Sono nata e cresciuta, fino all’adolescenza, in un piccolo paese dell’appennino tosco-emiliano. Un micro mondo di conflitti e gelosie, rivalità e invidie che scavavano, dentro e fuori dalle diverse famiglie, rotture epocali. Fratelli che non parlano tra di loro e, a volte, genitori e figli con rotture insanabili. Tutto questo mi sembrava la conseguenza di un ambiente dalla mentalità troppo ristretta. Pensavo che, andandomene, avrei trovato un paradiso di buone relazioni sociale. Quantomeno civili.
Ho capito presto quanto questo fosse un atteggiamento ingenuo. E quanto le ferite all’orgoglio siano foriere di imprevedibili conseguenze, soprattutto all’interno della stessa famiglia. Lavorando come psicoterapeuta mi sono trovata a vedere le molte facce della rabbia e della conflittualità: dentro il matrimonio, nell’ambiente di lavoro, a scuola. E ho scoperto che il piccolo paese dell’appennino esisteva anche nelle grandi città. Che qualsiasi gruppo definito e ristretto – famiglia, vicinato, ufficio, azienda – poteva diventare teatro delle stesse antipatie e simpatie (spesso funzionali a coalizzarsi contro qualche antipatia) con le stesse conseguenze. Energie perse, rotture, dolore, rabbia insensata e vendette più o meno silenti.
La rabbia non sempre è esplicita
Forse immaginiamo che la rabbia si esprima sempre con una esplosione: non è così. A volte prende quella forma ma molto spesso la rabbia è silenzio, distanza, ostilità. Molto spesso è il motto “La vendetta si consuma fredda” con piccoli atti sotterranei di ostilità che rimangono nel dubbio. È mobbing, è esclusione dalle relazioni, è isolamento. E allora, anche la più piccola delle cause, sembra un grandissimo torto.
Ci sono persone che passano la vita intera a vendicarsi, inconsapevoli dei piccoli atti di ostilità quotidiana con cui condiscono le loro relazioni. Il primo atto di ostilità è il giudizio. Giudichiamo l’altro, sulla base dei nostri criteri, e decidiamo se va bene o no. Non diamo diritto di cittadinanza a chi non rispetta i nostri criteri. E, ovviamente abbiamo ragione!
Senza divisioni non c’è conflitto. Senza divisioni ogni cosa va bene così com’è. Senza divisioni non abbiamo bisogno di affrettarci o preoccuparci. Senza divisioni non c’è sforzo. Senza divisioni siamo liberi, creativi e compassionevoli. Diane Musho Hamilton

Nessuno ama il conflitto
Sono poche le persone che amano il conflitto: molte quelle che detestano l’ingiustizia, la prepotenza, l’imprevedibilità, la delusione, la lentezza. Insomma sono molte le persone ipersensibili ai fattori che possono suscitare conflitto. Questa apparente contraddizione dà vita a due capisaldi della rabbia. Ho ragione io ossia la posizione di non conciliabilità tra la propria posizione e quella altrui e l’amore per quel senso di forza che la rabbia ci offre. Quando siamo arrabbiati spesso ci sentiamo anche energici e vitali e quella sensazione fisica rafforza la nostra convinzione di avere ragione.Creando un circolo vizioso dal quale non è facile uscire. Anzi spesso si alimenta in continuazione.
Quando abbiamo un conflitto abbiamo anche l’opportunità di trasformarlo in pazienza, comprensione reciproca e creatività, sviluppando le nostre capacità di apprendimento dagli errori
Cambiare punto di vista
Possiamo considerare i conflitti da un altro punto di vista: possiamo considerarli come espressione di qualcosa che non riusciamo a vedere chiaramente. Raramente conosciamo tutti gli elementi che compongono un conflitto. A volte possono essere delle “crisi di crescita”. O esprimere la necessità di un cambiamento. Se ci diamo la possibilità di esplorare questi aspetti, queste sfide creative che spesso la rabbia nasconde, abbiamo anche la possibilità di trovare risposte creative e costruttive.
Quando compare una situazione conflittuale nella nostra vita ha la potenzialità di rafforzarci, di rompere gli schemi abituali di risposta e di spingerci a imparare qualcosa di nuovo. I conflitti interrompono il trantran e creano uno spazio pieno di energia potenziale. Spesso la difficoltà sta proprio nel dare forma a questa energia.
Imparare a negoziare un conflitto
Imparare a negoziare un conflitto ci chiede di essere più presenti e di avere meno paura. Per questa ragione forse abbiamo bisogno di lasciar andare l’immagine ideale che ci vede sereni in ogni circostanza. Può darsi che nella negoziazione qualche schizzo di fango ci colpisca ma ritirarsi, ammorbidire le cose senza una direzione, o cercare di uscire vincenti solo noi farebbe un danno maggiore.
Non avere ragioni di disaccordo con il mondo vuol dire avere poche ragioni per crescere e minori opportunità di essere pienamente umani.Diane Musho Hamilton
Sviluppare le nostre capacità di mediare in un conflitto invece crea un senso di libertà, aumenta la nostra fiducia in noi stessi e ci permette di avere maggiore intimità con i nostri interlocutori.
Alla fine, per negoziare, abbiamo bisogno di capire qual è la posta davvero in gioco e qual è la paura che sottende alla rabbia. E ricordarci che, a volte, il conflitto è solo una spinta alla crescita che incontra degli ostacoli.
Proviamo a stilare un breve elenco di domande utili da fare e da farsi, ovviamente sempre da adattare alle specifiche circostanze di conflitto:
- Quali sono le circostanze del conflitto e qual è il nostro giudizio sulla situazione? Ci sentiamo a nostro agio o ci sentiamo in pericolo?
- Pensiamo che la ragione sia da una sola parte o abbiamo l’idea che uno dei due sia il colpevole?
- Qual è l’aspetto intelligente di quel conflitto? Quale opportunità di crescita può portare?
- Quale verità esprime?
- Quale crescita sarebbe possibile affrontando il conflitto invece che evitandolo o mantenendolo attivo?
Senza la pace interiore, la pace esteriore è impossibile. Tutti vorremmo un modo in pace ma non sarà possibile realizzare questo desiderio se prima non stabiliremo la pace nella nostra mente. Geshe Kelsang Gyatso

© Nicoletta Cinotti 2024



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