Faccio come se fossi greca mia bambina ti scrivo un poema sulla vita che il mondo poi
farà fallire.
Ti scriverò le rime come se servisse a ricordare
come se fosse tutto come sempre nel tempo e nello spazio
nel cielo e nello strazio, nella tragedia del momento
e nel tuo eroico calendario dell’avvento al cioccolato.
In mare e sulla terra succederanno cose
fuori dal mondo – eppure
vedrai come la barca delle parole andrà in fumo
e tu ti sveglierai di notte sognando una tempesta
dove nessuno affonda ma si decide se salvare
qualcosa qualcuno di tutto questo prima.
E nel frattempo sarò io a farti le pizzette
rammenderò le toppe sui pupazzi e sulle teste rotte
e rifarò il tuo letto della notte
sarò l’infermierina che mi spetta, il saltimbanco della festa
con le pagnotte nella borsa per sfamare
tutti gli animali al miele
non solo con racconti o belle favole, miti, leggende
e strade percorse da unicorni: farò come dovessi dirti
tutto in una notte prima del bus
che ti conduce a scuola.
Roberta Durante, I bimbi sperduti
mindfulness e poesia
La frustrazione delle soluzioni (e del pensiero lineare)
Siamo molto abituati a ragionare per problemi e, quindi per soluzioni. Se c’è un problema infatti, crediamo che debba esserci anche una soluzione e che la soluzione si debba cercare – e trovare – percorrendo la linea retta, il percorso più semplice, la relazione causa – effetto. Cos’è che mi fa star male (effetto)? Questo!(causa). La soluzione è semplice: basta modificare la causa.
E qui iniziano i guai. Perchè:
- non tutte le cause sono modificabili;
- non tutto viene da una sola causa;
- a volte non sappiamo quale sia la causa, l’origine del problema;
- spesso la parola causa nasconde un nome proprio (Marito, figlio, figlia, partner, moglie) e provare a cambiarli non è proprio un gioco da ragazzi;
- abbiamo già provato a cambiare e non ci siamo riusciti.
Solo a guardare questo elenco possiamo capire facilmente come la strada delle soluzioni sia…piena di problemi! E come quanto spesso il nostro non riuscire a risolvere qualcosa si accompagni ad una voce interiore autocritica e umiliante. In realtà è più la frustrazione che la soddisfazione quella che incontriamo quando decidiamo di percorrere la strada delle soluzioni. Allora perchè insistere? Perchè ci fa credere di essere forti: perchè siamo convinti che lottare sia la strada migliore. Perchè crediamo di essere dei combattenti (o delle vittime che è ancora peggio!)
Così, quando pratichiamo mindfulness viene quasi spontaneo, all’inizio, considerarla una soluzione. Poi, gradualmente, ti rendi conto che non è una soluzione: è una apertura Non cerca mai una sola causa ma esplora quello che succede nel corpo, nel cuore e nella mente. Prova a mettere in relazione questi tre aspetti e poi rivolge una consapevolezza aperta all’esterno e a come rispondiamo all’esterno. Niente pensiero lineare quindi, piuttosto, una mappa dell’esperienza. Che ci restituisce quella spaziosità che il pensiero lineare non possiede. Il pensiero lineare possiede la velocità ed è meraviglioso per molte cose ma non tanto adatto al mondo emotivo. Il mondo emotivo non si affida alle soluzioni ma a quelle luminose intuizioni che vengono dalla pratica. È così che coltiviamo l’accettazione.
Così oggi facciamo qualcosa di aperto per i nostri problemi: non cerchiamo la soluzione ma apriamo la consapevolezza.
