Quando gli dei vogliono punirci, avverano i nostri desideri. Karen Blixen
protocollo mbsr genova
Le cose succedono in mezzo (anche per il Natale)
Per qualche strana ragione tendiamo a pensare che le cose avvengano in un momento preciso. Che Natale accada il 25 Dicembre, che la fine dell’anno sia il 31 dicembre. Che l’incontro con il nostro amico sia stato quando ci siamo incontrati a cena. In parte è vero ma, per la maggior parte, non è così.
Le cose avvengono nello spazio tra un incontro e l”altro. Così Natale avviene durante l’anno e quel giorno semplicemente si solidifica, prende una forma che è strettamente collegata a quello che è successo durante l’anno. E, per quanto lo prepariamo, non possiamo dargli una forma diversa da quella che si è strutturata durante l’anno.
Il fatto che le cose succedano in mezzo cambia completamente la prospettiva sul fare le cose bene o sbagliare. Siccome le cose accadono nella transizione è possibile che ci siano errori: possiamo preparare bene un giorno ma gli altri 364 andranno un po’ a vanvera sicuramente. Così potremmo finalmente rilassarci e dire a noi stessi che Natale l’abbiamo già preparato durante tutto l’anno, che è quella preparazione invisibile che darà forma alla nostra giornata. Potremmo anche dirci che i compiti fatti la notte prima dell’esame non servono a riparare mesi di non studio ma che sono sempre meglio di niente. Potremmo anche dirci che un po’ di fortuna ci vuole in tutte le cose e che quindi, anche se ci aspettiamo un disastro, potremmo scoprire che invece c’è parecchio affetto in circolazione.
E poi, dal 26 Dicembre ci rimettiamo a prepararlo in quella transizione in cui, siccome non è il giorno di festa, siamo proprio come siamo, distratti, disordinati, sbadati e pieni di errori. Anzi un errore continuo tutto l’anno che festeggiamo proprio il giorno di Natale!
Fare qualcosa con un impegno sincero, che coinvolge errore dopo errore, è come parlare con Dio ma in una lingua diversa. Gail Sher
© Nicoletta Cinotti 2021
Il virus della competizione e quello della diversità
Qualche giorno fa ero in un bar, in pausa pranzo, quando è arrivato un gruppo piuttosto numeroso di ragazzi, forse ai primi anni delle superiori. Carini, simpatici e divertenti e tutti uguali. Stessi colori, stesse giacche, stesse scarpe: una variazione attorno a due cose, non di più. È stato così che mi è venuto in mente di pubblicare il discorso di Anna Quindlen sul fatto che essere perfetti ha una quota di banalità: presuppone essere come un modello esterno e non come se stessi.
C’è un altro elemento però che mi colpiva guardandoli: quanto è facile essere esclusi da un gruppo di pari. Come se l’avere gli stessi abiti avesse una funzione di rassicurazione, fosse un modo per dire Tranquillo sono come te, non porto il germe della diversità. Porto solo il germe della competizione.
Perchè tra i due virus – quello della diversità e quello della competizione – preferiamo senza dubbio quello della competizione. Non importa se può fare molto danno, non importa se può lasciarci soli: l’unica diversità tollerabile è quella di essere speciali. Essere diversi e scrivere la propria storia fa paura.
Non guardo a quei ragazzi dicendo Ai miei tempi, quando andavo a scuola io…Quando andavo a scuola io era esattamente uguale, cambiavano solo i vestiti. Se non avevi l’eskimo, eri un paninaro. Il punto è che entriamo nel mondo con una paura segreta: quella di essere diversi. Una paura fortissima in adolescenza, presente sempre. Uno stato dell’essere che associamo alla sfortuna.
Eppure quella diversità – non diversamente dalla biodiversità – salva la nostra vita e la vita dell’umanità. Così ringrazio ogni giorno i diversi, coraggiosi, a volte loro malgrado. Ringrazio la mia diversità e la porto con umiltà perchè so quanto è pericoloso essere diversi. So a quante feste non sono stata invitata. Eppure so che la diversità di ognuno di noi è quello che permette la nostra crescita e la nostra evoluzione, come singoli e come gruppi. Senza il nostro pensiero divergente ci aspetterebbe solo la stagnazione: niente è più immobile della perfezione.
