Quello che perdo
torna
come un bordo acuto
reclama l’assenza
regione nascosta del cuore
© Nicoletta Cinotti
Quello che perdo
torna
come un bordo acuto
reclama l’assenza
regione nascosta del cuore
© Nicoletta Cinotti
Le emozioni sono il sale della vita, potremmo dire sinteticamente. Come il sale hanno bisogno di essere dosate. Troppo sale può rovinare una pietanza e renderla immangiabile. Oppure l’assenza di sale può suscitare un senso di delusione. Proprio come un incontro senza emozioni. Però se la quantità di sale dipende da noi spesso pensiamo spesso che le emozioni che proviamo non dipendono da noi. O meglio che dipendano da forze di cui non abbiamo padronanza. Arrivano, ci attraversano e se ne vanno.
Abbiamo tutti l’esperienza della grande sensibilità che i bambini possono avere nei confronti delle emozioni. Eppure molte delle nostre difficoltà emotive hanno radice nella nostra infanzia. Come mai?I bambini provano emozioni con grande intensità ma molto spesso non sono in grado di comprenderle correttamente. O meglio le comprendono in una prospettiva egocentrica che fa credere loro di essere responsabili di tutte le cose che accadono: positive e negative.
In parte il senso di colpa nasce così. Accade un evento traumatico – come una separazione – e i bambini possono sbagliare valutazione e pensare che è colpa loro. Questo errore di valutazione emotivo infantile permane poi anche nell’età adulta. In qualche modo potremmo dire che non sono le emozioni ad essere un problema: lo sono le valutazioni che facciamo sulla base delle emozioni che proviamo. Due bambini – posti di fronte ad uno stesso evento – possono darne valutazioni completamente diverse a seconda del loro umore e della loro fiducia in se stessi. La valutazione del bambino più insicuro tenderà a conservarsi più a lungo – come se fosse messa sotto sale – perchè assocerà questa valutazione ad una protezione dal pericolo o dalla perdita e finirà per condizionare la sua visione del mondo. Questo, molto in sintesi, è il processo che facciamo e che rende le nostre risposte adulte più infantili di quello che vorremmo. L’unico modo serio per intervenire sui processi di valutazione emotivi è la consapevolezza. Ecco perchè una terapia dell’essere (consapevoli) può offrire risultati così buoni: perchè permette di intervenire sui processi di valutazione emotivi a partire non dal pensiero ma dalle emozioni stesse.
Le emozioni vengono suscitate da qualcosa nell’ambiente esterno o interno (per esempio una sensazione fisica) e vengono immediatamente classificate in aree: pericolo, provocazione, perdita.
Questa risposta utilizza l’esperienza che ci siamo fatti nel corso della vita. Quindi per me – che sono sempre vissuta in città – un animale selvatico riveste un senso di maggior pericolo che per una mia coetanea vissuta sempre in una zona boschiva. Se non siamo consapevoli di quello che succede – a livello fisico ed emotivo – passeremo velocemente ad agire la risposta abituale che però, può essere basata su un cattivo apprendimento infantile che, così, verrà ulteriormente rinforzato.
Andiamo più nel dettaglio con una emozione molto frequente: la rabbia. Mettiamo che abbiamo una propensione a considerare provocazione quello che ci accade. Una propensione molto alta a sentirci provocati a causa di una storia infantile in cui siamo stati molto sfidati. La nostra tendenza sarà quella di reagire aggressivamente con una facilità maggiore e quindi a ricevere più frequentemente risposte aggressive che consolideranno ulteriormente la nostra convinzione. Se però siamo consapevoli a livello fisico di quello che accade possiamo accorgerci del restringimento della spaziosità interna prodotta dall’aumento di tensione dei muscoli connessi all’espressione dell’aggressività. E riportare – attraverso il respiro – una maggiore spaziosità e un maggiore rilassamento muscolare. A quel punto, – se non siamo in una di quelle rare situazioni in cui è bene essere prontissimi – ci accorgeremo che sotto la rabbia sta un’altra emozione. Forse paura, vergogna, senso di esclusione. Dipende. E cercheremo di dare una risposta più adeguata perchè avremo sentito che cosa è davvero il nostro bisogno.