Quando riconosciamo che la nostra voce ansiosa e auto-umiliante cerca solo di evitare il ripetersi di situazioni dolorose, possiamo guadagnare più accettazione, compassione e apprezzamento per noi stessi e per il nostro cercare di rimanere vivi e al sicuro. Friedmann Schaub
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del corpo
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: verso un’accettazione radicale
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Le buone azioni di poco conto
[box] Non prendete alla leggera le buone azioni di poco conto, Credendo che siano di scarso aiuto. Le gocce d’acqua, una dopo l’altra, Nel tempo riempiono un enorme vaso. Patrul Rinpoche[/box]
Probabilmente ognuno di noi ha un animo grandioso e così immagina che il cambiamento, la pratica, l’impegno debbano essere azioni rivoluzionarie e grandiose. Qualcosa come un anno sabbatico, un’illuminazione totale, un rivolgimento radicale. Tutto questo è possibile e non va certo sottovalutato ma, a volte, il fatto che non possiamo fare un’azione grandiosa diventa una scusa per non fare nemmeno un’azione minima.
Così, visto che non possiamo meditare per un’ora, non lo facciamo nemmeno per mezz’ora e visto che non possiamo farlo per mezz’ora non lo facciamo nemmeno per 15 minuti o per 5 minuti.
Forse è il nostro animo romantico che ci fa desiderare lo Sturm und drang – l’impeto e l’assalto – che ci rende eroici e ci fa dimenticare l’eroismo delle piccole cose, delle azioni minime, per noi stessi e per gli altri. Eppure in quel minimo sta la saggezza della vitalità, che ogni giorno si conferma, senza clamore, ai nostri occhi. Il quieto ripresentarsi delle stelle, il minimo scorrere delle cose e quei movimenti minimi del cuore e dei polmoni che ci tengono in vita.
Così meglio non sottovalutare la rivoluzione silenziosa delle minime cose: può cambiare il mondo, la nostra vita, noi stessi.
Poesia del giorno: La pazienza delle cose comuni
Pratica del giorno: Addolcire, confortarsi, aprire (Pratica di 5 minuti)
© Nicoletta Cinotti 2023 Reparenting. Corso registrato

L’appartenenza e l’esilio
Quando amiamo qualcuno profondamente ci sembra che la sua presenza sia parte della nostra vita. Così, qualche volta, potremmo pensare che amare qualcuno sia un atto di proprietà. Forse in qualche momento l’abbiamo anche detto: sei mio, sono tuo. Dentro di noi sappiamo però che non c’è alcuna possibilità di possesso nell’amore che ci lega ad un altra persona. C’è solo una possibilità di appartenenza costruita dalle migliaia di momenti condivisi
Solo quella sensazione di appartenenza ci restituisce il senso di interezza. Ci toglie dall’esilio nel quale, a volte, viviamo. Una sensazione – quella dell’esilio – che produce un dolore tanto acuto da farci ammalare. Niente più dell’esclusione può farci sembrare difficile vivere.
Perché appartenere a qualcosa e a qualcuno ci rende interi: noi non siamo isole e solo questa sensazione di appartenenza può darci la completezza alla quale aspiriamo. Una appartenenza che, come dice Kabat Zinn, può essere incontrata nel nostro condividere una comune umanità, nel nostro appartenere al momento presente, al nostro respiro. Così appartenere non significa altro che ribaltare la prospettiva dalla quale guardiamo alle cose e al mondo: non siamo noi che lo possediamo ma apparteniamo al mondo ogni momento in cui siamo interamente presenti.
Quando crediamo di essere portatori di una diversità insopprimibile, possiamo credere di non aver diritto ad appartenere. Ma nessuna condizione rompe il vincolo profondo della nostra appartenenza alla vita.
Appartieni all’umanità, appartieni alla vita, appartieni a questo momento. Appartieni a questo respiro. Jon Kabat Zinn
Pratica di Mindfulness: Le parole che guariscono
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: crescita e cambiamento
Un sacrificio insospettabile
Spesso dichiariamo di non essere disposti al sacrificio. Lo dichiariamo come atto di principio e come segno di discontinuità con una tradizione passata che ha fatto – del sacrificio – il mezzo principe dell’educazione. C’è un sacrificio però che facciamo, silenziosamente, tanto silenziosamente che nemmeno noi ne siamo pienamente consapevoli: è il sacrifico di una parte di noi.