Siamo stati tutti espulsi dal Giardino, ma quelli che soffrono di più l’esilio sono coloro che continuano ancora a coltivare il sogno della perfezione. Stanley Kunitz
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing oppure la meditazione live alle 7.30 su Facebook che puoi vedere in differita nella Pagina Meditazioni Live
© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione
La nostra mente è un poeta
Credo che tutti noi conosciamo il potere delle parole: non parlo solo del tono e del modo con cui le pronunciamo. Parlo proprio della parole in sé per sé. Siamo così sensibili alle parole perchè la nostra mente si forma attorno all’esperienze al linguaggio. Nei primi due anni di vita, fino a che non iniziamo a parlare, l’apprendimento è mediato dall’esperienza: impariamo sulla base di quello che facciamo. E delle emozioni che proviamo nel momento in cui facciamo esperienza. Impariamo dalla gioia – emozione sottovalutata eppure centrale per l’apprendimento – e impariamo anche dalla paura. Se abbiamo paura impariamo a chiudere la mente. Se proviamo gioia ad aprirla e ad esplorare. Più siamo gioiosi e più siamo curiosi, da bambini e non solo.
Quando iniziamo a parlare aggiungiamo un elemento in più attorno a cui strutturare la nostra mente in formazione: le parole. Non impariamo più solo dall’esperienza ma impariamo anche a raccontare l’esperienza. E, soprattutto impariamo un elemento essenziale: la distanza. Perchè la parola ha un grado di distanza dall’esperienza. Quel grado di distanza permette la formazione del processo simbolico (non so cosa mi è preso stamattina con questo spiegone: ho letto delle poesie per bambini appena sveglia e questo è l’effetto!)
La distanza delle parole dall’esperienza è libertà. È scelta, è potere ed energia. Quella distanza dall’esperienza permette anche che, in quello spazio virtuale che si crea tra noi e l’esperienza che stiamo facendo, inizi a comparire un processo consapevole di vergogna. E, purtroppo, di autocritica. Impariamo lì a parlarci: nel breve – o grande – spazio che c’è tra noi e l’esperienza. Se lo spazio è troppo grande è facile che si infili la vergogna che con fare stregonesco ci dice Non vai bene, eh no, così non vai proprio bene.
Se siamo molto perfezionisti quello spazio è grande: grande come il mare. Perché è accresciuto dalla misura della distanza tra dove siamo e dove vorremmo essere. E spesso iniziamo a spronarci come un comandante severo. È qui, proprio qui che è fondamentale ricordarsi che impariamo dalla gioia e che l’imperfezione è una grazia, un dono. Il dono dell’apprendimento.
La cosa davvero difficile e davvero straordinaria è abbandonare l’idea di essere perfetti e cominciare a diventare se stessi. Anna Quindlen
Pratica di mindfulness: Centering meditation
© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione
Foto di © AnnaEmilia
La storia dei tre giacinti e i confini della tenerezza
Ogni anno compro dei giacinti. Me li metto vicini e li guardo crescere. Sono veloci e passano da essere due foglie verdi ad essere tutti fioriti in un attimo. Quest’anno ne avevo presi tre, due viola e uno rosa. Il rosa cresceva molto più veloce degli altri due e così l’ho messo al centro del davanzale, un po’ coperto dalla finestra. mentre gli altri due avevano piena luce.
Il rosa ha continuato a crescere come un piccolo razzo, ogni giorno qualche centimetro e qualche fiore in più ma mi ha fatto uno scherzetto. Siccome era coperto dalla luce piena, ad un certo punto ha iniziato a curvarsi verso la luce. Lo fanno sempre le piante: lui l’ha fatto in un modo così strano che è diventato un bellissimo fiore storto. Gli altri due sono bassotti e belli pieni, non hanno avuto bisogno di storcersi per avere la luce. Lui sì e, con intelligenza, ha cercato quello che gli mancava.
Anche noi siamo così: dentro di noi c’è una forza, una spinta alla crescita che fa cercare quello che ci manca con intelligenza. Ci fa trovare la soluzione anche se questo comporta una piccola imperfezione. Il giacinto rosa non si preoccupa di essere storto, non soffre di vergogna. È soddisfatto perchè così è cresciuto alto come un tulipano. È pieno di fiori che raccontano la forza della sua vitalità. Senz’altro per lui l’essere storto è un dettaglio insignificante: l’importante era crescere. Se non soffrissimo del giudizio che diamo a noi stessi anche noi saremmo come il giacinto rosa: guarderemmo alla crescita più che alle nostre imperfezioni. Riconosceremmo la bellezza prima dei nostri difetti. Vedremmo che, spesso, i nostri difetti sono una conseguenza di condizioni che non potevamo modificare.