A tutto questo è necessario aggiungere due parole sull’umore. L’umore tende a influenzare la durata delle emozioni. Se il nostro umore è alto le emozioni scorrono veloci. Se è basso ristagnano pesanti. Non solo: l’umore attiva processi di memoria congruenti. Se siamo felici ci ricordiamo solo cose liete e viceversa. Saper riconoscere la differenza tra umore ed emozione è fondamentale: molte delle difficoltà che abbiamo infatti più che connesse alle nostre emozioni sono connesse alla variabilità del nostro umore, per cui passiamo con estrema facilità, dall’alto (o altissimo) al basso (o bassissimo). In questi casi sapersi ancorare al corpo e al respiro è fondamentale per non finire trascinati dagli sbalzi d’umore e per saper riconoscere la differenza tra l’uno (emozione) e l’altro (umore).
Molte emozioni inoltre sono senza fondo: sono le emozioni più importanti della nostra vita o strettamente legate al momento che stiamo vivendo. Saper offrire un contenitore sufficientemente ampio a queste emozioni permette di rimanere presenti e di non farci trascinare troppo verso il basso (la tristezza) o troppo verso l’alto (la rabbia).
Nella psicoterapia lavoriamo molto sulle modalità ripetitive di risposta. È fondamentale saperle riconoscere; individuare gli elementi corporei, emotivi, cognitivi che le compongono. Nel fare questo però corriamo un rischio: ossia di solidificarle ancora di più come se fossero immodificabili. È importante quindi portare l’attenzione non solo sugli aspetti legati alla struttura delle emozioni ma anche sulla loro transitorietà e sugli elementi che fanno da passaggio tra una emozione e l’altra.In modo da sottolineare la possibilità di lasciar andare. Inoltre l’espressione emotiva deve essere sempre preceduta dalla consapevolezza, altrimenti quello che può accadere – e frequentemente accade – è che la persona, esprimendo quello che sente, perda la consapevolezza di ciò che accade. Non a caso Lowen sottolinea l’interazione tra gli aspetti espressivi, la consapevolezza e la padronanza di sé.
Penso che molte delle nostre strategie difensive siano un modo per saltare via da quello che sentiamo fisicamente ed emotivamente e rifugiarci così nella mente. Trasformiamo le nostre emozioni troppo velocemente in pensieri, il che significa che tralasciamo gli aspetti corporei. Mark Epstein[
Uno dei primi psicoanalisti ad avere chiara la relazione tra corpo ed emozione fu Winnicott che, essendo uno psicoanalista infantile, aveva un osservatorio privilegiato: lo sviluppo emotivo dei bambini. Quando un bambino cresce in un ambiente non favorevole è costretto ad allontanarsi dalle emozioni, che sarebbero soverchianti, attraverso il pensiero. In questo modo sposta molte delle sue energie dalle sensazioni emotive ai pensieri. Questo però comporta una sorta di tristezza: la tristezza di aver perso la dimensione emotiva nella sua pienezza a favore di quella mentale. Ecco perchè ripristinare la capacità di sperimentare la gioia nelle persone è così importante: perchè cura quella tristezza primaria che viene dall’aver abbandonato il sentire a favore del pensare.
© Nicoletta Cinotti 2023
Libri consigliati
Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/il-protocollo-mbct/
Non voglio spoilerare il contenuto di questo breve romanzo di Tatiana Tîbuleac ma devo dirti almeno chi sono i protagonisti: una madre divorziata, un figlio adolescente e borderline nel senso letterale del termine, un’estate, un piccolo paese del nord della Francia con pittoreschi abitanti e un’ospite che fa un miracolo: il cancro.