Quella che ci appare inadeguata, non funzionale, non funzionante rispetto all’ottenere quello che desideriamo. Quella nei confronti della quale proveremmo vergogna: non perché fa atti di cui dobbiamo vergognarci. Ma perché ci farebbe perdere tempo, ci porterebbe in una direzione troppo libera o ci farebbe fare brutta figura . Ci distoglierebbe dagli obiettivi che perseguiamo con tanta, tantissima determinazione. Non è detto che siano obiettivi professionali. A volte questo sacrificio lo facciamo, in realtà, per ragioni relazionali. Per ottenere qualcosa che desideriamo ci sembra che – mettere da parte chi siamo nella nostra interezza – sia il primo passo.
È difficile distogliersi da questo sacrifico che, quasi come un atto magico, pensiamo che ci assicurerà il risultato. Dietro a tutto questo sta un’idea, sottile quanto profonda, di non accettazione e dietro la non accettazione ne vive un’altra – altrettanto profonda – non possiamo lasciare che la nostra vita si realizzi per come siamo. Dobbiamo mettere argini e confini perché altrimenti andremmo alla deriva. Ma, soprattutto, dobbiamo renderci perfetti per poter ottenere quell’amore e quel risultato che tanto desideriamo.
Alla fine però i programmi che si realizzano non sono solo nostri ma nascono dal nostro dialogo con la vita. Tanto vale allora coltivare il seme della fiducia e quello dell’interezza: farci a pezzi non ci farà arrivare prima né ci farà arrivare meglio. Ma lascerà solo un fondo di inquietudine e amarezza dietro anche i migliori successi: l’illusione che se saremo perfetti saremo amati fa più danni dello scoprire quanto, in realtà, amati lo siamo già. Non è un bilancio che deve spaventarci: è il rendimento reale della nostra vita.
La mindfulness è il metodo, la compassione è l’espressione e la saggezza è l’essenza per riparare le ferite del passato. da Genitori di sè stessi
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in Reparenting
Scrutare nel proprio cuore
La nostra fiducia nei confronti dei risultati spesso ci fa perdere di vista quanto può essere forte l’energia della motivazione e la forza dell’intenzione.
Sia intenzione che motivazione spesso sono risultati in fieri, in divenire, ed è per questo che tendiamo a sottovalutarli: non possiamo associarli a qualcosa di concreto. Eppure sono fondamentali per il concretizzarsi dei nostri movimenti e delle nostre scelte. A volte sono ciò che definisce quello che facciamo ancora meglio del risultato delle nostre azioni. Il risultato infatti dipende da molti fattori, alcuni dei quali sono fuori dal nostro controllo. L’intenzione invece ci appartiene ed è quella che sostiene la bontà di ciò che stiamo facendo.
Se la nostra intenzione è buona, anche se il risultato non lo è, quello che prevarrà sarà la bontà della nostra intenzione. Così, quando iniziamo qualcosa, domandarci qual è la nostra vera intenzione è molto più importante che definire quello che è il nostro obiettivo. Può darsi che l’obiettivo non si realizzi ma l’intenzione, nel momento stesso in cui iniziamo, è già presente con tutta la sua forza e la sua energia. Non è soggetta a diminuzione se non per fattori interni come il dubbio.
Forse è per questo che è così difficile prestare attenzione all’intenzione: richiede la disponibilità a scrutare nel proprio cuore mentre i risultati, invece, li misuriamo scrutando nel cuore altrui.
Data la primaria importanza delle motivazioni nel determinare i risultati delle nostre azioni, è essenziale conoscerle realmente. Non è facile. Per scrutare nel proprio cuore c’è bisogno di un coraggio, un’onestà e una disponibilità eccezionali. Se si è inconsapevoli, ci si limita a riproporre tutti i comportamenti abituali derivati dal condizionamento. Joseph Goldstein
Pratica di mindfulness: L’intenzione
© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in Reparenting
