incuriosivano e insegnavano cose che mai avrei creduto di conoscere.[/box]
Quello che proviamo davvero diventa però un segreto che suscita vergogna. Possiamo vergognarci del nostro orientamento e comportamento sessuale, dei nostro comportamento alimentare, della nostra casa o di aspetti del nostro stile di vita. La vergogna, come ogni potente inibitore, diventa un fattore di esclusione dalla consapevolezza di parti intere del nostro panorama psichico: sacrificate al desiderio di essere accettati. Escludiamo parti di noi, per la paura di essere esclusi dagli altri.
La vergogna è il sentimento che rivela la presenza di parti esiliate. Ha due origini cronologiche e due diversi effetti corporei. la vergogna più antica è quella collegata all’esperienza del rifiuto. Possiamo immaginarla con una scena ipotetica. Un bambino che corre incontro a qualcuno, aperto e vitale, e ciò che esprime viene rifiutato. La risposta corporea è una specie di collasso e la vergogna che prova è quella che io chiamo vergogna bianca. Si accompagna ad un ritiro del sangue dalla periferia al centro del corpo. E alla sensazione di voler scomparire, svanire, immergersi nel nulla. Il corpo collassa e perde letteralmente tono muscolare.
La seconda tipologia di vergogna è cronologicamente successiva e connessa già alla fantasia di sapere ciò che sta nella mente dell’altro. Emerge una sensazione – spesso piacevole o di attrazione – e la reprimiamo perché temiamo di venir rifiutati. In questo caso compare rossore, una aumentata percezione del corpo, che diventa impacciato e una risposta più muscolare e meno viscerale della precedente. È un tipo di vergogna che presuppone la capacità di immaginare ciò che sta nella mente dell’altro e quindi è cronologicamente successiva. Nel primo caso avviene un rifiuto reale, nel secondo caso è il timore del rifiuto, il timore che una parte di noi susciti disgusto, che ci blocca dall’espressione.
Che relazione c’è tra consapevolezza e auto-espressione?Se siamo consapevoli di noi riusciamo sempre ad esprimerci? Intanto bisogna dire che l’auto-espressione non è sempre cosciente. Comunichiamo agli altri sempre qualcosa ma non sempre siamo consapevoli di quello che stiamo comunicando. Inoltre non sempre la consapevolezza aiuta l’espressione spontanea, proprio perché, spesso, viene frenata dalla nostra fantasia su come gli altri potrebbero accogliere quello che sentiamo. La consapevolezza è la radice ma è, per l’appunto, limitata dalle contrazioni corporee e dalle difese emotive. Quindi a volte esprimiamo cose di cui non siamo consapevoli e, a volte tratteniamo, consapevolmente o inconsapevolmente, parti di noi che temiamo di mostrare al mondo. Questo accade perché esistono due tipi di consapevolezza.
In inglese esistono due parole per definire la consapevolezza: self-awareness – che è la consapevolezza che nasce dalla percezione e dall’essere immerso nell’esperienza (la consapevolezza che coltiviamo nella mindfulness e nella bioenergetica) – e la self-consciousness – che è la consapevolezza di quello che sta nella mente dell’altro. Questa seconda consapevolezza, anche se differita, è importante perché è la base dell’empatia e della compassione nei confronti degli altri. Purtroppo a volte si nutre di fantasie persecutorie più che di intuizioni realistiche.
Questi due diversi tipi di consapevolezza sono il terreno anche di diverse emozioni: la self-awareness è il terreno su cui proviamo le emozioni di base (rabbia, paura, disgusto, amore/gioia, sorpresa, tristezza); la self-consciousness quella su cui proviamo le emozioni relazionali come vergogna, umiliazione, senso di colpa, orgoglio e così via. (Trovi un approfondimento sulle self-consciousness emotions nel libro, Mindfulness ed emozioni.)
Sono due tipi di consapevolezza spesso presenti contemporaneamente anche se tanto più è definita la presenza dell’una, tanto più l’altra diminuisce. Più siamo immersi nell’esperienza – self-awareness – meno siamo preoccupati di come ci vedono gli altri. E, viceversa, se siamo molto preoccupati di come ci vedono gli altri, possiamo sentire molto poco le nostre sensazioni primarie. E perdere così di spontaneità e autenticità. L’inibizione che queste emozioni comportano frena e limita la libertà dei nostri movimenti fisici e affettivi.
