Cresciamo con una grande fiducia nella conoscenza e nel corso della vita accumuliamo moltissime informazioni, letture, strumenti di esplorazione. Non tutta questa conoscenza è fertile e non tutte queste informazioni sono nutrienti. Alcune notizie sono faticose da sostenere e possono alimentare pensieri che ci portano lontano da noi. A volte finiamo così per trovarci in una situazione paradossale che è quella di conoscere moltissime cose su di noi che non ci nutrono affatto. Come se diventassimo bravissimi in grammatica ma incapaci di parlare.
Abbiamo bisogno di conoscenze fertili che ci permettano di comprendere chi siamo e cosa stiamo facendo nell’arco di tempo della nostra vita, abbiamo bisogno di strumenti che ci permettano di stare in contatto con la sorgente di conoscenza che è dentro di noi e che, come dice Rumi, non diventa mai putrida o stagnante.
Per questo non è indifferente il luogo dove cerchiamo: dentro o fuori di noi? E a chi chiediamo: a noi stessi o agli altri? E a chi lasciamo la responsabilità di prendere una posizione. Per questo è necessario cambiare gli strumenti di conoscenza e non pretendere di leggere la nostra vita come se fosse un libro, pagina dopo pagina, in una sequenza lineare e ininterrotta. Per questo non possiamo pretendere di trovare risposte esterne a domande che non abbiamo provato ad esplorare dentro di noi. Perché rimanere dei semplici cercatori di informazioni sarebbe davvero triste e ci renderebbe – nella sostanza – indifferenti a quel non sapere qualcosa d’importante che guida la nostra ricerca.
C’è un altro tipo di conoscenza, già completo e racchiuso dentro di te.
Una fonte che sgorga dalla sua sorgente. Una freschezza al centro del petto. Questa intelligenza non diventa mai putrida o stagnante.
È fluida, e non si muove da fuori a dentro attraverso le condotte piombate dell’apprendimento.
Questa seconda intelligenza è una sorgente dentro di te, che si muove dall’interno verso l’esterno. Rumi
Pratica di mindfulness:Pratica di reparenting: cose imparate nella vita
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBCT online
Freud sottolineò che il lutto svolge una funzione necessaria perché consente di ritirare gli affetti investiti nell’oggetto d’amore e di renderli disponibili per altre relazioni. La mente però, come sappiamo, ha la tendenza a rimanere aggrappata all’oggetto perduto e a negare la realtà della perdita, per evitare di sentire il dolore della separazione. Questa negazione fa si che il dolore non venga completamente “espresso” e “scaricato” e, paradossalmente prolunga sia il dolore che il lutto stesso. Il risultato è una maggiore difficoltà ad investire in nuove relazioni e un sentimento che potremmo definire melanconia.
In bioenergetica ovviamente l’esplorazione clinica rispetto alla depressione non è limitata agli aspetti psicologici ma si amplia anche al livello fisico, che ordinariamente risulta estremamente condizionato da questa perdita della capacità di sentire. Questo portò Lowen a fare una affermazione decisamente radicale “La sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa”. Questa affermazione è supportata, per Lowen, dalle ricerche di Spitz sulla depressione anaclitica dei bambini in orfanotrofio e dalle ricerche di Bowlby (La depressione e il corpo ed. it. 1980, p. 99) sull’attaccamento.
Una volta adulti questa predisposizione rimane silente fino a che non avviene una perdita affettiva, come la fine di una relazione, la rottura di una amicizia, la perdita del proprio lavoro o bruschi cambiamenti nella propria vita come trasferimenti o cambiamenti di stile di vita. E la prima qualità di risposta avviene a livello fisico con un
