Vengo da una generazione in cui i figli unici erano ancora pochi e venivano guardati come se questa condizione fosse un limite per il loro futuro. Oggi le statistiche europee parlano del 47% di figli unici che arriva al 52% in Italia. Molti i fattori che influenzano questa scelta: economici, organizzativi, affettivi. È sempre più difficile organizzare la vita familiare e il mito che avere fratelli e sorelle sia un vantaggio, in termini di sviluppo affettivo, cognitivo e sociale non ha retto i dati di realtà.
La Cina, il paese in cui la scelta del figlio unico è stata obbligatoria ha permesso di valutare su scala numerica impressionante che, in effetti, essere figli unici non costituisce un fattore di rischio sullo sviluppo emotivo. Ma che influenza ha, invece, l’ordine di nascita?
L’ordine di nascita
Anche sugli effetti dell’ordine di nascita i dati non sono univoci ma in effetti vanno nella direzione di confermare una relazione tra l’ordine di nascita e le gerarchie familiari. Essere primogeniti sembra comportare l’attribuzioni di maggiori responsabilità mentre la relazione con i secondogeniti tende ad essere, per i genitori, meno conflittuale. Alcuni autori arrivano a parlare della “sindrome della sorella più grande? Cosa dice la ricerca psicologica in merito? Alcune ricerche hanno stabilito una correlazione tra l’ordine di nascita, i risultati accademici, la predisposizione a correre rischi finanziari ma queste ricerche hanno un bias legato all’età. Le sorelle maggiori vengono paragonate rispetto ai fratelli e sorelle di minore età ma non viene valutato cosa faranno quando si troveranno nello stesso arco vitale. Quindi il comportamento di un 45enne e di un 35enne possono differire molto ma siamo sicuri che quando il 35enne avrà raggiunto i 45 anni le stesse differenze saranno confermate? Uno studio su larga scala di Rodica Damian ha trovato differenze così minime legate all’ordine di nascita da non essere statisticamente significative se messe in relazione allo sviluppo nel tempo, come espresso dalla considerazione precedente. Malgrado i dati non confermino la convinzione che ci siano differenze rilevanti dovute all’ordine di nascita molte persone sono convinte che sia così e che abbia influenzato in parte le loro scelte. Perché questo attaccamento a una narrazione e a un ruolo familiare è così forte?
Cercare spiegazioni
Abbiamo bisogno di cercare spiegazioni e questo è vero per tutto l’arco vitale. Solo che le spiegazioni che costruiamo da bambini si basano su sensazioni vere ma conclusioni limitate, dovute alle ridotte capacità di riflessione che ha un bambino. Queste spiegazioni diventano storie che siamo poco intenzionati ad abbandonare perché sono plausibili e offrono certezze e narrazioni che spiegano i legami d’attaccamento familiari e come ci siamo sentiti trattati, giustamente o ingiustamente che sia. Lavorare su queste convinzioni sembra più efficace che cercare di provare l’influenza che può avere l’ordine di nascita.
Veniamo al peggio: la gelosia
È vero che la gelosia tra fratelli può essere un problema che persiste nel tempo aggravata dalla tendenza dei genitori a portare i fratelli/sorelle meno problematici come esempio da seguire. Questo alimenta una iper-competizione nel luogo in cui avremmo bisogno di sperimentare, invece, solidarietà. A questo proposito la recente strage familiare di Paderno Dugnano ha rievocato una simile strage avvenuta anni prima, sempre per mano di due adolescenti: Erica e Omar.
In entrambi i casi la ferocia massima è stata nei confronti del fratello, anche se, forse, nel caso di Erica e Omar, non era stato la vittima predestinata ma il testimone. D’altra parte Caino e Abele ci insegnano che non è detto che fra fratelli regni l’amore.
Sul caso di Paderno Dugnano è interessante la lettura della sociologa Romana Andò, intervistata da Francesca Cavallo per Maschi del futuro. Della lunga intervista colpisce la frase “non c’erano segnali”. Una frase che molti genitori potrebbero attribuire ai disagi dei loro figli. Disagi che appaiono incomprensibili, forse perché ci rendiamo attivi solo quando qualcosa sfugge alle regole della cosiddetta “normalità”. E, da questo punto di vista, questo diciassettenne non dava problemi. A differenza di Erica. Allora accanto all’effetto dell’ordine di nascita e alle spiegazioni che ognuno di noi costruisce per dare un significato rispetto a quello che sente nella propria adolescenza dovremmo aggiungere anche un’altra considerazione, “Quanta comunicazione trasparente c’è con i tuoi genitori? Quanto i tuoi genitori ti conoscevano e sapevano della tua vita e della tua personalità, al di là dei tuoi risultati scolastici, sportivi o sociali? Quante parte di noi esiliamo per aderire alle aspettative familiari?