Il miracolo del cancro non è la guarigione dalla malattia ma, grazie alla sua presenza, è una potente formula di guarigione del rapporto tra una madre e un figlio. Guarisce come guariscono tutte le cose che diventano improvvisamente preziose perché brevi. La storia inizia proprio in questo periodo dell’anno e va oltre la fine dell’estate anche se, in quella breve stagione, due vite vengono trasformate insieme. Diventano due vite diverse che non dimenticheranno mai quell’estate in cui si sono concesse di fare cose pazze e tenere.
La struttura del libro è molto originale e interessante: è divisa in sezioni che hanno tutte un riferimento all’unica cosa che questo figlio amava di sua madre: gli occhi verdi.
Anche solo leggendo in progressione il titolo di ogni sezione si ha una breve poesia
Gli occhi di mia madre erano uno sbaglio
Gli occhi di mia madre erano i resti di una madre bella
Gli occhi di mia madre piangevano da dentro
Gli occhi di mia madre erano il desiderio di una cieca avverato dal sole
Gli occhi di mia madre erano campi di steli infranti
Gli occhi di mia madre erano le storie che non mi aveva mai raccontato
Gli occhi di mia madre erano gli oblò di un sommergibile di smeraldo
Gli occhi di mia madre erano conchiglie cresciute sugli alberi
Gli occhi di mia madre erano cicatrici sulla faccia dell’estate
Gli occhi di mia madre erano germogli in attesa
Ma, soprattutto, l’estate in cui sua madre ebbe gli occhi verdi, non finì mai
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
Tatiana Tîbuleac, L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi, Keller editore
Il diaframma è una parte della nostra struttura intima e non solo una guaina muscolare e tendinea che si estende dalla colonna vertebrale alla parte anteriore del torace.
Separa il cuore e i polmoni dalla cavità addominale ed è di vitale importanza sia nel respiro che nel regolare il flusso energetico del corpo. Per questa ragione il blocco del diaframma non è mai un blocco totale.
Sia per Reich che per Lowen il progresso nella terapia era segnato dall’allentarsi delle tensioni diaframmatiche e quindi da un miglioramento significativo nel flusso del respiro; infatti i problemi emotivi comportano sempre una riduzione nell’efficacia del respiro; una riduzione che ha lo scopo di ridurre la sensazione.
La centralità del diaframma divide il corpo in due sezioni, la cui armonia e relazione tra di loro è spesso visibile ad occhio nudo. Osserviamo infatti frequentemente una netta divisione tra la parte alta e la parte bassa del corpo: una divisione che segnala una difficoltà ad integrare gli aspetti affettivi con quelli sessuali. Sotto il diaframma c’è la grande cavità addominale che contiene gli organi del metabolismo e della sessualità; sopra il diaframma invece ci sono le due grandi pompe del corpo: il cuore e i polmoni.
Potremmo descrivere la relazione tra cuore e polmoni proprio come l’incontro dell’energia di queste due grandi pompe: i polmoni si allungano e risucchiano l’aria e trasmettono in questo modo energia al cuore che, attraverso il battito, spinge in tutto il corpo il sangue e l’ossigeno.
Facile comprendere che il movimento del petto e dei polmoni è essenziale per la vitalità del cuore e per la vitalità personale.
I blocchi sono le tensioni muscolari croniche che per lo più compaiono nella muscolatura striata o volontaria che normalmente è soggetta al controllo dell’Io. Il controllo cosciente viene a mancare quando la tensione presente in un gruppo di muscoli diventa cronica. Alexander Lowen
La libertà del diaframma influenza direttamente la qualità del respiro e la qualità del respiro influenza direttamente la qualità delle emozioni percepite: le limitazioni del respiro infatti sono uno dei modi che utilizziamo per controllare la percezione delle emozioni.
