Le emozioni che proviamo oscillano tra due poli: il corpo e la mente. Le emozioni di base – paura, gioia, tristezza, rabbia, disgusto – sono emozioni che sentiamo nel corpo in maniera più chiara, anche quando il nostro corpo è stato messo sotto silenziatore. Perchè attivano schemi muscolari che riguardano i grandi muscoli rossi legati al controllo volontario.
Ci sono però moltissime emozioni secondarie, che iniziamo a provare successivamente, dopo lo sviluppo del linguaggio verbale, che sono meno percepibili dal punto di vista corporeo e più percepite come pensieri. Sono emozioni che attivano i muscoli involontari o quelli con maggiore fibra bianca. Sono emozioni come il biasimo, il disprezzo, il senso di colpa, il senso di indegnità, il sospetto, l’impazienza e così via. La lista potrebbe essere molto lunga ma, in sintesi, potremmo dire che sono emozioni in cui è presente un elemento secondario di valutazione cognitiva. Spesso le percepiamo come pensieri di valutazione razionale o cognitiva. Tradotto vuol dire che abbiamo ragione: lo dico in senso ironico perchè la caratteristica di queste emozioni e che si accompagnano ad una spiegazione di perchè è giusta la nostra emozione e sbagliata la posizione dell’altro. Utilizzano un aspetto del pensiero critico per diventare auto-referenziali.
L’identificazione con queste emozioni può essere molto forte perchè vengono percepite come “razionali”. Perchè sono pericolose? Perchè producono isolamento dagli altri, sembrano pensieri ma non sono pensieri, non hanno la volatilità e la durata delle altre emozioni: permangono più a lungo, sono ricorrenti e innescano una rimuginazione. Se le emozioni corporee durano pochi minuti, queste possono durare tutta la vita e condizionare il nostro modo di stare nelle cose e nel mondo. Alimentano il dolore per ciò che non è accaduto, perchè la realtà non è come vorremmo.
Spacchettare queste emozioni e riconoscerle nelle loro componenti emotive, nella tonalità affettiva che le ha generate e nei processi mentali che alimentano non è facile eppure è l’unico modo per restituire le nostre emozioni alla loro dimora: il cuore. E per restituire alla nostra mente quello spazio libero da pensieri da cui nascono le buone idee.
Prima ci creiamo un’idea riguardo a come vogliamo siano le cose, o a come pensiamo che dovrebbero essere; poi le confrontiamo con la nostra idea riguardo a come le cose sono in quel preciso momento. Se risulta esservi una differenza tra come le cose sono e come vogliamo che siano diamo origine a pensieri e azioni mirati al tentativo di colmare il divario. Segal, Williams, Teasdale
Pratica di mindfulness: Coltivare tenerezza: una pratica di reparenting
© Nicoletta Cinotti 2024 Mindfulness ed emozioni. Ultimi giorni in early bird
Da innamorati torniamo adolescenti, con le stesse incertezze e le stesse eroiche grandiosità. Possiamo viaggiare tutta la notte per fare una sorpresa e, nello stesso tempo, sentirci imbarazzati perché abbiamo un po’ troppa pancia. Proprio come adolescenti possiamo fare di tutto per attirare l’attenzione e poi nasconderci aspettando che ci vengano a cercare. Visto che l’innamoramento è uno stato nascente, è pieno di promesse: alcune si realizzeranno, altre no. È importante riprendere il senso della possibilità, uscire dall’impressione che la nostra vita scorra su binari troppo conosciuti. È questo quello che rende l’innamoramento così simile alla mindfulness. Anche le cose che normalmente ci disturbano diventano di secondaria importanza, almeno per il momento perché poi, quando l’innamoramento diventa una relazione stabile e duratura, tutto può cambiare. Nel passaggio dall’innamoramento all’amore facciamo, molto spesso, il percorso inverso. Iniziamo a pensare che, se l’altro ci ama, non dovrebbe mai fare qualcosa che ci disturbi. Ovviamente non è vero e, soprattutto, questo genera un rapporto basato sull’accondiscendenza più che sulla sincerità. La diversità è una risorsa e il modo migliore per accoglierla è proprio lo stesso che abbiamo quando siamo innamorati: interesse, curiosità e non giudizio. Non è detto che ignoriamo la diversità dell’altro ma, nella fase dell’innamoramento, ci appare, giustamente, come una possibilità in più e non come una minaccia–cosa che spesso accade quando la relazione diventa più stabile. In fondo, innamorarsi è arrendersi, ma la capacità di arrendersi all’amore è molto condizionata dal nostro carattere: se abbiamo bisogno di dominare, sarà per noi molto difficile farlo. Arrendersi non vuol dire diventare accondiscendenti, anzi è proprio l’opposto: significa permettere che l’altro sia così com’è e consentire a noi di essere proprio come siamo; significa accogliere la possibilità di diventare diversi senza sforzarsi nella direzione di un cambiamento voluto. Accettare di essere differenti non è un obbligo, altrimenti diventa uno stress inutile e intenso. In qualche modo, impariamo ad amare nello spazio che le nostre difese lasciano libero alla possibilità di aprirsi.”