Gli adolescenti devianti
La curva dei reati mostra che i reati tendono ad aumentare dall’ingresso in adolescenza e continuino a salire fino all’età del giovane adulto per poi progressivamente scendere. Non solo i reati sono più frequenti in questa fascia d’età, ma anche il rischio di recidiva è più elevato.
L’adolescenza, in effetti, è una fase del ciclo di vita in cui c’è una particolare predisposizione alla trasgressività e all’impulsività. L’incremento dell’impulsività in adolescenza è un fenomeno biologico, che non riguarda solo gli uomini, ma anche altri mammiferi, che con l’ingresso in pubertà tendono a essere più esplorativi, a correre più rischi e a ricercare più gratificazioni nel loro rapporto con il mondo.
Nella prima parte dell’adolescenza c’è una grande proliferazione neuronale, molto disordinata, una crescita che rende il cervello molto plastico, cioè disponibile a farsi modellare dalle esperienze, con una maturazione che parte proprio dalle aree più emotive e impulsive. Nella seconda parte dell’adolescenza, invece, c’è una fase di potatura sinaptica, che organizza il funzionamento cerebrale e che porta ad una maturazione delle capacità di controllo e di funzioni esecutive, che arrivano a compimento addirittura nell’età del giovane adulto. È così che gli adolescenti, non solo in senso metaforico, finiscono per “mettere la testa a posto”. È evidente che sarebbe stato più sensato se la natura avesse previsto una maturazione delle capacità di controllo prima dell’aumento dell’impulsività, ma questa apparente incongruità può avere una giustificazione: per crescere è necessario rischiare, uscire dalla zona di conforto famigliare e andare a cercare nuove fonti di gratificazione. Gli adolescenti passano da una capacità di eteroregolazione familiare ad una autoregolazione e, in questo caso, la presenza di fratelli o sorelle maggiori può svolgere un compito importante di mediazione. I genitori sanno poco dei figli adolescenti ma tra fratelli e sorelle c’è maggiore “familiarità” una familiarità che spesso rischia di diventare una genitorializzazione putativa che giustifica il termine “sindrome della sorella maggiore. Avevo segnalato, qualche settimana fa la lunga intervista a Alessio Magnani dal carcere di Bollate. Alessio aveva ucciso lo zio di un amico ad appena 18 anni. Sia nel caso di Alessio, lunga intervista che davvero consiglio di ascoltare, che nel caso di Paderno sembra che il punto sia una totale incapacità di mentalizzazione
La capacità di mentalizzare
I maschi tendono ad avere maggiori problemi di comportamento delle femmine, una differenza che è ben rispecchiata dalla sproporzione tra reati minorili maschili e femminili. Anche le ragazze possono essere trasgressive e violente, ma la loro violenza è più spesso verbale che fisica, la loro ostilità è indirizzata più a persone conosciute che ad estranei e, infine, manifestano di preferenza una disregolazione dei comportamenti sessuali, più che aggressivi. Per tutte queste ragioni è meno probabile che la trasgressività delle ragazze entri in conflitto con la legge. In entrambi i casi la vera differenza la fa lo sviluppo della capacità di mentalizzare che è una capacità chiave nel momento in cui si acquista autonomia di movimento.
Cos’è la mentalizzazione? È la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni senza dover, per forza, passare all’atto e lo sviluppo di una capacità empatica che permette di farsi la domanda base della reciprocità, “Come mi sentirei se mio fratello/sorella/amici/sconosciuto mi facesse quello che io sto progettando di fare o sto impulsivamente rischiando di agire. È una capacità fondamentale per ridurre l’impulsività e troppo spesso il suo sviluppo è sostituito dal controllo: controllo genitoriale, controllo tra fratelli, controllo e repressione dell’impulso. Non voglio andare troppo lunga ma ti saluto con un link ad una NL su Substack, “Che stiamo facendo alla gentilezza?”
© Nicoletta Cinotti 2024 Il programma di Mindful Self-compassion