Per comprendere meglio come questo avviene proviamo a guardare nel dettaglio il processo del respiro. Il petto ha una forma ovale che si espande, col respiro, sia da davanti a dietro che da lato a lato. Quando inspiriamo il diaframma scende, le costole si aprono, la colonna vertebrale si allunga, provocando un’onda di movimento in tutto il corpo. Questa onda di movimento include il midollo spinale, grazie al movimento di allungamento – in inspirazione – della colonna vertebrale. Per questa ragione, ogni respiro porta un impulso che carica i tessuti nervosi e facilita la respirazione craniosacrale che ha un ritmo più lento di quella polmonare.
I blocchi sono le tensioni muscolari croniche che per lo più compaiono nella muscolatura striata o volontaria, che normalmente è soggetta al controllo dell’Io. Alexander Lowen
Il respiro può essere ridotto da tutte le tensioni che limitano l’allungamento dell’onda respiratoria e quindi non solo da quelle diaframmatiche ma l’effetto più tipico della tensione diaframmatica è espressa da un petto sovraespanso o da un petto sottoespanso.
Il petto sovraespanso presenta un abbassamento molto scarso durante la respirazione. E’ trattenuto in una posizione contratta, gonfiata, formando, metaforicamente, una parete di muscoli rigidi, protettivi, attorno al cuore e ai polmoni. Questa parete coinvolge i muscoli della schiena come quelli della gabbia toracica e la parte anteriore del corpo e accerchia completamente quegli organi. L’effetto è che il cuore e i sentimenti sono tenuti rinchiusi in una gabbia muscolare.
Questa struttura si associa ad una paura ad assumere energia dall’esterno, soprattutto dalle relazioni affettive: è la paura di intenerirsi, di abbassare la guardia e rallentare il passo. Sono sentimenti che rimangono dentro i confini delle regole e dei piani, in un rigido sistema di atteggiamenti, in una struttura razionale che governa le azioni. Una struttura che non comprende gli aspetti emozionali e intuitivi delle relazioni. Più il petto è trattenuto ed espanso, meno la personalità è fluida e più è incapace di espirare e liberare l’aria: una situazione che spesso si accompagna al desiderio di essere liberi.
Il petto abbassato è associato ad una mancanza di vitalità emotiva: la quantità di aria non è infatti sufficiente per suscitare un pieno sentimento: il colore della pelle è pallido e gli occhi mancano di vitalità perché il basso livello respiratorio non fornisce un’energia sufficiente per l’espressione emotiva.
Nell’aspetto fisico e nella storia personale spesso sono persone che hanno ricevuto un “colpo al cuore”: c’è stata una ferita primaria e il cuore è rimasto bloccato e affondato. Il sentimento generale è un senso di abbattimento, stanchezza e bisogno di sostegno. Un respiro profondo li porta a contatto con la loro ferita, limitando il respiro evitano di ri-attivare un dolore che non è ancora pienamente risolto. Aprire il respiro e ampliare il torace porta una nuova vitalità e nuova energia per il cambiamento. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro è un sistema energetico e che, se non alziamo il livello d’energia attraverso il respiro, non saremo in grado di avere la vitalità necessaria per crescere e cambiare.
Nelle persone in cui c’è una asimmetria marcata tra la parte alta e la parte bassa del corpo, la forma e la profondità del respiro è danneggiata: sono persone che sperimentano una mancanza di equilibrio e una ambivalenza nei loro atteggiamenti. Spesso, sul piano pratico l’asimmetria si esprime attraverso un petto sovraespanso o sottoespanso e configura quindi lo stesso quadro emotivo espresso in precedenza. A questi elementi si aggiunge una difficoltà ad integrare gli aspetti viscerali e sessuali con quelli affettivi.
