Quante volte ci capita di sentire, con insistenza e disagio crescenti, che ci sono relazioni di cui non possiamo fare a meno ma che, nello stesso tempo, ci soffocano. Ci troviamo così a sperimentare la sensazione di essere in trappola e di non poter prendere nessuna direzione precisa. Non ci è possibile andarcene ma rimanere diventa fonte di conflitto.
Quello che vorremmo è una direzione precisa, poter scegliere cosa fare senza pentimento. Senza perdere nulla. Ci troviamo così intrappolati da due opposti movimenti: il desiderio di andarcene e la paura delle conseguenze della nostra indipendenza e autonomia. In ogni caso la nostra felicità non è nelle nostre mani: dipende dall’altro. Da quello che riesce a darci o da quello che non può darci.
Il sentimento di essere in trappola è un rilevatore: ogni volta che emerge la sensazione della trappola possiamo stare certi di essere finiti in uno dei vicoli ciechi delle nostre difese. Forse non abbiamo chiaro quale di queste difese, quali di queste situazioni la attivi ma siamo sicuramente in uno dei tanti schemi ripetitivi di risposta. Per uscire dalla trappola, per uscire dal conflitto suscitato dall’ambivalenza abbiamo bisogno di scegliere. Scegliere di cogliere un rischio. Tutti i conflitti basati sull’ambivalenza sono conflitti suscitati dalla paura di correre rischi, dal desiderio di rimanere sempre in una zona di sicurezza. A volte la chiamiamo anche confort zone. Se la guardiamo da vicino però non è più davvero una zona comoda. Oppure la sua comodità ha un prezzo: alto. Quello del soffocare i nostri movimenti spontanei.
È una abitudine che abbiamo imparato da piccoli: da un legame stretto, troppo stretto, tra noi e i nostri genitori. Un legame in cui la nostra felicità dipendeva da condizioni esterne e non controllabili. La trappola così ha i confini della nostra possibilità di crescita e di autoregolazione. Più siamo fiduciosi nella possibilità di contare su se stessi meno siamo vittime della trappola dell’ambivalenza.
“Se saremo consapevoli delle diverse parti in gioco dentro di noi, quella che viene definita la nostra famiglia interiore, ci sarà”più semplice trovare la strada verso la trasformazione del dolore in crescita, della paura in coraggio, della curiosità in saggezza.”vGenitori di sé stessi: Mindfulness e Reparenting (la pietra filosofale) by Nicoletta Cinotti
Pratica di mindfulness: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2023 Reparenting ourselves. Un ritiro dedicato a diventare genitori di sé stessi
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