Invece ci guardiamo con occhi esterni, occhi che non riconoscono l’intelligenza del percorso ma solo il fatto che lo stelo non è dritto. E magari proviamo vergogna per quella perfezione che avremmo desiderato e che non si è realizzata.
A questo è dedicato il prossimo ritiro di meditazione. Lo farò alle soglie della primavera, per essere pronti a fiorire, dal 2 al 4 Marzo. Lo farò per ricordare che l’imperfezione spesso nasconde doni di saggezza. Il titolo è “A scuola di grazia e non di perfezione” per imparare a riconoscere i doni che la nostra imperfezione nasconde e iniziare a fare pace con la vergogna di non essere perfetti ma solo straordinariamente umani. A Giaiette, per imparare dal Lago e dalla montagna cosa vuol dire fiorire.
Pratica di mindfulness: La meditazione del lago
© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione Foto di © mokapest
Ritiro di Primavera: A scuola di grazia e non di perfezione, dal 27 al 29 Aprile, Giaiette, Genova. Per partecipare mandami una mail: [email protected]
Non farlo solo per te
Ieri sera sono andata al cinema e ho visto un film così bello che non mi sembrava che fosse un film. Avevo l’impressione di essere dentro alla storia, come se fosse la storia dei miei vicini di casa. Mi sono dimenticata che non ero a Beirut, mi sono dimenticata che il medio oriente è abbastanza lontano: credevo di essere lì. Nel momento in cui un insulto (L’insulto è anche il titolo del film premiato a Venezia) scatenava molto di più che una risposta individuale e diventava un fatto culturale e un conflitto politico.
Ero lì perchè ciò che accade spesso ha un senso più ampio di noi. Nemmeno i protagonisti erano consapevoli di quanto quello che stava accadendo avesse radici più ampie e lontane. O forse lo sapevano ma non volevano dirselo. Credevano che tutto stesse in un insulto e nella difficoltà a chiedere scusa. Dietro il loro comportamento c’era la storia collettiva che prendeva una forma personale. Così, alla fine, la battaglia successiva, era un modo di rispondere non solo per se stessi ma anche per altri.Spesso nell’insulto succede questo: prendiamo di mira la persona singola ma colpiamo un’intera categoria di appartenenza. Per ingigantire la forza del nostro attacco. La storia ha un epilogo quando torna alla dimensione personale. Quando i due protagonisti trovano il modo di essere loro due di fronte al loro personale conflitto. Quando tornano ad essere due persone ferite senza speranza ma anche senza disperazione. Solo due dei tanti esseri umani che vivono in un’area di conflitto.
Nessuno ha il monopolio del dolore. E questo vale proprio per ciascuno di noi: per me come per i miei vicini. Il loro dolore è amplificato dal dolore e dalla rabbia del gruppo a cui appartengono. La loro pace – che forse non è riconciliazione ma parificazione – nasce dal tornare ad essere solo loro stessi di fronte alla propria storia personale. Anche la pace non è solo per se stessi ma si allarga, proprio come il conflitto
Quando veniamo insultati per una nostra caratteristica personale non siamo colpiti solo noi ma la categoria a cui apparteniamo e con la quale ci identifichiamo in quel momento. Quando vogliamo sciogliere il conflitto dobbiamo però tornare ad essere solo noi, senza speranza e senza disperazione. E ricordare che il monopolio del dolore non appartiene a nessuno. Tornare ad essere persone di fronte ad un’altra persone. Singoli e vulnerabili nella propria storia.
In questi giorni è accaduto un fatto che ha insultato me e la categoria professionale a cui appartengo. È stato doloroso. Mi ha posto domande etiche per le quali non c’è una risposta semplice. Ho provato a stare di fronte a questa persona e ho pensato che forse, dietro a quell’insulto, c’era più dolore di quello che potevo immaginare. Ho pensato che la pace può insegnare più cose, nella sua scabrosa verità, del conflitto. Nel conflitto uno solo ha ragione e tutti e due credono di essere quelli che hanno ragione. Nella pace ognuno sta con il proprio dolore e quel dolore può insegnare qualcosa sulla verità.
Ah, dimenticavo: perchè te lo racconto? Perchè scrivere, con gli insulti, è dimenticare. Un verbo della declinazione di lasciar andare.
Scrivere come sai dimenticare
scrivere e dimenticare
Tenere un mondo intero sul palmo
e dopo soffiare. Pierluigi Cappello
Pratica di mindfulness: Centering meditation
© Nicoletta Cinotti 2018 Un percorso terapeutico verso l’accettazione radicale
Foto di © _esse_