La bioenergetica si occupa del modo in cui una persona tratta il sentimento dell’amore. Ha un cuore aperto o chiuso? Aperto al mondo o distante? Alexander Lowen
Uno dei modi poetici che Lowen ha di descrivere i blocchi che stiamo approfondendo, settimana dopo settimana, è quello di valutare i canali di comunicazione tra il cuore e il mondo. Canali di comunicazione che sono mediati dal respiro e dal movimento del diaframma. Il cuore ha quindi i seguenti canali di comunicazione: il primo è la bocca e la gola. Il bambino cerca il seno ma non cerca solo cibo: cerca soprattutto l’affetto materno che passa attraverso questo primo canale. Il secondo canale di comunicazione sono le braccia e le mani che ci mettono in con-tatto con il mondo. E il terzo canale di comunicazione è il respiro, attivato dal movimento diaframmatico, che connette le sensazioni viscerali con quelle affettive, legate alla zona del cuore. Per comprendere come siamo nel contatto con la realtà, è importante domandarci come stanno questi canali di contatto con il mondo.
Per Reich il blocco del diaframma è il primo blocco, dal quale si diffondono le altre aree di tensione. Indipendentemente dal momento di insorgenza, collega questo blocco all’ansia di cadere. La tensione del diaframma riduce, infatti, il flusso di eccitazione alla parte inferiore del corpo e produce una contrazione della vitalità che viene percepita come paura di cadere. E’ il ritiro di energia dalle gambe e dai piedi che produce una perdita di contatto con il suolo.
Esercitarsi a cadere: un esercizio.” Da un certo punto di vista questo esercizio assomiglia ad un Koan zen: anche qui c’è una sfida all’io o alla volontà, che tuttavia vengono privati del loro potere”.Alexander Lowen Bioenergetica
L’ansia di cadere non si esprime solo come sensazione psicofisica. Sia per Reich che per Lowen diventa anche la paura di innamorarsi (falling in love) e di addormentarsi (falling asleep). Di vivere quelle situazioni in cui proviamo una perdita di controllo e un “lasciarsi andare”. La tensione diaframmatica quindi fa da corredo agli aspetti di controllo legati al collo, riaffermando, una volta di più, come le tensioni non siano strettamente limitate ad un’area ma facciano parte di una scacchiera di risposte corporee ed emotive.
Dedichiamo tanto della nostra energia allo sforzo di salire più in alto e di ottenere di più che spesso troviamo difficile scendere e lasciarci andare. Rimaniamo sospesi a mezz’aria e abbiamo paura di cadere. Alexander Lowen
In questo percorso tra blocchi e tensioni che cosa accade alla nostra consapevolezza? La tensione cronica, con il tempo, cessa di essere percepita. Ecco perché il lavoro corporeo è fondamentale: permette di risvegliare la coscienza delle nostre tensioni. Infatti, più una zona è cronicamente tesa e meno la percepiamo. Ne sentiamo l’effetto come limitazione motoria o espressiva ma non più come blocco corporeo.
L’effetto – dice Lowen – è simile a quello dell’assideramento. Quando siamo assiderati non sentiamo. E’ nel momento in cui l’assideramento si scioglie che recuperiamo la sensazione – inizialmente dolorosa – della tensione. Per questa ragione spesso, fare gli esercizi bioenergetici, può dare la sensazione di “pescare nel nulla”: non sentiamo e non capiamo che cosa dovremmo sentire. E’ un atto di fiducia: nel corpo e nella libertà che sentire ciò che abbiamo isolato, aprire ciò che abbiamo chiuso, ci riporterà libertà, vitalità e gioia di vivere.
Concludo con una poesia, che descrive così bene cosa avviene nel blocco, che nessun discorso scientifico sull’argomento può competere con questa descrizione. La poesia è di Emily Dickinson.
Dopo un grande dolore
Dopo un grande dolore viene un senso solenne, i nervi stan composti, come tombe.
Il cuore irrigidito chiede se proprio lui
soffrì tanto? Fu ieri o qualche secolo fa?
I piedi vanno attorno come automi per un’arida via
di terra o d’aria o di qualsiasi cosa, indifferenti ormai:
una pace di quarzo come un sasso.
Questa è l’ora di piombo, e chi le sopravvive
la ricorda come gli assiderati rammentano la neve;
prima il freddo, poi lo stupore, infine l’inerzia.