La piena spontaneità è una garanzia di espressione onesta della natura e dello stile dell’organismo che funziona liberamente e della sua unicità. Le due parole, spontaneità ed espressività, implicano onestà, naturalezza, sincerità, assenza di scaltrezza, di imitazione, perché implicano anche la non strumentalità del comportamento, l’assenza di tentativo volontario, di sforzo, di tensione forzata, di interferenza con il fluire degli impulsi e la libera espressione radioattiva del profondo della persona. Abraham Maslow, The creative attitude
Spesso la spontaneità – rappresentata dal dimorare nell’esperienza in corso e sentirsi liberi di esprimersi – è definita in termini negativi, come “mancanza di sforzo” oppure “mancanza di interferenza”. Il punto è che la spontaneità non può essere insegnata: possiamo solo aumentare la capacità di stare nell’esperienza e sostenere una espressione che abbia padronanza e non controllo.
Lo scopo di una terapia dovrebbe essere rimuovere barriere e blocchi che limitano l’espressione attraverso l’esperienza corporea. Un’esperienza che integri i diversi aspetti della nostra personalità, senza graduatorie. Insomma nel nostro condominio emotivo dovrebbero trovare spazio anche gli inquilini che teniamo nascosti perché ci suscitano vergogna. Perché l’esclusione – interiore e sociale – è sempre foriera di patologia.
Ogni volta che escludiamo una parte di noi – e ogni volta che facciamo la stessa cosa a livello sociale – alimentiamo la patologia e la devianza. L’esclusione dal gruppo prevalente altera le risposte della persona, aumenta il conflitto interiore e il conflitto sociale e contribuisce al proliferare di comportamenti antisociali. Quindi quando pensiamo di “ricondurci all’ordine” negando parti di noi, è molto probabile che, per farlo, i nostri protettori reattivi, le nostre difese, usino mezzi impropri di regolazione emotiva, mezzi analgesici del dolore come alcool, droghe, o comportamenti compulsivi che ci anestetizzano. Siamo proprio sicuri di volere che l’ordine venga ripristinato in questo modo?
Così il Reparenting non è altro che un processo per cambiare diventando sè stessi. Un processo che ha due movimenti: da una parte quello di portare la consapevolezza in modo ampio, a tutte le parti di noi, riducendo il conflitto interiore per aspetti che riteniamo disfunzionali. Dall’altra – a partire da questa integrazione – coltivare e sostenere la crescita delle qualità di base della nostra mente originaria, andando davvero al di là di tutti i discorsi sull’argomento. Non una teoria quindi ma una pratica su chi siamo davvero e sulle nostre autentiche qualità.
Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te. Gabriel Garcia Marquez
© Nicoletta Cinotti 2023
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/
Sto vivendo una condizione di grande incertezza. Un’incertezza che non dipende da me ma dalla vita. Seguo una persona cara ammalata e ogni giorno mi trovo negli alti e nei bassi della sua malattia. Mi rendo conto che questo mi mette di fronte a un’ansia fondamentale: l’ansia per l’incertezza che viene dalla natura in continuo cambiamento della vita.
Posso fare qualche tentativo per allontanarla, cercare di combatterla in qualche modo ma la condivido con chiunque, per quanto stabile e solida sia la sua posizione. La differenza è che in alcuni momenti quest’ansia è sullo sfondo. In altri momenti è in primo piano. Adesso per me è in primo piano: l’ultimo pensiero prima di dormire e il primo in ogni risveglio.
Posso conviverci con gli strumenti che ho: pazienza, fiducia, comprensione e la possibilità di scegliere cosa fare evitando situazioni che possono provocare danno o aumentare il problema. A questo aggiungo il rispetto e compassione per chi si trova in difficoltà, perché la vita non è una torta in cui non ci sono mai bocconi amari.
Ma il regalo più grande di questi giorni è che posso smettere di biasimare: smettere il rimprovero, la correzione, che rende, ciò che accade, ancora più persistente e durevole nella sofferenza. Perché richiamato continuamente all’attenzione dell’intolleranza. Mi sembra che le cose diventino più piccole in proporzione della vita stessa, che diventa grande. Tanto grande da mettere il resto in secondo piano. L’ansia dell’incertezza è l’ansia del cambiamento. So che quello che sta succedendo è un grande cambiamento. Uno di quelli che modifica il panorama degli affetti. Un panorama che vorremmo immutabile e, invece, è tanto sensibile e impermanente. So che altri, come me, condividono questo passaggio e per questo non mi sento mai sola.
