A volte mi capita di cercare soluzioni complesse e di avere, invece, risposte semplici proprio davanti ai miei occhi. Spesso sono le riflessioni apparentemente più banali quelle che, invece, mi sembrano più luminose.
Così in questi giorni, mentre dentro di me declinavo le tante sfumature del verbo permettere, mi è apparso chiaro che una delle sue più semplici declinazioni è ascoltare. Mentre ascoltiamo – se ascoltiamo davvero – permettiamo all’altro di svelare dov’è. Di mostrarci uno spiraglio del suo mondo interno. E il nostro ascolto più è profondo e silenzioso, più è accogliente e presente, più rassicura che permettiamo che le cose siano esattamente come sono, senza interferenze. Nell’ascoltare decliniamo la possibilità di permettere che l’altro mostri se stesso, al di là dei soliti discorsi.
Se arricchiamo il nostro ascolto con interventi, richieste di chiarimenti, spostamenti di attenzione, facciamo qualcosa in più che permettere: a volte approfondiamo l’ascolto. Altre volte portiamo l’attenzione su qualcosa di diverso. Dirigiamo la conversazione dove vogliamo noi. O forse evitiamo che la verità venga a galla. Perché alla fine, molto spesso, quello che temiamo di più, è proprio la verità.
Ascoltare compie anche un altro atto del permettere: ci rende sincronici. Tu parli, io ascolto e, nello stesso momento, realizziamo, nello stesso istante, il nostro reciproco bisogno di comunicazione.
Quindi come mai è tanto difficile ascoltare? Temiamo che non venga mai il nostro turno per essere ascoltati?
Quando ascoltate qualcuno, abbandonate tutte le idee preconcette e tutte le opinioni soggettive che avete; ascoltatelo, solo osservate com’è fatto. I concetti di giusto e sbagliato, di buono e cattivo, sono irrilevanti per noi. Guardiamo semplicemente le cose così come sono per lui, e le accettiamo. È così che si comunica. Shunryu Suzuki-roshi
Pratica di mindfulness: Il panorama della mente
© Nicoletta Cinotti 2023 Il programma di Mindful self-compassion
La compassione nei confronti di se stessi si realizza attorno a tre elementi essenziali: la gentilezza che trasforma la durezza e la critica giudicante in comprensione; il riconoscimento della nostra umanità condivisa, ossia l’esperienza di connessione con gli altri e con la vita al posto del senso di alienazione ed isolamento; e, infine, la Mindfulness, ossia la capacità di tenere la nostra esperienza in una consapevolezza equilibrata tra interno ed esterno, anziché esagerare o ignorare il nostro dolore o disagio. È necessario combinare questi tre elementi per espandere la nostra capacità di self compassion.
che rischia di essere più un atto formale che sostanziale. Inoltre siamo quasi totalmente distratti dall’idea di nutrire una gentilezza nei confronti di noi stessi. Anzi, accogliamo i nostri errori con asprezza, vergogna e in qualche modo riteniamo assurda l’idea di confortarci. Eppure lo sviluppo di una matura capacità di regolazione delle nostre emozioni, passa proprio attraverso la crescita della nostra capacità di consolarci. La capacità di confortarci è uno dei segnali di maturità emotiva dei bambini: una abilità che alla nascita è quasi totalmente affidata alla cura dell’ambiente esterno. Da adulti, la nostra incapacità di gentilezza nei confronti di noi stessi, si traduce in una serie di richieste – implicite o esplicite – rivolte agli altri. Ci aspettiamo che l’esternazione del nostro dolore susciti cura, attenzione, comprensione e, infine, gentilezza. Questa aspettativa rimane spesso delusa: perché da adulti pensiamo che ognuno sia capace di confortare se stesso e di non dipendere dall’intervento esterno. Questo non significa che non dobbiamo condividere o aiutare: significa piuttosto che non dobbiamo affidare agli altri quello che non abbiamo nemmeno tentato di fare: ossia non dovremmo affidare alla regolazione interattiva le nostre emozioni, se non dopo che abbiamo visto che esiste una sostanziale incapacità di autoregolazione
Le nostre emozioni sono fonti importanti di informazioni: anziché giudicarle dovremmo guardarle con interesse e curiosità e imparare come confortarci e come attivarci, quando siamo troppo ritirati. In ogni caso le emozioni suscitano risposte anche negli altri e sono suscitate dai nostri scambi relazionali. Anche quello che accade nella relazione con gli altri ha l’effetto di attivarci – positivamente o eccessivamente – o confortarci ma l’aspettativa è che un adulto non dipenda troppo dai processi interattivi per il conforto e l’attivazione e che ci sia un equilibrio dinamico tra quanto contiamo su di noi – autoregolazione – e quanto contiamo sugli altri – regolazione interattiva.