Bibliografia di riferimento
Lowen A. Bioenergetica, Feltrinelli
Lowen A.,Espansione ed integrazione del corpo in bioenergetica, Astrolabio
Painter J., Massaggio in profondità, Sugarco Ed.
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La bioenergetica si occupa del corpo, dei blocchi e delle tensioni. Ma questo è l’aspetto più superficiale e visibile di questo approccio.
C’è una ragione più profonda per cui i blocchi e le tensioni hanno così tanto significato. E la ragione è che riducono la connessione – affettiva prima ancora che fisica – tra il cuore e la periferia del corpo.
Questo significa che le nostre azioni, i nostri movimenti nascono perché siano espressione dei nostri sentimenti. Se abbiamo una tensione però questa espressione risulta limitata, interrotta o spezzata.
Ecco perché ci occupiamo di quell’aspetto – apparentemente meccanico – dei muscoli e della grazia dei movimenti. Perché le tensioni impediscono che i sentimenti fluiscano dal cuore al mondo, come dice poeticamente Lowen.
Allora l’attenzione al corpo non è solo un’attenzione salutare e salutistica: è un modo per riportare le cose al cuore dell’esperienza.
La bioenergetica si occupa del modo in cui una persona tratta il sentimento di amore. Ha il cuore chiuso o aperto? Aperto al mondo o chiuso, distante da esso? L’atteggiamento può essere determinato in base all’espressione del corpo: ma per farlo occorre comprendere il linguaggio del corpo. Alexander Lowen
Pratica del giorno: Mindful bioenergetics
© Nicoletta Cinotti 2023 Reparenting ourselves
Moltissimi anni fa Melanie Klein, una importante psicoanalista infantile, affermò che ciò che fa la differenza, nel tollerare il dolore emotivo, è la quota di invidia che la persona prova.
Ho sempre pensato che questa fosse un’ottima definizione: l’invidia ci blocca e spinge a guardare altrove anziché ad investire energie su di noi.
Nel tempo però mi sono fatta un’altra idea: quello che fa davvero la differenza è il senso di tradimento. Un dolore, per quanto grande, è tollerabile se non ti senti tradito. Tradito nei tuoi sogni o nella tua fiducia. Quello che lo rende intollerabile è il rendersi conto di aver dato all’altro un pezzetto del tuo cuore e che questa fiducia è stata malriposta. Non ha davvero importanza se è un tradimento affettivo, dentro ad una coppia, o un tradimento di un’amicizia.
Sentirsi traditi apre uno spazio di difficoltà completamente diverso e aggiuntivo: non ti perdoni l’ingenuità, non credi alla buona fede. Entra il dubbio sull’area più vitale della nostra vita emotiva: quella relazionale. E iniziamo a fasciare il cuore per prevenire nuove offese. Lo fasciamo nell’espansione del torace, nella difesa muscolare, nella mente dispersa. Fino a che quella ferita, quel tradimento, non viene riparato, ogni ombra può suscitare grandi paure.
Il vero tradimento raramente nasce nel presente: il vero tradimento è quello che abbiamo vissuto nell’infanzia e che il presente – in modo reale o immaginario – riattiva. E’ quel passaggio dall’ingenuità alla realtà, dalla quale ci siamo difesi, perché significava ammettere che i nostri genitori non erano perfetti, che la nostra infanzia non era felice. E che forse non eravamo amati come avremmo avuto bisogno: amati con accettazione.
Se nell’infanzia una persona ha subito una perdita o un trauma che mina i suoi sentimenti di sicurezza e di accettazione di sé, proietterà nella sua immagine del futuro l’esigenza di un rovesciamento delle esperienze del passato. Così l’individuo che da bambino fa esperienza del rifiuto si immagina il futuro come una promessa di accettazione e di approvazione. Alexander Lowen
Pratica di self-compassion: Addolcire, confortare, aprire
© Nicoletta Cinotti 2023 Reparenting ourselves. Ritiro di bioenergetica e mindfulness
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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