La sofferenza è il risultato della nostra resistenza al cambiamento. Quando possiamo lasciar andare e non combattere, quando possiamo abbracciare l’incertezza della nostra situazione e rilassarsi nella sua qualità dinamica, ecco questo è quello che chiamiamo illuminazione, o risveglio alla nostra vera natura e alla nostra fondamentale bontà. Pema Chodron
Pratica di mindfulness: L’incertezza
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: Crescita e cambiamento
C’è un proverbio che ci ricorda che tutto ciò a cui resistiamo rimane più a lungo. “Tutto ciò a cui resisti, persiste”. Eppure la nostra resistenza, la nostra ostinazione possono spesso avere un ruolo importante nelle nostre scelte.
A volte insistiamo perché è troppo difficile lasciar andare. Altre perché è troppo difficile perdonare.Così finiamo per credere che prima o poi, se insistiamo, avremo la meglio. Vinceremo.
Questo è possibile. È possibile che la nostra determinazione ci faccia vincere. Ma non sempre la vittoria equivale alla soluzione. E a volte i danni di una vittoria sono più grandi delle conseguenze di una sconfitta. In realtà molto spesso resistiamo perchè non sappiamo accedere al lato yang della compassione: alla protezione, al darci il sostegno necessario all’essere radicati nella nostra personale motivazione. Allora sostituiamo queste tre caratteristiche della compassione yang – protezione, risorse, motivazione – con la resistenza ma non è la stessa cosa. La resistenza si basa sullo sforzo, l’aspetto yang della compassione fa crescere. La resistenza immobilizza, la compassione yang trasforma e realizza
Quindi se vogliamo mantenere la nostra resistenza, andare avanti dritti per la nostra strada, proviamo a chiederci se la vittoria per la quale stiamo lottando sarà davvero una soluzione. E soprattutto proviamo a chiederci se ci vogliamo bene. Se insistendo stiamo davvero lottando per il nostro bene. E aspettiamo la risposta: potremmo avere delle sorprese!
Non c’è bisogno di aggrapparsi a qualcosa o di mandare via qualcos’altro; sotto la nostra reattività personale, sotto le nostre illusioni c’è la consapevolezza profonda, aperta, amorevole di tutto quello che è la nostra vita. Quando smettiamo di resistere alla vita, possiamo ascoltare ciò che sussurra sotto il rumore e i doni che già ci sono iniziano a rivelarsi. Elisha Goldstein, Bob Stahl
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in reparenting
Malgrado si possa essere definiti come una delle generazioni che danno più cura a se stessi sul piano della forma fisica, estetica e del benessere socio-economico, molti di noi soffrono per la mancanza di una profonda cura di sé. Una mancanza che spesso è alla base di molti atteggiamenti di cura più legati all’immagine. Questo dipende, a mio avviso, da due elementi essenziali: la paura di riconoscere la realtà rispetto al dolore e l’illusione che le soluzioni già pronte che troviamo possano essere efficaci, senza troppo impegno.
Perché sia possibile nutrire un vero atteggiamento di cura nei confronti di sè stessi è necessario riconoscere la natura e la profondità del nostro dolore. Un processo che non è facile perché spesso mischiamo insieme dolore e sofferenza. Se il dolore è la risposta fisiologica ad un’offesa subita, la sofferenza spesso nasce dalla reazione che inneschiamo rispetto a questo dolore e tende a ripresentarsi in modalità automatiche e costanti di risposta. Sono degli Schemi (pdf) che ci sembrano esplicativi dell’offesa subita e che spesso innescano una catena di azioni e reazioni. Questi schemi organizzano le nostre risposte ma non curano il nostro dolore.
