Quando amiamo qualcuno profondamente ci sembra che la sua presenza sia parte della nostra vita. Così, qualche volta, potremmo pensare che amare qualcuno sia un atto di proprietà. Forse in qualche momento l’abbiamo anche detto: sei mio, sono tuo. Dentro di noi sappiamo però che non c’è alcuna possibilità di possesso nell’amore che ci lega ad un altra persona. C’è solo una possibilità di appartenenza costruita dalle migliaia di momenti condivisi
Solo quella sensazione di appartenenza ci restituisce il senso di interezza. Ci toglie dall’esilio nel quale, a volte, viviamo. Una sensazione – quella dell’esilio – che produce un dolore tanto acuto da farci ammalare. Niente più dell’esclusione può farci sembrare difficile vivere.
Perché appartenere a qualcosa e a qualcuno ci rende interi: noi non siamo isole e solo questa sensazione di appartenenza può darci la completezza alla quale aspiriamo. Una appartenenza che, come dice Kabat Zinn, può essere incontrata nel nostro condividere una comune umanità, nel nostro appartenere al momento presente, al nostro respiro. Così appartenere non significa altro che ribaltare la prospettiva dalla quale guardiamo alle cose e al mondo: non siamo noi che lo possediamo ma apparteniamo al mondo ogni momento in cui siamo interamente presenti.
Quando crediamo di essere portatori di una diversità insopprimibile, possiamo credere di non aver diritto ad appartenere. Ma nessuna condizione rompe il vincolo profondo della nostra appartenenza alla vita.
Appartieni all’umanità, appartieni alla vita, appartieni a questo momento. Appartieni a questo respiro. Jon Kabat Zinn
Pratica di Mindfulness: Le parole che guariscono
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: crescita e cambiamento
In effetti è vero, senso di orientamento zero. Ma non è quello il punto. il punto è che cosa fa la mia, la nostra voce interna con gli errori. Cosa facciamo quando sbagliamo? Siamo davvero comprensivi e compassionevoli verso di noi? O si accende il ritornello “ecco ci siamo, hai di nuovo sbagliato”. E quel di nuovo diventa peggio di una condanna scritta. Perché possiamo tollerare di sbagliare una volta. Ma non più di una volta.
Può diventare un modo tanto abituale da dare forma al nostro corpo. Se teniamo dentro, la stagnazione può riguardare l’addome e il torace. Riguarda il torace se teniamo dentro le emozioni che ci spingerebbero nella relazione con gli altri. Riguarda l’addome se tratteniamo le emozioni viscerali. A volte diventa molto evidente questo trattenimento e questa stagnazione: il torace è esile e leggero e l’addome e le gambe stanche e pesanti. Oppure il corpo è magro ma l’addome è insolitamente pieno e abbondante. ricco di tutto ciò che trattiene.