Perché il dolore possa essere davvero curato è necessario riconoscerlo e distinguerlo dalla reazione che suscita e poi è necessario confortarlo. Uno dei protocolli basati sulla mindfulness che si occupa specificatamente di questi temi è il programma Mindfulness Self Compassion che approfondisce l’uso della pratica di Metta come strumento per la regolazione delle emozioni. È sempre all’interno di questo programma che nasce l’approccio di reparenting. Il dolore che emerge infatti non sempre è un dolore attuale. Molto spesso è la “fiammata di ritorno di un vecchio dolore” che sorge proprio perchè abbiamo iniziato ad offrire gentilezza, cura e compassione e a noi stessi. Quando iniziamo a volerci bene emergono le situazioni passate in cui non siamo stati amati come avremmo avuto bisogno.Paradossalmente, sperimentiamo la fiammata di ritorno del dolore del passato solo perché ci sentiamo abbastanza sicuri per abbassare le difese e aprirci a vecchie ferite. La self-compassion ci offre la possibilità di sperimentare una forma di re-parenting ma stavolta siamo noi i genitori di noi stessi e abbiamo la possibilità di offrirci quella cura e quel conforto che non sono stati possibili nella nostra infanzia, riparando così anche la relazione di attaccamento che abbiamo sperimentato nel passato
Il processo di re-parenting avviene anche in una psicoterapia compassionevole. Le vecchie ferite emergono nel contesto di una relazione sicura e compassionevole; lo psicoterapeuta e il paziente rispondono alle ferite in un modo più benevolo e comprensivo; e gradualmente la conversazione con il clinico viene interiorizzata dal cliente come la sua stessa voce compassionevole. Tuttavia, possono essere necessari anni perché il processo avvenga. Sfortunatamente, finché il paziente non ha stabilito una base interiore sicura per lavorare con le emozioni difficili, potrebbe non avere la forza interiore di gestire ricordi traumatici che possono emergere nella relativa sicurezza dello studio dello psicoterapeuta. È qui che la pratica della self-compassion e del reparenting possono diventare un sostegno quotidiano e “portatile” offrendo una serie di pratiche che hanno proprio lo scopo di riportare ad una sana relazione di attaccamento con sé stessi.
In breve vorrei elencare alcuni aspetti importanti del lavoro di reparenting:
Questa meditazione usa il potere della connessione con gli altri, tanto quanto la mindfulness usa il potere dell’attenzione focalizzata. La connessione con gli altri, infatti, è uno degli elementi che in condizioni di dolore, si viene a perdere. Quando soffriamo la nostra risposta tende a portarci in una condizione di assorbimento in sé, isolamento e autocritica e la pratica di Metta vuole riportare maggiore salute proprio offrendo un antidoto a questi tre elementi.
La gentilezza è il frutto della consapevolezza e la consapevolezza è il fondamento della gentilezza
Se è importante imparare ad ancorarsi al corpo e imparare ad ancorare le emozioni al corpo, è altrettanto importante imparare ad usare le parole come àncora dell’attenzione. Ed è proprio questo quello che facciamo attraverso la pratica di gentilezza amorevole. Ogni volta che, mentre ripetiamo le parole delle frasi di benedizione, ci accorgiamo di vagare, possiamo riportare l’attenzione alle parole stesse o – se siamo molto disorientati – riportarla per qualche momento al respiro per poi riprendere la ripetizione. Praticando intensivamente questa meditazione possono emergere emozioni forti, come la gelosia, l’invidia, l’odio, l’autocritica. Di nuovo, se le emozioni sono molto intense, possiamo ancorarci al corpo, per riprendere poi quando sentiamo la nostra attenzione sufficientemente stabilizzata. Nel farlo facciamo reparenting delle nostre emozioni difficili, con le quali impariamo una nuova modalità di relazione che non passa attraverso la repressione ma attraverso l’esplorazione.
L’ancoraggio può avvenire attraverso la consapevolezza del respiro o delle sensazioni fisiche. La consapevolezza del respiro è uno strumento eccellente per focalizzare l’attenzione e portarla nel momento presente ma in alcuni casi può risultare difficile. Persone con preoccupazioni ipocondriache o con difficoltà di concentrazione, possono fare molta fatica con la consapevolezza del respiro.
Allora la bioenergetica offre una strada efficace: quella che, a partire dalle aree di tensione, permette di esplorare e sciogliere l’emozione trattenuta nel corpo. Ogni muscolo contratto, dice Lowen, è un muscolo arrabbiato. La consapevolezza ottenuta attraverso i movimenti di bioenergetica permette di capire come mai il nostro corpo si è “arrabbiato” o collassato o come mai ci mette paura. In questo caso il fluire delle sensazioni in una parte definita del corpo – con una mindfulness orientata – può avere la funzione di stabilizzazione dell’attenzione.
Ciò che cambia con la pratica di meditazione non è tanto quello che sentiamo ma la presenza e l’accettazione delle nostre emozioni in modo che riprendano a fluire e cambiare, senza diventare ostacoli fissi al nostro benessere. È una pratica che diventa una forma di reparenting dove, a partire da noi, custodiamo e curiamo l’affetto e la gentilezza verso noi stessi e verso cerchi sempre più ampi di relazione. Per cui è importante abbandonare le aspettative su come sentirsi durante i periodi di pratica: i cambiamenti positivi possono arrivare in modo inaspettato e improvviso, non determinato direttamente dalla nostra volontà. Proprio come la guarigione che arriva come se fosse un’insperata primavera.
Le parole hanno una carica energetica e un potere perchè organizzano la nostra mente e i nostri processi di pensiero. Inoltre spesso abbiamo molte capacità linguistiche di descrizione del mondo esterno ma poche capacità espressive del nostro mondo interno. Le quattro frasi tradizionali della pratica di Metta comportano l’apertura della gentilezza dal mondo interno – noi stessi e le persone a noi care – fino a raggiungere le persone con le quali abbiamo una relazione difficile e tutto il nostro mondo esterno. Malgrado non ci sia una rigida struttura delle frasi è importante fare riferimento sempre ad un elenco di frasi. In questo modo potremo approfondire la consapevolezza e passare in seguito, se necessario, all’uso di frasi adeguate alle singole situazioni.
Le frasi hanno un efficacia proprio grazie alla loro ripetizione che ha l’effetto di calmare la mente, offrendo stimoli che sono di natura contemplativa e riflessiva. Le frasi della pratica di Metta sono come brani di contemplazione, da approfondire ed esplorare per poterne cogliere, il senso profondo, il loro gusto naturale, non coperto da “aromi” o “conservanti”.
Organizzare le frasi intorno al riconoscimento dell’esperienza di dolore, al desiderio di alleviare il dolore – nostro e altrui – ci permetterà di riconnetterci alla nostra umanità comune, sciogliendo quell’isolamento che spesso rende molto gravi anche le pene più lievi.
a cura di ©Nicoletta Cinotti 2023
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/
Quando ci appassioniamo a qualcosa la spinta della passione ci fa sentire leggero ogni peso e possibile ogni sacrificio. La passione solleva ondate di entusiasmo e, soprattutto, profonde radici di ispirazione.
È un ingrediente così lieto delle nostre giornate che consideriamo la sua assenza una sorta di malattia. Proprio per questa spinta all’azione a volte può farci vedere le cose più facili di quello che sono ma, alla fine, se è vera passione, non ci pentiamo mai di quello che abbiamo fatto e della direzione che ha preso l’esperienza.
Il punto è riconoscerla la passione. Perché, a volte, si nasconde profondamente, non sicura di avere uno spazio nella realtà. E altre volte la confondiamo con la nostra volontà. Spesso la volontà è retta da altre emozioni: dall’ambizione e dal desiderio che sono emozioni che hanno poco a che vedere con la passione e l’ispirazione e molto a che vedere con il nostro aggrapparci al piacere. Lottiamo strenuamente con la volontà per ottenere quello che desideriamo e questo ci può far pensare che stiamo lottando per realizzare le nostre passioni. Ma la nostra soddisfazione rimane tutta dentro l’ottenere risultati ed è un piacere che consumiamo velocemente. Dura il tempo di un fiammifero.
La passione non ha bisogno di cercare il piacere fuori: lo possiede già in se stessa e viene declinato dall’espressione e dalla padronanza con cui riusciamo ad affermarci, un piacere nutrito dai risultati ma che non dipende dal risultato. Dipende proprio dall’averla espressa, dall’aver amato, dall’aver sentito. E ha tutta la luce del giorno.
I tibetani dicono che le nostre qualità non devono metterci l’anello al naso, perché, quando mettono l’anello al naso dello yak, questo lo costringe ad andare dove viene tirato. Dobbiamo comprendere e fidarci che le nostre qualità non hanno potere su di noi.Siamo noi ad averlo su di loro, se ci permettiamo di fidarci della nostra bontà di base e di sentire. Pema Chodron
Pratica di mindfulness: Lavorare con i pensieri difficili
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo MBCT online
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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